martedì, 16 Agosto 2022

Nord o Sud, mamme faccia a faccia col sistema sanitario: storia di un’Italia divisa in due in sala parto

Erika e Chiara, mamme di due bimbi, vivono in Emilia Romagna e in Puglia. Le loro storie descrivono un'Italia a due facce, raccontano di come il sistema sanitario e la routine della maternità sia così diversa a soli 700 chilometri di distanza.

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Erika Digiacomo Chiara Franco
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Diventare madre non è semplice, imparare a esserlo tutti i giorni lo è ancora di più. A volte lo si sceglie perché sembra essere la decisione più semplice e scontata del mondo, altre volte lo si fa per puro egoismo, altre volte ancora non lo si fa affatto per dare una possibilità al proprio futuro. Essere madre è una scelta, non un bisogno. Quel figlio merita di avere una madre felice, perché come dice una famosa e preziosa espressione “quando nasce un nuovo bambino, nasce una nuova donna e madre”. Ma questa grande empatia madre – figlio non basta, anzi non deve bastare. La felicità di una mamma non deve rimanere utopica, chi già lo è può capirlo molto bene. Non è sufficiente avere accanto i propri cari, in alcuni momenti servirà altro. O almeno, dovrebbe essere così. Tuttavia, spesso, le cose vanno diversamente. Ancora oggi, in alcune parti di Italia, sembra di vivere nel Medioevo: la donna è sola quando scopre di essere incinta, è sola durante i nove mesi di gravidanza e lo è anche prima, durante e dopo il parto. Sola durante l’allattamento e sola quando deciderà di smettere. Erika, mamma di Riccardo, in Emilia-Romagna non lo è stata. Chiara, mamma di Sofia, in Puglia sì.

Nascere in Emilia Romagna: Erika, mamma di Riccardo

La neo – mamma si ritrova “immersa” nella sua nuova routine giornaliera con poppate a orari prestabiliti e non, con consigli spassionati da parte del vicino di casa, cambi di pannolino e senza voce a fine serata per le mille canzoncine intonate per far dormire il bambino per poi, senza stupore, ricominciare tutto daccapo il giorno seguente. Nessuno potrà mai sostituire una mamma, il suo ruolo, il suo modo di educare e di dare amore. Questo non significa però che lei non può essere, concretamente, aiutata e accompagnata, anche da lontano e da qualcuno che ha le giuste competenze. Un padre non basta, una nonna non ci arriva, una zia è troppo esterna. Erika, mamma di Riccardo che vive in Emilia Romagna, è stata seguita da un eccellente sistema sanitario e assistenziale. Non bisogna dimenticare che lei, prima di essere madre, è donna. “Quando rimasi incinta, ormai 3 anni fa, mi rivolsi al consultorio della mia città, Ravenna. Me ne avevano parlato molto bene e non avendo particolari esigenze di essere seguita da un privato, decisi di provare. Ricordo ancora la sensazione ogni volta che entravo in quelle sale per il controllo di routine. Serenità, entusiasmo e benessere. Era piacevole essere coccolata dalle ostetriche, sempre pronte a darti una mano. A ogni controllo si scherzava, rideva e si fantasticava insieme su quel bambino che intanto, mese dopo mese, cresceva sempre di più”. Erika ancora oggi ricorda quei giorni, difficili ma speciali: tanti consigli utili, tante parole dette con amore. Racconti rassicuranti di quei mesi, in particolare poi di un pomeriggio: “Se non sbaglio ero al settimo mese e da qualche ora non sentivo più scalciare il mio bimbo, che di solito si muoveva senza darmi tregua. Un pó preoccupata mi sono diretta al consultorio e anche se le ostriche, in questi casi eccezionali, non sono tenute a effettuare controlli perché bisognerebbe rivolgersi al Pronto Soccorso, subito mi fecero un’ecografia per tranquillizzarmi. La disponibilità, l’amore per il proprio lavoro, la cura con cui accarezzano le pance di noi neo mamme ancora molto inesperte, sono il mix vincente che rendono il consultorio di Ravenna, un luogo protetto”.

Nascere in Puglia: Chiara, mamma di Sofia

“Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta me lo ricordo bene. Oltre alla paura del giudizio, della situazione economica e della casa non pronta, si aggiungeva quella della sanità precaria, ormai oggetto di discussioni giornaliere ovunque”. Chiara, i suoi nove mesi se li ricorda bene: visite a pagamento, test del Dna fetale a 120 euro, consultori sì gratuiti ma sempre chiusi, nessun bonus da percepire prima degli otto mesi – adesso neanche più questo. È vero che bisogna accettare le conseguenze di ogni scelta, ma questo non significa alienare i propri bisogni e i propri diritti. “Quando ho sentito parlare Erika della sua esperienza del settimo mese, ho ripensato alla mia al nono. Avevo dolori forti, su una scala da 0 a 10 eravamo a 8. Sono andata in Ospedale, durante il mio secondo appuntamento di monitoraggio pre-parto, dicendo come mi sentivo e se sarebbe stato il caso di ricoverarmi per maggiori accertamenti. Il monitoraggio però era nella norma, ma i dolori c’erano. Una mamma non può mentire. Niente ricovero, nessuno mi credeva. L’unica cosa che avrei potuto fare, a detta loro, era passare dal Pronto Soccorso in codice rosso e poi fare le visite e poi forse ricoverarmi”. Una futura mamma non può nascondere i suoi dolori e ignorarli significherebbe abbandonarla. Il sistema sanitario pugliese potrebbe essere uno dei migliori, invece pecca su molte cose, tra cui l’aiuto economico alle mamme o comunque alla famiglia in generale per quanto riguarda l’ambito ospedaliero, in ogni sua forma. Oltre questo, però, esiste l’empatia, l’amore per il proprio lavoro e il famoso giuramento di Ippocrate. “Il giorno del mio parto ho vissuto un mix di emozioni, devo dire grazie a quelle due o tre persone ma anche che forse qui non tornerò mai più”.

Assistenza domiciliare e Dna fetale per le neo mamme

Per non parlare poi della comprensione ricevuta durante il ricovero in ospedale, vuole sottolineare Erika: Riccardo è nato a giugno 2020, in piena emergenza pandemica. I papà potevano assistere solo al parto e restare nella stanza con il neonato un’ora al giorno. Le visite di parenti o amici erano ancora sospese. Anche di quei giorni ho un piacevolissimo ricordo, nonostante fossi tutta sola con un neonato sconosciuto da accudire. Tutto il personale sanitario del reparto di ginecologia si è stretto attorno a noi mamme, assistendoci in ogni momento e per ogni richiesta, con cura e amore. Ringrazio le infermiere, oss, ostetriche, dottori e dottoresse per tutto l’affetto dimostrato in quei giorni”. Sofia, invece, è nata venti giorni prima che scoppiasse la pendemia, i papà e i parenti potevano entrare, niente mascherine. Eppure l’assistenza per accudire in quei giorni i neonati era comunque precaria: durante il giorno, a parte il momento delle visite, le mamme non avevano un attimo di pace. Prima esisteva il nido, adesso non più.

Il servizio sanitario regionale dell’Emilia Romagna, inoltre, dopo il parto, permette alla mamma di essere assistita durante le prime settimane di allattamento. Prima di tutto, a pochi giorni di distanza dalle dimissioni ospedaliere, un’ostetrica del consultorio chiama la neo mamma per sapere come stanno andando i primi giorni, se il bimbo o la bimba si attacca bene al seno, se c’è qualcuno che dia una mano in casa, ecc. Può essere richiesto il servizio assistenziale gratuito, a domicilio: ogni giorno un’ostetrica fa visita alla neo mamma e la aiuta con il neonato. Oppure la donna può recarsi quando vuole al consultorio e lì essere supportata nell’allattamento o per risolvere altri piccoli disagi, che possono presentarsi con un bimbo appena nato. Altro importante servizio messo a disposizione gratuitamente dalla Regione e offerto dal consultorio è il percorso di riabilitazione del pavimento pelvico. Dopo una visita di controllo, le ostetriche possono consigliare questa attività alla paziente: si tratta di un ciclo di sedute che aiutano nella ripresa di questo importante muscolo, che durante il parto può subire un trauma. La prevenzione prima, e la riabilitazione del pavimento pelvico dopo il parto, sono attività importantissime, spesso poco conosciute o sottovalutate. Dal 2020, inoltre, l’Emilia Romagna ha reso gratuito anche il DNA fetale, uno screening non invasivo che viene effettuato durante la gravidanza e che permette di valutare il rischio, da confermare poi con test più complessi, di malattie del feto dovute ad anomalie dei cromosomi. Un test inizialmente molto costoso. La maggior parte di queste cose, in Puglia, non esistono: sarebbe inutile controbattere ogni vantaggio che ha avuto Erika, alla fine la bambina di Chiara è nata lo stesso, ha allattato per un anno, ha avuto i suoi genitori vicini e per fortuna, ultima cosa ma non meno importante, ha avuto la possibilità economica di sostenere ogni spesa. Domani al suo posto potrà ritrovarsi Giulia che, in Puglia, vorrà avere un figlio ma non avrà abbastanza denaro per metterlo al mondo.

Dalla fuga di cervelli a qualle delle mamme

La maternità, si sa, è una parte della sfera personale di una donna molto intima e delicata. Tuttavia, a volte, si dimentica e la si considera come un “protocollo standard”, tutti uguali, con regole “rigide” che valgono per ogni bambino. Così non solo la neo mamma, dopo il parto, si trova a fare i conti con ormoni “schizzati” e con un corpo che non riconosce più suo che, invece, ha bisogno di essere rimodellato e coccolato, ma deve ascoltare, anche senza volerlo, una miriade di suggerimenti spesso non richiesti da parte di parenti e amici, che amplificano ansie, paure e stress. In più, da questo momento in poi deve essere consapevole che la sua vita non sarà più la stessa: ha in braccio un esserino che ancora non conosce, con cui il percorso di “familiarizzazione” sarà lungo e lento, ma che, allo stesso tempo, non potrebbe sopravvivere senza di lei.

Se fare un figlio rimarrà per sempre una scelta che spetta al genitore, pretendere rispetto per i propri diritti no. E se le cose non cambieranno, fino a quando un figlio sarà solo dei genitori e non della società, ci saranno sempre mamme come Chiara che decideranno di mettere al mondo un altro figlio lontano dalla sua città e Regione. E in questo modo, la fuga dal Sud verso il Nord d’Italia, non sarà più solo quella dei cervelli, ma anche quella delle mamme e delle famiglie.

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