martedì, 19 Ottobre 2021

Borsellino, il coraggio di cambiare. Anche a costo di morire

"Dobbiamo essere coraggiosi", esortava Borsellino. Di sicuro, glielo dobbiamo, essere coraggiosi. Anche di modificare le leggi contro la criminalità organizzata, adeguandole ai tempi, alle nuove tecnologie, all'insidioso mondo che viaggia on line e non più a colpi di pizzini.

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Non è mai banale rinnovare la memoria di quel 19 luglio 1992 in cui, nella strage di via d’Amelio, perse la vita il giudice Paolo Borsellino, insieme alla sua scorta: Emanuela Loi, prima donna agente della Polizia di Stato a restare uccisa in servizio, insieme ai giovani Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano e Claudio Traina.

Non è mai banale, perché solo l’attivazione della memoria consente di ricordare ogni anno, ogni giorno, che l’attacco alle Istituzioni, alla legalità, alle libertà costituzionali è un pericolo incombente. Oltre ad essere presente e futuro.

Non tutti sanno che Paolo Borsellino fu il più giovane magistrato d’Italia. Si laureò in diritto penale con votazione 110 e lode con una tesi dal titolo: “Il fine dell’azione delittuosa“.
Tutti sanno invece che è morto per mano del potere occulto dello Stato, impegnato nella trattativa con la mafia, tanto che durante il suo funerale, organizzato in forma privata, la famiglia non accettò la presenza di politici, accusando l’esecutivo di non aver fatto nulla per proteggere il magistrato; per questo un’orda di diecimila persone gridava inferocita ” FUORI LA MAFIA DALLO STATO!”.

Stato, rifiutato da familiari, gente comune e denunciato dallo stesso Falcone, il 22 giugno 1990, quando rivelava alla Commissione Antimafia che l’omicidio dell’ex Presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella, era stato eseguito da sicari “non mafiosi”.

Borsellino sapeva di essere diventato un “morto che cammina”, di essere scomodo alla politica, ai colletti bianchi, ai suoi stessi colleghi, a tutti quelli che erano soliti pronunciare la frase più pericolosa: “abbiamo sempre fatto così”. Sapeva di dover andare a morire, addirittura profetizzando l’età: 52 anni, come suo padre e suo nonno. Sapeva di dover andare a morire, trovando nella morte per causa di giustizia, il suo, personale, nobile fine dell’azione delittuosa di “Cosa Nostra”.

È imponderabile l’impegno che Borsellino ha trasfuso nel Pool Antimafia gridando, specie ai giovani, la necessità “di sapere, di parlare sempre di mafia, in ogni occasione, perché parlarne significa porre le basi per il cambiamento”.

Ci ha lasciato lui stesso l’avvertimento di quanto la mafia si fosse evoluta: dagli anni ’70 quando, da interessi prevalentemente agricoli o riguardanti al più, lo sfruttamento di aree edificabili, cominciò a trasformarsi in Impresa, attraverso il monopolio del traffico di sostanze stupefacenti. Come intermediazione parassitaria, cominciò a gestire, esportare e riciclare all’estero capitali enormi.

Oggi Borsellino probabilmente rileverebbe che, ancor prima che “organizzazioni criminali”, le mafie sono sistemi di potere fondati sul controllo e sull’assuefazione e, spesso, sul consenso sociale. Sistemi che colludono con finanzieri pubblici, istituzioni dello Stato e politica. Con mondo bancario ed imprenditoriale.

Oggi Borsellino forse direbbe che ai suoi tempi, nel periodo stragista, al tradizionale radicamento, all’intatta capacità di rigenerazione ed intimidazione, il sistema era disancorato da Internet. Ma che oggi, la mafiositá si è infiltrata nell’area grigia, mutando forma ma non sostanza.

Sono mutati obiettivi, strumenti, mercati, ambiti di approvvigionamento delle risorse. Ed è proprio per questo che certo, si onora la sacralità delle intuizioni, delle innovazioni, delle iniziative portate avanti dai magistrati che hanno immolato le proprie vite per la Giustizia. Ma tutto ciò che era sacro, innovativo, futuristico negli anni ‘90, non può diventare dogma oggi.

Accettare che un pluriomicida possa tranquillamente cavarsela a spese dello Stato, è una ipotesi che Falcone e Borsellino avrebbero davvero voluto oggi? Loro, che si erano impegnati ad inventarsi un diritto nuovo circa trent’anni fa, oggi non sarebbero stati i primi a modificarlo per “guardare oltre”, per adeguarsi ai tempi? Davvero il fine della “collaborazione” con la Giustizia valido negli anni ‘90, può essere lo stesso anche oggi? Due avanguardisti come Falcone e Borsellino avrebbero voluto questo?

La mafia non sfida più lo Stato; vi si infiltra nei suoi gangli per gemmare in modo silente nel tessuto produttivo e nelle amministrazioni locali. Si privilegiano i sodalizi della corruzione rispetto alla violenza dell’intimidazione, che rimane un’opzione secondaria. Il welfare mafioso spazia in nuovi settori: del gioco on line, delle scommesse, della contraffazione di marchi e prodotti, del turismo, delle energie alternative. A livello europeo ed internazionale, oggi vi è una maggiore “sensibilità antimafia” da parte degli Stati, posta la riconosciuta natura transfrontaliera delle mafie. A maggior rigore, tale percettibilità deve essere tenuta viva in ciascuno dei cittadini del pianeta.

E anche se le mafie appaiono geneticamente modificate, mai, l’impegno di tutti dovrà scemare, nel sentire viva quella che Borsellino chiamava “la bellezza di quel fresco profumo di libertà, che fa rifiutare il puzzo del compromesso, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità”. “Dobbiamo essere coraggiosi”, ci esortava Borsellino. Di sicuro, glielo dobbiamo, essere coraggiosi. Coraggiosi. Anche di modificare le leggi.

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