venerdì, 17 Settembre 2021

Primo maggio, c’era una volta il lavoro: giovani senza belle speranze tra covid e opportunità

I giovani, una delle categorie più colpite dalla Pandemia, chiedono di essere ascoltati, di poter mettere a servizio del Paese e degli altri, entusiasmo e competenze.

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La fuga dei cervelli è sempre esistita, ma ora inizia davvero a far paura. Così facendo l’Italia, già da alcuni decenni, sta diventando progressivamente sempre più povera. Povera di cultura, di talenti, di creatività e di cervelli. La nazione sta perdendo il suo scheletro, quello che permette ad uno Stato di non ripiegarsi su se stesso.

“C’ERA UNA VOLTA LA FUGA DEI CERVELLI…” AH NO, SIAMO NEL 2021

Secondo i dati Istat, la gran parte dei ragazzi italiani che decide di emigrare verso nuove Regioni o all’estero, per il 70% circa non è laureato. È un dato che deve far riflettere perché significa che il nostro Sistema non garantisce le giuste opportunità lavorative anche a chi non ha avuto possibilità di ricevere un’istruzione universitaria. E, questo è un controsenso, in un Paese che richiede ai nostri giovani sempre più titoli, sempre più certificazioni, sempre più conoscenze, troppo spesso anche fini a sé stesse. D’altro canto i laureati se ne vanno in cerca di opportunità lavorative o di studio adeguate alle loro capacità, alle competenze e ai tanti sacrifici compiuti.

La nostra terra va incontro ad una pesante perdita di capitale umano. Si rischia di rimanere indietro nei settori dell’innovazione e dell’imprenditorialità. Lasciamo agli altri Paesi il privilegio di veder crescere quel che noi abbiamo visto nascere.

Meno giovani = meno imprese: si stima che ogni mille emigrati, si creino circa cento imprese in meno.

Che l’Italia sia tra gli Stati con il più alto tasso di disoccupazione giovanile in Europa è un dato di cui il Governo dovrebbe occuparsi al più presto.

 

COVID-19 vs GIOVANI: 1 a 0

I giovani rientrano nelle categorie più colpite dalla Pandemia. La loro situazione, già precaria da tempo, ha avuto ricadute sia sociali che economiche.

C’è chi, prima di questa grande emergenza sanitaria, faceva lavori part-time per riuscire a pagare l’affitto della casa nella sua città universitaria. E chi arrotondava a fine mese per pagare le bollette. E poi c’erano tutti quei ragazzi, forse cresciuti troppo in fretta, che volevano solamente guadagnare e tornare a casa per sfamare la propria famiglia.

Ma c’era anche chi finalmente, dopo tanti sacrifici e dopo aver concluso un percorso di studi, stava per entrare nel mondo del lavoro. Impazienti di capire ciò che “quando ci entrerai capirai tante cose…“. Magari aver avuto il tempo per capirlo. Magari aver provato l’ebrezza di iniziare quello di cui gli altri parlano. E invece il Covid li ha congelati.

Nonostante fra il 2014 e l’inizio del 2020 nessuna fascia d’età abbia registrato incrementi occupazionali paragonabili a quelli dei lavoratori over 50, anche per i lavoratori più giovani si era osservato un progressivo miglioramento. La situazione è mutata del tutto, durante la prima ondata di Covid-19. Tutte fasce d’età giovanili subiscono, in soli quattro mesi, una grave diminuzione del tasso di occupazione.

L’elevato tasso di disoccupazione giovanile in Italia è risalito al 29,5% nel 2020, molto al di sopra della media UE.

Più precisamente, stando ai dati ISTAT di febbraio 2021, il tasso di disoccupazione tra i 15-25 anni è diminuito di 14,7% in un anno; mentre i 25-34nni hanno perso complessivamente 258mila posti di lavoro rispetto al febbraio scorso, su un totale di 954mila posti di lavoro bruciati.

A metà strada tra i disoccupati e i cosiddetti ‘inattivi’, si collocano i NEET (Not in Education, Employment or Training). Questo termine ricorre spesso nelle statistiche e nei report Istat. Sono quei giovani che non lavorano e non sono inseriti in nessun percorso di studio. Secondo l’EUROSTAT, l’incidenza dei NEET in Italia è più elevata rispetto ad altri Paesi europei. Se prima della Pandemia erano circa 2.003.000, al quarto trimestre del 2020 sono saliti a 2.066.000.

 

‘GARANZIA GIOVANI’ vs DISOCCUPAZIONE: 1-0

Hai meno di 30 anni? Non lavori e non studi? Vuoi imparare, fare corsi, fare esperienza?

I giovani vogliono pareggiare i conti col Covid e con le aspirazioni. Anche nel 2021, il Piano europeo per favorire l’occupazione giovanile prosegue. E l’Italia ci riprova.

Il programma Garanzia Giovani nasce nel 2014 per riuscire a garantire proprio ai giovani (di età compresa tra i 18 e i 29 anni) un’offerta di lavoro valida o un’assunzione con tirocinio o un percorso formativo entro quattro mesi dall’inizio dello stato di disoccupazione o dal termine del percorso di studi formale. Nel 2018 si amplia con l’attivazione di azioni per favorire l’alternanza scuola-lavoro, la conoscenza e l’innovazione digitale. L’Unione Europea ha stanziato finanziamenti per gli Stati con tassi di disoccupazione superiore al 25%, tra cui anche l’Italia. Riparare ai danni economici e sociali dei ragazzi è ancora possibile, allora.

Ogni Regione ha il compito di attuare il piano GG, organizzandolo, coordinandolo, gestendo qualsiasi iniziativa a livello nazionale con l’aiuto dei Centri per l’impiego.

Ma per pareggiare i conti c’è bisogno di più impegno, c’è bisogno che il sistema diventi più capillare, che gli enti per cui si può lavorare e i posti messi a disposizione aumentino, che i bandi siano più variegati. Insomma, c’è bisogno che il mondo che Garanzia Giovani mette a disposizione sia accessibile a tutti, nessuno escluso. E garantire l’accesso a qualsiasi carriera. Forse questa è la strada giusta per quella “esperienza”, di cui si legge nelle offerte di lavoro.

 

IL RECOVERY PLAN SARA’ LA STRADA GIUSTA PER LA NOBILTÀ?

“Il lavoro nobilita l’uomo”, si dice. Ma dove sta il lavoro?

Forse nel Recovery Plan: 337 pagine che forse quasi nessuno leggerà interamente, ma che tutti vorrebbero vedere concretizzarsi. In quelle pagine è probabile ci sia scritto il futuro dei giovani. Ma è un piano che non deve restare solo un elenco di promesse non mantenute.

È un programma di portata e ambizione inedite, che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale; migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori; e conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale.

“Il 40 per cento circa delle risorse territorializzabili del Piano sono destinate al
Mezzogiorno, a testimonianza dell’attenzione al tema del riequilibrio territoriale. Il Piano è fortemente orientato all’inclusione di genere e al sostegno all’istruzione, alla formazione e all’occupazione dei giovani”.

“Nel 2026, l’anno di conclusione del Piano, il prodotto interno lordo sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto all’andamento tendenziale e l’occupazione sarà maggiore di quasi 3 punti percentuali. Gli investimenti previsti nel Piano porteranno inoltre a miglioramenti marcati negli indicatori che misurano i divari regionali, l’occupazione femminile e quella giovanile. Il programma di riforme potrà ulteriormente accrescere questi impatti”.

“Le azioni del Piano sono volte a recuperare il potenziale delle nuove generazioni e a costruire un ambiente istituzionale e di impresa in grado di favorire il loro sviluppo e il loro protagonismo all’interno della società. Nella Missione 1, gli obiettivi trasversali sui giovani sono perseguiti attraverso gli interventi sulla digitalizzazione relativi, tra l’altro, a completare la connettività delle scuole”.

Il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e resilienza – è, in questo momento difficile, un segno di speranza per tutte quelle categorie che pensano di uscire sconfitte dalla partita contro il Covid e la disoccupazione e per tutti coloro che, delusi da un presente buio, pensano di essere già perdenti: i giovani.

“I giovani sono la risorsa della società, la sua energia creativa potenziale. Ed è una rovina ritardarne l’ingresso nel mondo del lavoro”, diceva Alberoni.

Se tutti la pensassero come Alberoni, probabilmente cambierebbe la litania che molti si sentono ripetere durante un colloquio: “Grazie, lei è molto in gamba ma noi stiamo cercando personale con esperienza”, “Ottimo curriculum! Ma lei può capirci, l’azienda vuole assumere gente che ha alle spalle esperienza”, “Le faremo sapere, dobbiamo analizzare il suo CV e vedere se ha altre esperienze”.

L’esperienza è la costante. Sì, l’esperienza i giovani possono averla se l’imprenditore gli consente di farsela. Come, altrimenti, se un’azienda non è disposta a sperimentare? E se un datore di lavoro, non si prenda la responsabilità di investire? Un investimento in capitale umano.

I giovani, ogni giorno, è come se giocassero una partita a scacchi: muovono le pedine per cercare di fare la mossa giusta. Ma quello scacco matto sembra non arrivare mai.

Tutti sono sempre pronti a dire che i ragazzi sono ‘freschi’, pieni di passioni, energia e coraggio ma qualcuno li ha mai davvero ascoltati, concedendogli di mettere tutto questo, in maniera costante e continuativa, a servizio degli altri, del Paese? Perché servono gli anni di esperienza, perché a volte passa avanti chi può, perché non tutti sono disposti a guardare oltre i curriculum, colmando quello che non abbiamo.

E allora: “In Italia per me non c’è posto”; “Il sistema fa schifo, non funziona!”; “Quasi quasi me ne vado”; “Al Sud non considerano noi giovani. Forse salgo al Nord o emigro all’estero. Lì sì che sapranno apprezzarmi”.

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