martedì, 26 Ottobre 2021

Giornata mondiale dell’Ambiente: il tempo è scaduto

Oggi è la Giornata Mondiale dell'Ambiente. Ma non c'è niente da festeggiare. Solo 6 anni ci separano da una emergenza climatica irreversibile.

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Sei anni, 210 giorni, 8 ore, 34 minuti, 45 secondi è il tempo che ci resta per salvare la Terra. Per salvarci. L’orologio sulla Union Square, a New York, segna gli anni, i giorni, le ore, i minuti e i secondi che ci separano da un’emergenza climatica irreversibile, dalla fine.

Sei anni, 210 giorni, 8 ore, 34 minuti, 23 secondi. È il tempo che ci resta per diminuire le emissioni di Co2 che distruggeranno l’ambiente, gli ecosistemi e tutte le forme di vita. Tutte. Compresa la nostra.

E mentre scrivo, e mentre leggete il conto alla rovescia corre senza sosta verso la fine: 6 anni, 210 giorni, 8 ore e 33 minuti. Stop. Tempo scaduto.

Ogni anno, dal 1972, si festeggia la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Ogni anno da 49 anni. Ma non c’è niente da festeggiare. Festeggereste un malato terminale attaccato all’ossigeno con un cancro in metastasi? Non credo.

2030. È l’inizio della fine. La temperatura media è salita di un grado. Poco? No. Quanto basta per alterare irreversibilmente l’ecosistema globale. I ghiacciai hanno continuato a sciogliersi. Il livello del mare e degli oceani è salito di sei centimetri. Una parte dei territori costieri è sommersa.

Settanta milioni di sfollati sono emigrati nell’entroterra, ormai affollato. Gli uragani si sono triplicati, lasciandosi dietro morte e distruzione. Come le continue ondate di calore. Uccidono. Le piogge sono diminuite, il suolo è sempre più arido. L’agricoltura è devastata. Il deserto avanza. Siamo all’inizio del collasso della civiltà umana.

2050. La temperatura media è aumentata di un altro grado. È ancora poco? Valutate voi. La maggior parte degli ecosistemi terrestri si è estinta. Dall’Artico all’Amazzonia alla Barriera corallina. Il 35% della superficie terrestre, dove vive il 55% della popolazione mondiale, è investita da ondate di calore ancora più letali.

Il 30% della superficie terrestre è diventata arida. Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interna e sud-ovest degli Stati Uniti sono ormai inabitabili. Così come le zone interne di Abruzzo, Molise e Sicilia, senza andare troppo lontano.

Il livello del mare lungo le coste si è ormai alzato di 15 centimetri. Quasi tutti i porti delle coste italiane sono stati sommersi. Due miliardi di persone sono in preda ad una crisi idrica colossale. Gli oceani sono sempre più acidi. Non c’è più pesce da pescare.

I raccolti sono crollati del 20%. I prezzi sono alle stelle. Il cibo è un bene di lusso. Si contano almeno un miliardo di “profughi climatici”. Iniziano le carestie e le prime guerre per la sopravvivenza. Dopo il collasso, la fine.

Non è la trama di un film apocalittico, non è un romanzo di fantaecologia. Sono gli scenari ben documentati a cui possiamo andare incontro nei prossimi decenni, studiati dall’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, scienziati, insomma.

Sei anni, 210 giorni, 8 ore, 28 minuti, 33 secondi. Come siamo arrivati a questo punto?

Avete mai sentito parlare dell’effetto farfalla? “Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo” … esistono relazioni tra ogni fenomeno e il suo contesto, e tra quest’ultimo e il contesto planetario.

L’effetto farfalla è una locuzione presente in fisica nella teoria del caos: piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine del sistema. Ogni azione compiuta ci si ritorce contro.

Come? Ve lo spiego. 1760: rivoluzione industriale. Cambia il rapporto uomo e natura. I processi produttivi accelerano. Meccanizzazione e sviluppo tecnologico permettono la manipolazione diretta, intensiva ed irreversibile, dell’ambiente naturale. Si costruiscono dighe, canali, trafori.

Aumentano i disboscamenti, l’estrazione e la lavorazione del carbone e dei minerali ferrosi. Servono più materie prime per produrre di più. Sempre di più. La produzione industriale porta benessere, il benessere porta alla crescita demografica, la crescita demografica fa espandere le città. L’espansione delle città fa diminuire orti, pascoli e foreste.

Più persone, più beni da produrre, più materie prime per produrli, più risorse naturali sfruttate e distrutte. Più produzione industriale, più emissioni di Co2, meno foreste, meno alberi, meno piante, più anidride carbonica, le temperature salgono.

Caldo. Caldo sempre più forte, letale. Gli ecosistemi si estinguono. I ghiacciai si sciolgono, e punto e a capo. Lo scenario lo conoscete già. Forse ora è più chiaro. Meglio cominciare a comportarsi bene?

Sei anni, 210 giorni, 8 ore e 27 minuti, 40 secondi. Cosa è stato fatto finora?

Il 5 giugno del 1972, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente-UNEP. Un’organizzazione nazionale che opera contro i cambiamenti climatici, a favore della tutela dell’ambiente e dell’uso sostenibile delle risorse naturali.

I membri, tutti esperti, prendono le decisioni sulle politiche ambientali. Fanno parte dell’organizzazione anche gli Stati europei che propongono soluzioni efficienti per evitare che i problemi ambientali diventino irrecuperabili. Inoltre, organizzano conferenze annuali per raggiungere accordi contro il riscaldamento globale.

Ogni anno, dal 1972, da quel giorno, si festeggia la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Perché, in 49 anni, gli esperti non sono riusciti a salvarlo?

Programmi, buone intenzioni. Tante parole e promesse. Fatti, pochi. Nel 2015 la Conferenza Onu sugli accordi di Parigi aveva stabilito due obiettivi. Il primo, contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

Il secondo, mettere in campo azioni per limitare l’incremento a 1,5 gradi, e tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo. Ossia, costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2. Ma ha fallito in entrambi i casi. Oggi, siamo già a +1 grado.

2021. Dopo la parentesi negazionista di Trump, gli Stati Uniti di Joe biden entrano nell’accordo di Parigi e tornano a guidare la lotta ai cambiamenti climatici. Al “Leader Climate Summit 2021” convocato dal presidente americano, sono state fatte molte promesse e presi tanti impegni. Alcuni, forse, irrealizzabili.

Ma una certezza c’è. Occorre accelerare l’impegno globale per arrestare il cambiamento climatico entro il 2030. L’anno decisivo. “Ora o mai più” hanno detto tutti. Le promesse, quindi, dovranno essere accompagnate da un piano strategico coerente e in grado di realizzarli.

In questo senso, l’Unione Europea più di tutti sta dimostrando un’ambizione climatica avanzata con il programma del Green Deal. In occasione del Summit, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha affermato che “per salvare il mondo abbiamo bisogno del mondo”.

Anche il leader cinese Xi Jinping, nel suo intervento al Summit, ha ribadito di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. Un obiettivo certamente non scontato in un contesto come quello cinese dove il carbone, ancora in espansione, soddisfa il 57% del fabbisogno energetico.

Le intenzioni sono buone. Si, ma se i governi non si impegneranno di più a rispettare l’Accordo di Parigi, la temperatura media globale aumenterà di 3 gradi entro il 2100. E c’è un’altra brutta notizia. Infatti, non basterà più ridurre le emissioni di gas serra.

Greta Tumberg, infatti, boccia tutti. “Gli obiettivi che si sono dati i leader mondiali per fronteggiare il cambiamento climatico sono largamente insufficienti, ha dichiarato l’attivista in un video diffuso sui social prima dell’inizio del vertice.
“Non possiamo accontentarci di qualcosa solo perché è meglio di niente”.

Ma c’è anche chi boccia Greta, sostenendo che due anni di scioperi e proteste sistematici non abbiano portato a nulla. Forse quel tipo di protesta non era il modo giusto per riuscire a ottenere qualcosa?

Intanto, gli scienziati sono alle prese con studi su tecnologie in grado di rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera. Ma, pare che, per sviluppare una tecnologia, ci vuole il tempo che serve a crescere un figlio. Troppo.

Solo noi possiamo aggiungere del tempo. Sei anni, 210 giorni, 8 ore, 25 minuti, 15 secondi. Questo è il nostro momento. Siamo obbligati a prendere una posizione, siamo al limite del sostenibile. Gli scenari apocalittici del 2030, non sono così lontani da noi.

Nel mese di aprile, in Brasile, sono stati distrutti 550 chilometri quadrati di foresta amazzonica. In Indonesia, a Sumatra, 10 persone sono morte travolte da una frana causata dalle forti piogge cadute in pochi giorni. Le acque del lago Malawi, in Africa sud orientale sono diventate verdi a causa della fioritura di alghe tossiche, non si può più pescare.

Le carcasse di circa 170 foche di una specie in via di estinzione sono state trovate sulle rive del mar Caspio. Il 20 maggio, un iceberg di 4.320 chilometri, grande quanto il Molise, si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Ronne. Nello stesso giorno, al largo delle coste dello Sri Lanka, una nave porta container si è incendiata ed è affondata il 2 giugno, riversando nelle acque dell’oceano Indiano tonnellate di carburante e microplastiche.

Nel giro di una settimana, due cicloni si sono abbattuti sull’India. In Grecia, un incendio nella riserva naturale di Geraneia ha distrutto 55 chilometri quadrati di pineta.
Nella Sierra Leone, la Cina costruirà un porto per la pesca industriale che distruggerà cento ettari di spiagge e foreste protette del parco nazionale Western Area peninsula.

Circa 150mila tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi ed altre sostanze inquinanti sono finiti nei terreni agricoli dal gennaio 2018 al 6 agosto 2019 tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna e venduti come fertilizzanti.

Nelle Galapagos, a causa dell’erosione è crollato l’arco di Darwin. Sempre lì, i rifiuti marini e la pesca illegale dei pescherecci cinesi stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza di specie a rischio estinzione. La deadline, la scadenza è sempre più vicina.

“La Terra ha una deadline. Ma possiamo trasformarla in una Lifeline” è la scritta che da aprile si alterna ai numeri in rosso dell’orologio sulla Union Square. Dal 4 giugno, anche Roma, in via Colombo, ha il suo orologio per sensibilizzare sui cambiamenti climatici.

La lifeline – l’ancora di salvezza – indica la percentuale di energia rinnovabile prodotta nel mondo, ed è in crescita. Un piccolo segnale di speranza. Un leggerissimo sollievo in un quadro clinico terminale.

Non possiamo tornare indietro nel tempo per recuperare su un futuro in apparenza lontano, ma dal quale ci separa solo la durata di qualche vita umana. Però, scatenare un altro effetto farfalla al contrario, quello sì, possiamo farlo.

Possiamo cambiare le nostre piccole consuetudini, i nostri comportamenti che porteranno a grandi cambiamenti a lungo termine. Un effetto domino di pratiche positive. Coltiviamo alberi, rinverdiamo le nostre città, riorganizziamo i nostri giardini, cambiamo le nostre diete, le nostre abitudini. Ripuliamo i fiumi, le coste, le spiagge. Siamo la generazione che può fare pace con la natura. E dobbiamo farlo subito. Ci restano solo sei anni, 210 giorni, 8 ore, 25 minuti, 15 secondi.

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