mercoledì, 7 Dicembre 2022

Legge anti rave, Governo studia le modifiche al testo. Meloni: “Rivendico il decreto”

Le pene massime per il reato di rave verranno probabilmente abbassate da 6 a 4 anni di reclusione, in modo tale da scongiurare l'arresto immediato e le intercettazioni telefoniche ai danni degli organizzatori. Giorgia Meloni ha spiegato che il testo verrà riformulato circoscrivendo il reato a "raduni musicali non autorizzati", legati a "spaccio e uso di droghe".

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Sono passati solo un paio di giorni dall’ultimo Consiglio dei ministri del Governo Meloni e dall’approvazione del primo decreto legge unico del nuovo esecutivo, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma c’è tutta l’aria di un’importante modifica sulla norma anti rave party. Una pioggia di polemiche dalle file dell’opposizione, di costituzionalisti e da buona parte dell’opinione pubblica si è abbattuta proprio sul testo del provvedimento che introduce il reato di “invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”, emendamento presentato alla luce del maxi rave party consumatosi a Modena. Si tratta del nuovo articolo 434 bis del Codice Penale che prevede pene da 3 a 6 anni di reclusione e multe da mille a 10mila euro per chi organizza o promuove tale occupazione, consistente “nell’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, commessa da un numero di persone superiore a cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno”.

Le modifiche che verranno apportate al testo

Stando alle prime dichiarazioni della maggioranza pare che le pene massime per il reato di rave verranno abbassate da sei a quattro anni, in modo tale da scongiurare l’arresto immediato e le intercettazioni telefoniche per individuare gli organizzatori dei raduni. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ci ha tenuto a specificare che “il decreto non inciderà “sui sacrosanti diritti della libera riunione”. Anche Giorgia Meloni ha rivendicato su Facebook la giustezza della norma appena passata: “Ne vado fiera perché l’Italia, dopo anni di Governi che hanno chinato la testa di fronte all’illegalità, non sarà più maglia nera in tema di sicurezza”. Il presidente del Consiglio ha, tuttavia, invitato la sua maggioranza a spiegare e rassicurare riguardo al fatto che il reato si rivolga solo ai rave, spiegando che c’è bisogno di lavorare per apporre delle modifiche al testo in Parlamento. Al momento sembrerebbe che l’esecutivo si stia preparando a presentare un maxi emendamento per rimediare alle lacune presenti nel decreto.

Genericità del testo normativo

La descrizione generica di “raduno” presente all’interno della norma ha inevitabilmente infiammato gli animi, facendo passare l’idea che si tratti di un decreto legge liberticida, che andrebbe a ledere il diritto di manifestazione e riunione presente nella nostra Costituzione. Per questo la maggioranza si è detta disponibile a riformulare il testo, tra le ipotesi di modifica vi è quella di circoscrivere il reato a “raduni musicali non autorizzati”, collegati, come ha affermato la premier Meloni, allo “spaccio e uso di droghe“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, che ha spiegato quanto sia necessario “tipizzare la fattispecie dei rave party da punire, per evitare che quella appena approvata da norma di garanzia si trasformi in norma di Polizia“.

“L’intenzione è di colpire situazioni in cui il largo uso di sostanze stupefacenti crea pericoli concreti per l’ordine e la salute pubblica – ha aggiunto Sisto -. Bisogna evitare a tutti i costi che questa norma possa essere applicata alla legittima manifestazione di dissenso, da quella sindacale a quella scolastica. Su questo dovremmo essere attenti e fare in modo che questo epilogo non ci sia”. Solo ieri, 2 novembre, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, in quota Forza Italia, ha parlato di “pena spropositata e genericità del decreto“, affermazioni che mettono in luce quanto in seno allo stesso centrodestra vi siano non poche divisioni preoccupanti per la stabilità del Governo.

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