martedì, 16 Aprile 2024

“L’arte dal vivo” dell’insegnamento contro la normalizzazione delle armi nelle scuole. Intervista ad alcuni dei promotori dell’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole.

Dai promotori dell'Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole si leva l'appello di una crescente cultura della sicurezza e della difesa che vede sempre più l'ingerenza delle forze armate e delle industrie belliche nell'ambito scolastico. I problemi e le esigenze della scuola italiana sarebbero ben altre , ma i protocolli d'intesa interministeriali continuano a proporre percorsi di orientamento che normalizzano le armi.

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L’ Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole, continua la sua attività di monitoraggio e di denuncia della crescente sensibilizzazione e normalizzazione delle armi in ambiti che dovrebbero occuparsi d’altro. Il rapporto tra le scuole italiane e le forze armate è in costante aumento ed in occasione del centenario dell’Aeronautica, del 28 Marzo, giorno in cui si sono celebrati su tutto il territorio nazionale gli Open Day che hanno aperto al pubblico tutte le basi aerei della penisola, molti dei quali indirizzati proprio alle scuole di ogni ordine e grado, (da Marsala a Latina, da Novara a Pisa, passando per le scuole plaudenti di Roma, moltissimi sono gli istituti a partire dall’infanzia che hanno preso parte a questi open day presso aeroporti militari, “spesso – come chiarisce Serena Tusini, coordinatrice e componente dell’Osservatorio in una nota- sono sono stati gli Uffici Regionali e Provinciali a sollecitare le scuole ad una presenza attiva, per partecipare alle cerimonie dell’alzabandiera, a lezioni e visite celebrative del corpo militare, nonché a percorsi di orientamento per favorire l’ingresso dei giovani nelle forze armate.”) abbiamo intervistato alcuni importanti membri di questo ente, presentato alla Camera dei Deputati il 9 Marzo scorso, e che nasce con l’obiettivo di informare e controllare sui reali rapporti che legano il mondo dell’Istruzione italiano di ogni ordine e grado, alle forze armate, militari e soprattutto alle aziende produttrici di armi.

I primi a rispondere alle nostre domande sono due docenti, rispettivamente Lorenzo Perrona, insegnante di Italiano e Storia presso l’IIS “Matteo Raeli” di Noto (SR) e membro della CESP-COBAS scuola di Siracusa e Michele Lucivero, insegnante di Filosofia e Storia del Liceo “Da Vinci” di Bisceglie ( BT) giornalista pubblicista e membro della CESP- COBAS scuola di Bari. Entrambi sono tra i promotori dell’Osservatorio.

Rispetto alla crescente partecipazione delle forze armate all’interno delle scuole italiane, nella quale ravvedete un parallelo, preoccupante indirizzo delle nuove generazioni verso un percorso preciso, quali sono le reali esigenze della scuola italiana e degli studenti?
Se parliamo di “bisogni reali” in relazione alla scuola italiana, non possiamo non fare riferimento alla necessità immediata di mettere in sicurezza gli spazi in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi passano gran parte della loro giornata. Di questa penuria, della mancanza di uno spazio vitale nelle classi e della necessità di ricorrere subito a interventi strutturali nelle architetture scolastiche ci accorgiamo quotidianamente quando piove, ad esempio, ma con una certa drammaticità durante la pandemia ci siamo resi conto che non riuscivamo nemmeno a separare di un metro i banchi perché trascorriamo, di fatto, le nostre ore in aule sovraffollate con 28/30 alunni/e per classe.

Se, invece, parliamo di “bisogni reali” dei nostri studenti e delle nostre studentesse, allora bisogna innanzitutto avere un quadro abbastanza chiaro di cosa ci aspettiamo dalla scuola, quali riteniamo debbano essere le finalità peculiari della scuola pubblica, laica, pluralistica, inclusiva e antifascista. Ma questo è esattamente il punto centrale e non ci sarebbe da aggiungere altro: la scuola pubblica italiana, in tutti i suoi indirizzi e in tutti i suoi ordini, deve educare innanzitutto a questi valori costituzionali. In questo preciso momento storico in cui la digitalizzazione passiva è dilagante, con conseguente abbassamento della soglia di criticità, e l’ansia prestazionale legata alla necessità di “meritare” un posto nel mondo è diventata l’ideologia dilagante, noi docenti dobbiamo il compito di intercettare i bisogni emotivi, educativi e formativi delle nostre studentesse e dei nostri studenti.

Occorre, dunque, in primo luogo preservare i nostri giovani dal regime di Psicoistruzione al quale ci costringe il nuovo assetto istituzionale, che è il portato specifico della società neoliberista della competizione, e poi educare cittadini e cittadine come soggettività politiche in grado di partecipare ai processi decisionali, per non lasciare che le decisioni sulla collettività vengano prese altrove da chi nutre interessi che sono di tipo essenzialmente economico.

Noi dei COBAS Scuola abbiamo da sempre sostenuto la necessità di abolire i PCTO, che hanno causato numerosi infortuni e seminato addirittura morte tra giovani ragazzi delle scuole professionali per mancanza di sistemi di sicurezza e protezione. Per non parlare dell’inutilità assoluta dei PCTO nei Licei, nei quali molto spesso si riducono a perdite di tempo prezioso, che dovrebbe essere utilizzato per lo studio individuale in totale sicurezza nella propria abitazione.

La digitalizzazione e l’innovazione tecnologica sono percorsi di per sé positivi e necessari, cosa contestate del Liceo Digitale prima esperienza nell’anno 2022-2023 presso l’Istituto “Carlo Matteucci” di Roma e che rappresenta un salto di qualità nell’occupazione del sistema scolastico da parte del complesso militare-industriale della Leonardo S.p.a. e delle altre collaborazioni con Aziende che si occupano di transizione digitale?

Il grosso problema che non si vuole considerare è che la scuola pubblica è costretta a diventare funzionale alle esigenze delle aziende che la sponsorizzano. La scuola finanziata da un’azienda orienta i suoi percorsi di studio a favore degli interessi dello sponsor, compromettendo il principio di libertà di insegnamento. Nel caso del Liceo digitale, l’azienda finanziatrice è Leonardo SpA, la maggiore produttrice italiana di armamenti. I progetti sono concepiti da Leonardo (es. “Robotica e Droni in classe”); i tutor di Leonardo formano i docenti; gli studenti sono il bacino da cui Leonardo rinnoverà il suo personale. E l’aspetto più drammatico è che l’industria bellica viene vissuta come settore all’ avanguardia, non come produttrice di strumenti di morte.

Ma il problema di fondo è ancora un altro. La digitalizzazione non può e non deve essere la priorità totalizzante della scuola oggi. Anzi, la digitalizzazione è un processo che deve essere gestito con molte attenzioni. La scuola è sì qualcosa di mutevole sotto diversi aspetti, e sappiamo che nelle diverse epoche le finalità dei progetti pedagogici sono cambiate; ma lo specifico dell’insegnamento ha caratteristiche concrete e costanti.

Se pensiamo a una scuola che funzioni, a lezioni ricche e coinvolgenti per i discenti e appaganti per il docente, è più chiaro che cos’è nello specifico l’insegnamento: l’insegnamento è un’arte “dal vivo” (un po’ come il teatro). La scuola è prossimità, un ritrovarsi dei corpi, delle concentrazioni simultanee, della scoperta che avviene davanti agli occhi di tutto un gruppo. La scuola deve essere, dunque, un modo per creare l’occasione dell’attenzione, un modo per farsi portatori e comunicatori di un certo sapere, modulando i momenti di dialogo con i discenti, passo passo, giorno per giorno, ogni lezione è un accadimento sempre diverso, spesso inaspettato, sempre con esiti programmabili, ma non prevedibili. La scuola deve diventare uno spazio in cui seminare frutti che solo in parte sono visibili alla fine di un ciclo di studi, dal momento che i ragazzi e le ragazze sono frutti che maturano anche dopo anni.

La “persona” del docente è centrale non solo in quanto è colui o colei che insegna, ma soprattutto perché è una persona adulta che trasmette con la sua presenza e attenzione la disciplina che sa, e in questo ruolo di “modello adulto” è figura essenziale per un bambino o un giovane. Non per niente il processo formativo di un individuo è fatto di “genitori” e di “maestri”. Spesso si invoca (o si piange) la centralità della funzione genitoriale, ma la funzione dei maestri appare programmaticamente abolita: non più maestri, ma facilitatori, tutor, coach, figure che mettono in pratica protocolli già stabiliti altrove. E tutto questo a danno dei giovani.

La scelta dei singoli PTCO è affidata in primis ai Patti d’Intesa interministeriali, poi ai singoli Uffici scolastici Regionali e in ultima istanza alle scuole e ai singoli docenti. Le scuole ricevono fondi per partecipare ai PTCO?
Le scuole non percepiscono nulla dalle aziende ufficialmente dai PCTO, ma ormai dal 1999 con la Riforma Berlinguer, l’autonomia scolastica ha avviato un regime di partecipazione delle aziende private all’interno delle scuole, che ne diventano di fatto sponsor anche e soprattutto con la presentazione di percorsi di orientamento al lavoro in una specifica direzione.

Ci si può esimere, come studenti e singoli docenti alla partecipazione di un PTCO previsto e organizzato dalle scuole? Esistono PCTO che siano indirizzati ad una cultura della pace e della risoluzione pacifica dei conflitti in linea con le direttive ONU (Art 29 della Convenzione ONU dei diritti del fanciullo e lo Studio delle Nazioni Unite sull’educazione al disarmo e alla non proliferazione del 30 Agosto 2002)
Ogni PCTO è obbligatorio, nei licei sono previste 90 ore da effettuare e l’esperienza dei PCTO è parte integrante dell’esame. Tuttavia, si, ci sono iniziative che dipendono dai singoli istituti e dalla intraprendenza dei docenti; ad esempio nel mio Istituto  ce n’è uno con l’UNESCO e poi io stesso con il mio giornale, ho realizzato una convenzione per avviare un giornalino scolastico e per ogni articolo che scrivono, io concedo 5 ore di PCTO, proprio per evitare che partecipino ad altri percorsi. Quindi si tratta di singole iniziative dei docenti perché a livello nazionale cadono dall’alto le applicazioni dei protocolli con i vari Ministeri. Anche l’iniziativa con Unesco, di cui sopra, è il risultato di un accordo cittadino con il club locale.

Il prossimo docente interpellato a chiarire il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione è Antonio Mazzeo, Insegnante, Peaceresearcher, giornalista impegnato nei temi della pace e del disarmo, dell’ambiente e della lotta alle criminalità mafiose. Autore di numerosi saggi sui conflitti dell’area mediterranea e sulla presenza delle basi Usa e Nato in Italia. E’, anche lui, tra i promotori dell’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole.

Esiste una correlazione tra la presenza delle mafie nel territorio e questa tendenza alla sensibilizzazione alla cultura della sicurezza e della difesa?

No, escluderei alcuna correlazione, anche alla luce del fatto che la promozione della “cultura alla sicurezza e alla difesa” è perseguita da oltre un decennio in ambito nazionale, all’ interno di visioni e programmi che sono di soggetti e enti nazionali (Ministero Istruzione e Merito, Ministero della Difesa, Forze armate, industrie belliche, ecc.). Ci sarebbe, invece, da chiedersi se le istituzioni scolastiche che in alcune aree del Mezzogiorno hanno scelto di dare priorità alle relazioni con le forze armate e nazionali e internazionali (in particolare penso a quelle che operano nella base NATO di Lago Patria (Napoli) e USA-NATO Sigonella in Sicilia) abbiano mai posto la giusta attenzione a quanto la loro realizzazione e il loro funzionamento sia stato funzionale ai processi di rafforzamento delle organizzazioni criminali mafiose (vedi le inchieste che hanno evidenziato l’aggiudicazione di appalti e commesse a imprese in odor di mafia). È opportuno ricordare, invece, che le relazioni mafia-militarizzazione dei territori sono state al centro di studi e analisi da parte di importanti e prestigiosi istituzioni antimafia, penso in particolare al Centro studi e documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo.

Come è garantita la sicurezza dei luoghi, tipo caserme , basi militari o altro, dove si svolgono alcuni dei PTCO che denunciate e dove gli studenti entrano a contatto
con le armi?
Possiamo immaginare che l’unica “sicurezza” garantita sia quella riservata a “protezione” dei siti militari e/o industriali bellici; ad oggi non risulta invece quali dispositivi e quali misure siano previsti durante attività che vedono giovani di 16-18 anni concorrere alla manutenzione di veicoli, aerei ed elicotteri da guerra o alla produzione di armi leggere, all’ interno di infrastrutture di per sé ad altissimo rischio sia per la presenza di sostanze esplosive sia per l’uso-emissione di sostanze inquinanti. Assistiamo a manifestazioni in cui i bambini e le bambine dai tre anni in su vengono ospitati/e per ore anche all’interno di basi ed infrastrutture che si caratterizzano per l’alta emissione di onde elettromagnetiche (radar, sistemi di telecomunicazione satellitare, ecc.). Si tratta, a nostro avviso, di un’esposizione davvero ingiustificabile, specie per i minori.

Quali sono le iniziative, oltre al monitoraggio costante che adoperate su tutto il territorio nazionale, che avete in programma per sensibilizzare ad una cultura della pace e dell’ antimilitarizzazione?
La struttura che ci siamo dati al momento, che prevede la collaborazione di docenti di tutta Italia, ma in maniera particolare dei/delle militanti del sindacato dei COBAS Scuola e delle/degli attivisti di Pax Christi, prevede la raccolta sistematica e capillare di episodi, manifestazioni ed eventi direttamente connessi con la militarizzazione delle scuole. Dopo una prima raccolta firme da parte dei soggetti promotori, tra cui molti intellettuali e personalità di spicco che hanno partecipato ai Convegni CESP durante i quali abbiano affrontato la questione, abbiamo lanciato una seconda raccolta firme, estesa a tutta la società civile, che ha riscosso un successo enorme.

Ma, soprattutto, il fatto di aver sollevato il problema della militarizzazione delle scuole ha spinto molti genitori e rendersi conto che ciò che sta accadendo ai loro figli e alle loro figlie non è poi così normale. Abbiamo ricevuto segnalazioni e foto di genitori inorriditi dal fatto che nessuno/a avesse il coraggio di denunciare l’assurdità di una visita di una scuola primaria presso una caserma in Puglia. Le foto mostrano i bambini e le bambine maneggiare in piena autonomia pistole e mitra, giocare a fare i soldati con le armi in mano, gli elmetti sulla testa nei carri armati, ma qualcuno deve spiegare loro che quegli attrezzi servono per andare in guerra e uccidere altre persone.

Attraverso i nostri canali social cerchiamo di sensibilizzare al problema genitori, studenti/studentesse e tutta la società civile per cercare di invertire la narrazione militarista che sta lentamente penetrando nelle nostre scuole con l’obiettivo specifico di avviare una sorta di familiarizzazione con la guerra. Abbiamo bisogno di un’educazione di pace, se vogliamo che ci sia ancora qualcuno a popolare questa Terra, altrimenti la catastrofe nucleare è dietro l’angolo e la riterremo l’unica soluzione scontata da mettere in atto.

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