venerdì, 17 Settembre 2021

Covid, questo matrimonio non s’ha da fare.

A causa del Covid oggi rischia di naufragare la primordiale esigenza alla base di tutte le società civili di unirsi in matrimonio. A rischio anche l’indotto che ruota attorno al mondo dei matrimoni è fatto di fornitori e maestranze pressoché infiniti, fino a ricomprendere il mercato immobiliare relativo all’affitto o all’acquisto del nido coniugale.

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“Questo matrimonio non s’ha da fare”. È curioso come questo divieto di manzoniana memoria, sia pronunciato in un contesto storico in cui la peste aveva decimato il popolo. È eloquente il fatto che sia ritornato in auge da un anno circa, da quando cioè un’altra virulenta peste pandemica contemporanea, ha mietuto più di 2 milioni e mezzo di vittime nel mondo e ha impedito a migliaia di Promessi Sposi di convolare a giuste nozze.

Corsi e ricorsi di una storia ciclica. Una storia che forse è già stata scritta e non ne comprendiamo ancora l’epilogo. Certo è che tra le innumerevoli restrizioni che il Covid-19 ha provocato, questa assomiglia molto ad un attentato all’istituzione familiare.

Così, oggi rischia di naufragare la primordiale esigenza alla base di tutte le società civili di unirsi in matrimonio. Risulta annientata la facoltà di farlo secondo una libera scelta e secondo personali esigenze: l’allestimento di tutta una serie di attività afferenti al settore del wedding: abiti, bomboniere, fiori, ristorazione, gruppi musicali, fotografi, parrucchieri, estetisti, agenzie di viaggi e di planner, tipografie e chi più ne ha, più ne metta. Perché l’indotto che ruota attorno al mondo dei matrimoni è fatto di fornitori e maestranze pressoché infiniti, fino a ricomprendere il mercato immobiliare relativo all’affitto o all’acquisto del nido coniugale.

Oggi, e ormai da un anno, tranne una breve parentesi risalente alla scorsa estate, il Governo non ha predisposto alcun intervento per normare lo svolgimento dei matrimoni, neppure con protocolli di sicurezza che possano offrire direttive specifiche dinanzi al seppur imponderabile corso del virus.

Si stima che più dell’80% dei matrimoni programmati risultino sospesi, rimandati sine die dallo scorso marzo 2020 e che ora si vadano a sommare a quelli fissati per il 2021, che stanno iniziando a saltare.

A nulla sono valse le innumerevoli proteste e proposte pervenute dai vari settori coinvolti, defraudati dalla possibilità di mettere in campo misure idonee a tutelare sposi, invitati, operatori e tutti i protagonisti diretti e indiretti della Wedding Industry. Alcun riscontro normativo è pervenuto affinché i matrimoni s’addano a farsi.

Proposte di triage per l’accesso alle strutture ricettive, tamponi salivari agli ospiti, sanificazione dei locali, rispetto delle norme di distanziamento e organizzazione delle cerimonie in luoghi aperti con contingentamento del numero degli invitati, sembrano misure non idonee a convincere il Governo a predisporre una ripartenza dei matrimoni al tempo del Coronavirus.

Lo sconfortante dato economico che si registra ad un anno dall’inizio della pandemia è che il settore dei matrimoni fa mancare all’appello circa 60 miliardi di euro di fatturato e il mancato impiego di più di un milione di lavoratori. L’ancora più avvilente dato, più personale, è che solo 8 nubendi su 10 sono ancora fidanzati, di fronte ad uno Stato che è diventato il loro Don Abbondio.

Si aspetta famelicamente ogni DPCM in attesa di notizie e normative per la prossima stagione dei matrimoni. Fino ad ora, in risposta, un assordante silenzio, che vale più di mille parole e serve solo a far implodere le emozioni di sposi e addetti ai lavori, stanchi anche di sperare.

La famiglia, cellula germinativa della società, è stata la prima ad essere attentata da un virus infiltrante, che ha impedito il nascere di tanti nuovi nuclei, sconvolgendo migliaia di destini. Un pianeta in crisi, uno Stato in ginocchio, un popolo annichilito, una famiglia che non ha più il diritto di iniziare a creare la vita nel sacro, non necessariamente perché religioso, vincolo del matrimonio.

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