sabato, 2 Marzo 2024

“La regina dei castelli di carta”, Giorgia Meloni e i suoi fedeli impresentabili

La dialettica politica è cambiata. Dichiarazioni infelici e inopportune dei 6 mesi di questa destra al potere. Si può dire tutto, l'importante è scusarsi dopo e avere la protezione di Giorgia Meloni.

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È lontano il tempo in cui Aldo Moro passeggiava sulla spiaggia in giacca e cravatta semplicemente perché la forma meritava ovunque la sua importanza anche in contesti informali. Remota la comunicazione politica intrisa di tecnicismi e di un politichese inaccessibile ai più. La quotidianità ci parla di un Premier che interviene in una diretta televisiva spacciandosi per una sua imitatrice (il siparietto di VivaRai2 del 20 Marzo scorso è diventato addirittura un caso internazionale, approdando sul The Times), della maggiore leader dell’opposizione in seconda serata che viene intervistata mostrando un lato meno aulico della politica tout court della Prima repubblica, di un viceministro che sembra appartenere alla generazione Z dei social network; la libertà della comunicazione senza filtri ha preso il posto delle tribune politiche dei vecchi tempi.

In questa panacea della comunicazione politica, dove tutti possono e devono arrivare a tutti, utilizzando canali anche one to one, che poi prevedono sempre un target di riferimento molto poco circoscrivibile, la nuova parola alla Destra in Italia, inaugurata dal motto della neo Premier, non sono ricattabile”indirizzata all’alleato di coalizione più deluso, l’On. Silvio Berlusconi, sembrava promettere, 6 mesi fa, un acceso scontro interno tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Invece, le cose sono andate diversamente. La dialettica politica sembra ora, infatti, aver spostato il suo baricentro e le polemiche sono appannaggio di altri esponenti politici. Il maggior ostacolo di Giorgia Meloni sembra essere diventato il suo minor problema: “il Cavalier servente e la Dama” direbbe il buon Giuseppe Parini.

Quel trasformismo della retorica della politica che tangentopoli e poi il ventennio del berlusconismo ci avevano lentamente preparato a digerire. Una tribuna elettorale continua, anche se la battaglia, ora sembra essere: chi sarà il prossimo leader di destra a meritare le proprie dimissioni? La colloquialità della politica, la semplificazione dei progetti legislativi, anche i semplici video su Tik Tok e persino la “Canzone di Marinella” cantata dopo la strage di persone annegate ingiustamente, assumono sempre più ruoli di comunicazione diretta ma indirettamente a-politiche e amaramente lontani da quella, quasi sacrale dignità dell'”homo politicus” di un tempo.

I paradigmi della comunicazione sono cambiati, oggi assistiamo ad una comodità legata ad una mancanza di responsabilità del linguaggio. O è tutto consentito, in virtù di una libertà di espressione indifferenziata, oppure le parole non pesano più, pronte ad essere lentamente dimenticate. Un tempo si studiavano le virgole, si analizzavano i discorsi politici e si interpretavano le intenzioni delle stanze del potere mediante procedimenti tortuosi, poi se ne discuteva mantenendo una netta distinzione tra coloro i quali erano deputati alla guida del Paese e tutti i cittadini che ne dipendevano. I discorsi politici erano momenti di interesse, oggetto di riflessione e spesso incomprensibili. Oggi il politico di turno potrebbe essere un tuo follower su Instagram, il leader tanto amato lo incontri e lo reputi un tuo pari semplicemente perché ne condividi i mezzi di comunicazione. Le icone della politica sono cambiate. E sono cambiati anche i referenti, i destinatari della politica.

Le impresentabili dichiarazioni di questa Destra al potere

In questa confusione mediatica della politica si fa fatica a riconoscere i ruoli apicali. E contemporaneamente si consentono dichiarazioni che anni fa avrebbero causato dimissioni e crisi politiche inarrestabili. Sono 6 mesi che la destra detiene il potere in Italia, nessuno l’ha ancora definita la destra storica, segnando un’analogia di un passato dimenticato, ma di sicuro è un evento storico la consegna del Senato, la seconda carica dello Stato, ad Ignazio Benito La Russa. Un personaggio, quasi caricaturale, al quale seppure con ipocrita indignazione viene concesso tutto o quasi.

Le sue sono solo le ultime, di numerose dichiarazioni, quantomeno imbarazzanti, che la “Regina dei Castelli di carta“, Giorgia Meloni, si è trovata a ridimensionare, spesso ignorandole. Il revisionismo storico del Presidente del Senato, colui che per impossibilità del Presidente della Repubblica ne dovrebbe assumere il ruolo, sui fatti accaduti in via Rasella il 23 Marzo del 1944, si iscrive in tutta quella serie di posizioni che, non condannando apertamente ancora il fascismo, in qualche modo ne legittimano una recrudescenza quantomeno nostalgica. “Una pagina tutt’altro che nobile – aveva detto, pochi giorni fa Ignazio La Russa, ospite di Terraverso, il podcast di Libero Quotidiano – per la Resistenza: quelli uccisi in via Rasella furono una banda musicale di semi-pensionati, e non nazisti dell SS “. Salvo poi scusarsi, mantenendo un cenno di coscienza, seppure pilotata dalle polemiche inevitabili, queste battute di La Russa, hanno inevitabilmente generato richieste varie alle sue dimissioni (Rifondazione comunista è arrivata a bandire una petizione online, raccogliendo firme da Bertinotti a Montanari, passando per intellettuali, ex partigiani, storici, attivisti ed altri ex parlamentari, che in poche ore hanno raccolto numerosi consensi alla richiesta delle dimissioni del Presidente del Senato). Una condizione apparentemente non trattabile: nessuno dei suoi compagni di merende, in questi mesi, malgrado le acclamazioni delle opposizioni ha mai accennato ad una seppur minima possibilità di dimettersi. La faccia tosta è una delle caratteristiche più pregnanti di questa nuova frontiera della comunicazione. Tanto poi c’è Giorgia Meloni che rimette tutto a posto, la mamma che giustifica e edulcora il linguaggio ( in merito alle dichiarazioni del Presidente del Senato, la Premier, ha, infatti parlato di “sgrammaticatura istituzionale”).

In questi sei mesi, con una cadenza quasi periodica, mentre la narrazione della Presidenza del Consiglio è sempre stata improntata alla più ottimistica pubblicità di una soddisfazione senza crepe su progetti concreti, bilaterali fruttuosi, accordi futuristici ecc, ecc, dall’altra parte abbiamo assistito ad una sempre più dilagante mania delirante del toto ministro più creativo e inopportuno. L’istituzione del reato contro i rave, nel Novembre scorso, a firma Carlo Nordio, Ministro della Giustizia, addirittura emesso come decreto, a testimonianza di un’emergenza mai stata così chiara come con l’insediamento di questa nuova destra “poliziesca”, poi emendato e modificato prima che il provvedimento gli esplodesse sotto i piedi, è stato solo il primo di una lunga serie di passaggi quanto meno discutibili e nei fatti realmente discussi.

Solo pochi mesi più tardi, si assiste, infatti, all’infelice affermazione del Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, in un’intervista del 15 Gennaio da Pietro Senaldi, nella quale diceva che “il fondatore del pensiero di destra è Dante Alighieri, perché quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni inter-personali che troviamo in Dante Alighieri è profondamente di Destra. Quindi la Destra ha cultura, deve soltanto affermare questa cultura”. Come se si avverta la necessità storica di giustificare appartenenze eccellenti per confermare la propria.

Solo uno dei tristi esempi di sproloqui travestiti da eccellenze della politica: lo scorso 31 Gennaio, l’On. Giovanni Donzelli, di Fratelli d’Italia, delira in Parlamento accusando il PD di un collaborazionismo scellerato con Alfredo Cospito  l’anarchico al 41-bis, e altri terroristi, salvo poi ritrattare, affermando di non aver mai formulato alcuna accusa contro il PD. Una formula molto conosciuta ormai, come se parlare e dire tutto ciò che gli passa per la testa fosse, senza colpo ferire, dimenticata poi da scuse di circostanza o peggio dall’accusa di strumentalizzazione politica.

Questo il caso del Ministro Valditara prima e di Piantedosi dopo. Il Primo è intervenuto  sulla libera iniziativa di una Preside di un liceo fiorentino per aver impropriamente messo in guardia i propri studenti del pericolo di una sottovalutazione fascista, minacciando di “dover prendere misure se l’atteggiamento dovesse persistere”, salvo poi ritrattare e segnalare una contraria e pericolosa intenzione di strumentalizzare la propria attività politica. Se non è zuppa è pan bagnato, insomma.

Ma il meglio doveva ancora arrivare. Piantedosi al centro del ring mediatico sul naufragio di Cutro, invece di preoccuparsi dei morti, dei dispersi, della tragedia appena avvenuta si scaglia sui migranti, dipingendoli come artefici inconsapevoli e addirittura incoscienti di un triste destino certo e disgraziato. Le sue dichiarazioni prima sul “carico residuale” poi sulla responsabilità di ciò che si può fare per il proprio Paese invece di scappare”, hanno rivelato tutta la mancanza di umanità, di solidarietà e sentimento di questo Governo. Atteggiamento riproposto nella superficialità del Consiglio dei Ministri a Cutro e nell’indifferenza di Giorgia Meloni alle vittime, a pochi km da lei ma non considerate, e poi nella totale mancanza di rispetto del Vice Ministro Salvini, che mentre si dibatteva sulle reali dinamiche della tragedia in Parlamento, sembrava addirittura infastidito da un dibattito con le opposizioni che lo distoglievano dalla sua attività sui social.

Tante immagini che si sovrappongono alle dichiarazioni senza vergogna cui siamo, ormai, tristemente abituati. Non ultime, le recenti affermazioni della Ministra della famiglia, Eugenia Roccella, sul fatto che la maternità surrogata sia una pratica razzista, e la petizione di Fratelli d’Italia che vorrebbe farla diventare “reato universale”. Posizioni e progetti assurdi per un paese che ha l’ambizione di interloquire ai più alti canali della comunicazione internazionale e che lasciano presagire una triste realtà, ovvero quella che può sempre andare peggio. Una consapevolezza, ormai, quotidiana: dalla proposta di legge di Fabio Rampelli (Deputato di FdI e Vice Presidente della Camera), che si pone l’obiettivo di difendere la lingua italiana dal dilagare delle parole straniere, in un’ottica di salvaguardia nazionale e difesa identitaria – promettendo multe da 5 mila e 100 mila euro e istituendo il Comitato per la tutela, la promozione e la valorizzazione della lingua italiana – al ddl di Pino Bicchielli e Alessandro Colucci (“Noi moderati” , delegazione di centro presentata dalle liste collegate in coalizione Lega-FI-FdI-NM) che propongono “L’abrogazione dei commi 14 e 15 dell’articolo 1 della Legge 9 Gennaio 2019, n° 3 concernenti l’obbligo di pubblicazione del curriculum vitae e del casellario giudiziario dei candidati alle elezioni” , in virtù di un diritto alla privacy, questa volta utilizzato a difesa dei candidati e non della eleggibilità degli stessi.

Un’ottica politica e legislativa che si lega alla insorgente cultura della sicurezza (vedi decreto rave e i reati universali dell’utero in affitto e del traffico di esseri umani, una convergenza linguistica non casuale), alla più temibile riaffermazione della cultura di una difesa nazionale, che spazia dalla militarizzazione crescente nelle scuole alla protezione dei confini nazionali, fino a far riemergere parole quali salvaguardia nazionaledifesa identitaria visti in un’ottica di regionalizzazione delle competenze e di autonomia differenziata. Tutti elementi che sembrano davvero appartenere alla più bassa interpretazione della destra storicamente dimenticata, ma tristemente al potere, oggi.

Ad una sommaria analisi di questi primi 6 mesi di governo, quando il grande del lavoro deve esser ancora intavolato e giudicato, ( pensiamo al prossimo e fatale impiego dei fondi sul PNRR, in merito ai quali oggi la Premier tappa buchi, sentenzia: “Non sono preoccupata dai ritardi del Pnrr, stiamo lavorando molto, non mi convince molto la ricostruzione allarmista.”) assistiamo quotidianamente ad una campestre legislativa e ad un rimbalzo mediatico continuo, nei quali non importa tanto quello che si pensa né quello che si dice, l’importante è sembrare sempre tutti d’accordo, mantenendosi fedeli a quei valori che inevitabilmente questa destra condivide, quel substrato ideologico dal quale è nata e che a tutt’oggi non ha ancora condannato. Non importa revisionare la storia, con una rilettura superficiale, dopotutto è stata solo una “sgrammaticatura”, un errore trascurabile in funzione di una più generica sottovalutazione storica, molto cara alla bandiera di questo governo. Quello che appare più ironico, all’interno di questo teatro del in-verosimile, è che il più temibile dei nemici interni, quello che, all’inizio più preoccupava la stabilità di questo governo, quel Cavaliere estromesso dalle cariche dei Grandi, sembra, ad oggi essere l’unico, a non destare preoccupazioni all’Esecutivo. Almeno per ora. Ma, mai dire mai.

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