domenica, 14 Luglio 2024

Fine vita, Cappato si autodenuncia per la morte di Mib. Consulta di Bioetica: “Basta discriminazioni sul dolore”

Felicetta Maltese, Chiara Lalli e Marco Cappato si sono autodenunciati per aver aiutato Massimiliano a morire mediante suicidio assistito in Svizzera. Mentre il Governo non ha proferito parola in merito, la Consulta di Bioetica ha mostrato vicinanza all'Associazione Luca Coscioni: "Parlamento legiferi sul fine vita eliminando il criterio del sostegno vitale che discrimina sulle sofferenze dei morenti".

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Dopo il suicidio assistito di Massimiliano, 44enne toscano affetto da sclerosi multipla in forma aggressiva, quella morte tanto desiderata e richiesta in Italia, ma ottenuta ieri, 8 dicembre, all’estero, nella clinica Dignitas di Zurigo e grazie all’assistenza umana, civile ed economica dell’Associazione Luca Coscioni, buona parte della popolazione torna a interrogarsi su come sia possibile che ci sia bisogno di andarsene dal Paese per smettere di perire in vita e spegnersi con dignità. Oggi, alle ore 11, come promesso, Felicetta Maltese, attivista della campagna Eutanasia Legale, Chiara Lalli, giornalista e bioeticista, e Marco Cappato, tesoriere dell’associazione già indagato per i casi di suicidio assistito di Elena e Romano, si sono autodenunciati a Firenze presso la Stazione Carabinieri Santa Maria Novella per aver aiutato Mib acoronare il suo sogno“, come ha affermato lui stesso con candida amarezza nel suo ultimo video prima di addormentarsi per sempre.

Le coraggiose donne si sono recate dai militari in quanto colpevoli di aver personalmente accompagnato il 44enne nel suo ultimo viaggio, mentre Cappato, pur non essendo andato in Svizzera, lo ha fatto in veste di legale rappresentante dell’Associazione Soccorso Civile che ha organizzato e finanziato tutta le procedure della morte medicalmente assistita. L’avvocatessa Filomena Gallo, che assiste tutti e tre, ha spiegato che rischiano al momento dai 5 ai 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio, in quanto Mib era privo del trattamento di sostegno vitale, condizione indispensabile stabilita dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242 del 2019 per il caso Dj Fabo. Tuttavia sulla morte di Massimiliano né il Governo né i “progressisti” e i “liberali” hanno proferito parola, cosa che invece ha fatto la Consulta di Bioetica Onlus, impegnata da oltre tre decenni nella riflessione che solleva il progresso attorno ai dilemmi bioetici e guidata dal filosofo Maurizio Mori, presidente della stessa e da poco rieletto membro del Comitato Nazionale di Bioetica per i prossimi 4 anni. Abbiamo già intervistato quest’ultimo e numerosi altri soci dell’associazione, tra cui Beppino Englaro, padre di Eluana, in merito a svariate tematiche di inizio e fine vita, dall’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione assistita e maternità surrogata.

Consulta di Bioetica: “Basta discriminazioni inique sulle sofferenze dei morenti”

“La cosiddetta cintura protettiva dei fragili si traduce in oppressione per chi soffre ma non rientra nei criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale“, inizia così la lettera firmata da Giacomo Orlando, vicepresidente della Consulta, Mariella Immacolato, membro del consiglio direttivo e Mario Riccio, anche lui componente del consiglio direttivo, nonché l’anestesista che aiutò a morire Welby, seguendo da vicino i casi Englaro, Dj Fabo, Ridolfi e Carboni, medico con cui abbiamo avuto il piacere di parlare in occasione del convegno per i trent’anni di Bioetica Rivista Interdisciplinare.

“Un altro cittadino italiano, Massimiliano, 44enne toscano affetto da malattia neurodegenerativa, – prosegue la nota – è stato accompagnato ieri da soci dell’Associazione Luca Coscioni in Svizzera per poter accedere al suicidio assistito, perché da anni sofferente senza però soddisfare tutti i criteri stabiliti dalla sentenza 242/19 della Corte Costituzionale sul caso Dj Fabo. In un video trasmesso da vari telegiornali e visibile sul Quotidiano Italiano ha espresso con chiarezza le proprie ragioni: fortuna che c’è l’Associazione Coscioni che svolge ruolo di supplenza per alleviare sofferenze inaccettabili in una società civile”. I membri della Consulta spiegano che è arrivato il “tempo di cambiare l’atteggiamento culturale sul morire“, in quanto “il dolore terminale non accolto è indegno, e bisogna evitare l’inaccettabile discriminazione basata sul criterio del sostegno vitale, come se l’intollerabile sofferenza prodotta dalla natura senza sostegno vitale fosse diversa dall’altra”.  Si legge inoltre che “negli altri Paesi in cui la pratica è riconosciuta, la maggioranza dei richiedenti la morte medicalmente assistita non è per nulla soggetta a forme di sostegno vitale, criterio richiesto solo in Italia. “È necessario – concludono – che il Parlamento legiferi sul fine vita eliminando questo criterio che discrimina situazioni analoghe di sofferenza e dia maggiore spazio alla autodeterminazione delle persone nel fine vita ammettendo anche l’eutanasia come la Consulta di Bioetica ha sostenuto in modo esplicito e chiaro dal 2000″.

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