domenica, 27 Novembre 2022

Giornata contro la violenza sulle donne: “Il sistema giuridico trasforma le vittime in colpevoli”

Femminicidi e violenza di genere sono temi così delicati, vasti e complessi da implicare la necessità di andare oltre i semplici numeri e la superficie dei fenomeni. Spesso però sono solamente gli addetti ai lavori ad avere ben chiare realtà e dinamiche che restano sconosciute al grande pubblico. Per analizzarle abbiamo quindi parlato con chi quotidianamente supporta le donne vittime di violenza.

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Bambini costretti a incontrare il padre violento e madre sospesa dalla podestà genitoriale. Per queste decisioni dei giudici italiani, ritenute lesive per il diritto alla vita privata e familiare di una donna e dei suoi figli, il 10 novembre scorso la Corte europea per i diritti umani (CEDU) ha condannato l’Italia. Questa sentenza, definita storica dalle associazioni a tutela delle donne, può sembrare slegata dal tema della violenza di genere e dei Femminicidi. Tuttavia, quando si parla di tematiche così delicate e vaste, non ci si dovrebbe fermare ai soli numeri e alla superficie dei fenomeni. Serve andare in profondità analizzando implicazioni e testimonianze di vita quotidiana che solo gli addetti ai lavori hanno ben chiare. Per capire quindi meglio le tante realtà che stanno dietro a Femminicidi e violenza di genere, abbiamo parlato con chi quotidianamente supporta le donne vittime di violenza, Rosanna Bartolini, vice Presidente dell’Associazione Casa delle Donne contro la violenza di Modena.

Uomini e padri violenti

La sentenza della CEDU non riguarda un caso di violenza familiare isolato. Risale allo scorso ottobre la vicenda del padre 35enne che si è barricato in casa a Roncadelle, nel Bresciano, con il figlio di 4 anni, dopo averlo sottratto all’assistente sociale durante un incontro protetto. La liberazione del bambino è avvenuta solo dopo una lunga opera di intermediazione da parte delle Forze dell’Ordine durata tutta una notte. Il padre è stato arrestato con l’accusa di sequestro di persona. All’uscita dall’appartamento di Roncadelle il Procuratore Capo di Brescia, Francesco Prete, ha rilasciato una dichiarazione al TG3 edizione delle 12 di giovedì 6 ottobre: “La questione si è risolta e il bambino verrà portato ora in un luogo di sua pertinenza. (L’uomo) si è pentito di quello che ha fatto. Adesso faremo le nostre attività ordinarie. Capiamo in qualche misura le motivazioni di un gesto che resta dissennato, però è il gesto di un padre in difficoltà“. Aggiungendo poi che il reato di cui l’uomo è accusato “tecnicamente è un sequestro di persona“.

Dottoressa Bartolini, partiamo proprio da queste dichiarazioni. Come risponde alle parole del Procuratore Capo Francesco Prete?
“I commenti di un rappresentante dello Stato su quanto accaduto sono preoccupanti e sono essi stessi parte del problema. Nelle parole del Sostituto Procuratore non c’è una singola parola per la madre e soprattutto per quel bimbo di 4 anni che ha assistito a una giornata e una nottata di terrore. Siamo di fronte a una separazione per motivi di violenza: un uomo, con precedenti penali e potestà genitoriale sospesa che poteva vedere il bimbo solo in incontri protetti, poiché aveva aggredito la ex moglie e il suo avvocato. Ha modificato una pistola scacciacani in una che poteva uccidere e ha rapito il figlio minacciando con quell’arma l’assistente sociale. Si è barricato in casa per una notte intera. Il presunto pentimento e l’essere “un padre disperato” è insufficiente a minimizzare la gravità dell’accaduto. Non si tratta di un gesto d’impeto, ma la continuazione di atti violenti e di prevaricazione. Chissà per quanto tempo quella madre e soprattutto il bambino porteranno i segni delle azioni di questo padre violento e pericolosissimo“.

Dietro i femminicidi, dietro le morti di donne, ci sono spesso figli che restano orfani delle proprie madri. Che tipo di padri sono gli uomini che si macchiano di questi reati?
“Nella mia esperienza, di tutte le donne che ho incontrato, la maggior parte ha dei compagni che non vogliono veramente bene ai figli. Li usano per colpire le madri. Sentendo le storie che ci raccontano le donne io faccio molta fatica a leggerci amore. È piuttosto “sono i miei figli ed essendo miei, io ne posso disporre, io devo poter decidere, io devo poterli vedere”. Non c’è un approccio altruistico “io amo i miei figli e se questi vogliono stare con la madre o se non mi vogliono vedere avranno le loro sante ragioni. Sono sempre padri che concepiscono i figli come una loro proprietà, non sono persone autonome. Nella maggior parte dei casi questi uomini sono totalmente assenti dalla gestione dei figli, finché non si separano. Dopo la separazione iniziano ad avere delle pretese: vogliono vedere i figli come e quando vogliono loro. E se i figli non vogliono vederli, è sempre colpa della madre, è lei che è manipolatrice. Ma nella realtà che osserviamo, sono padri che non pagano l’assegno di mantenimento, non pagano le spese di base per i figli, staccano le utenze quando sono obbligati a lasciare la casa o obbligano i figli a vederli anche quando non vogliono. E spesso quando i figli non vogliono vedere il padre è perché hanno paura. Se una persona ha delle modalità prevaricatrici, aggressive e la mentalità del controllo verso una donna, le avrà anche verso i figli”.

Nonostante la separazione avvenga a causa della violenza maschile, il padre può comunque continuare a vedere i figli. Può spiegarci meglio questo aspetto, a cui spesso non si dà la dovuta attenzione?
“In Italia esiste la la perfetta bigenitorialità. Per questo un uomo può avere delle condanne anche elevate per maltrattamenti e ottenere comunque l’affido congiunto, quindi la possibilità di vedere i bambini al 50% del tempo. Tutt’ora il sistema giuridico penale e civile non si parlano. E il tema degli affidi sta diventando un motivo per cui le donne tornano ai centri antiviolenza. Una donna che ad esempio ha fatto tutto il percorso, che magari è stata in casa rifugio, quando “le cose dovrebbero essere più normali” torna disperata, perché a causa dell’affido congiunto non riesce a liberarsi dalle violenze psicologiche dell’ex compagno. I momenti di scambio dei figli sono occasioni per il maltrattante per continuare ad agire quelle violenze, per cercare vendetta e imporre degli impegni economici. Abbiamo donne che sono in causa di affido da anni, perché l’ex partner continua a denunciarle, a chiedere, a fare ricorso al giudice per ottenere l’affido esclusivo dei figli, che magari non vogliono stare con lui. Incontriamo donne ridotte sul lastrico perché non hanno i soldi per pagarsi l’avvocato, mentre il maltrattante continua a denunciarle e chiedere CTU consulenze tecniche di ufficio nelle cause di separazione.”

Questo “non parlarsi” del sistema penale e civile di cui accennava, è un problema inerente alla struttura del nostro sistema giudiziario?
“È un problema di formazione di chi lavora nei tribunali, degli avvocati, della polizia, ma anche un problema di sistemi. È necessario rimettere mano alle leggi. Si deve chiarire che in caso di presenza di una denuncia penale deve essere seriamente messa in discussione la possibilità di un affido congiunto. L’aberrazione del nostro sistema è che la donna che denuncia maltrattamenti e chiede la separazione finisce sotto la lente di ingrandimento del sistema giuridico. I giudici, in presenza di denunce per maltrattamenti, presuppongono che esista “conflittualità” tra i coniugi e dispongono di valutare la capacità genitoriale a entrambi, come se “vittima” e “carnefice” fossero alla pari. Riteniamo che questo sia un grandissimo pregiudizio che distorce la lettura della violenza di genere. Viene data una lettura individualistica e sanitaria della violenza: lui è “matto” e anche tu sei “matta”, visto che stavi con lui. Abbiamo visto donne ritirare denunce per paura. Per paura di perdere i figli, perché magari CTU e servizi sociali fanno pressioni per ridurre la conflittualità”.

Non solo numeri, le realtà dietro le statistiche

Il 21 novembre è stato presentato il terzo report interforze Il pregiudizio e la violenza contro le donne“, curato dalla direzione centrale della Polizia Criminale. Il documento riporta che nei primi nove mesi del 2022 sono stati commessi 221 omicidi. Di questi 82 hanno avuto vittime femminili. In ambito familiare e affettivo se ne sono registrati 97, dei quali 71 con vittime donne. Di questo numero complessivo, 42 sono state uccise dal partner o dall’ex.

Stando ai numeri la violenza di genere risulta essere un fenomeno stabile, radicato, privo della componente emergenziale e temporale che spesso gli viene attribuita. Per voi si tratta di numeri nuovi o di realtà di cui siete ben consapevoli?
“Va detto innanzitutto che a differenza di quello che leggiamo in certi articoli propagandistici, non c’è una emergenza sicurezza in Italia. Il nostro Paese è molto più sicuro oggi di quello che era 20 anni fa. I numeri mostrano che vengono uccisi più uomini che donne. Tuttavia negli ultimi anni c’è stata una drastica diminuzione degli omicidi di uomini, mentre quelli di donne sono stabili e non diminuiscono. Essere italiana e vivere in Italia ti espone al rischio di essere uccisa da un uomo con cui sei in una relazione di intimità. Tendenzialmente il trend delle donne che vengono uccise è sempre fermo alla statistica di 1 donna ogni 3 giorni dal 2000 ad oggi. E, da statistiche Istat e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 nell’arco della vita incontra o ha a che fare o con una aggressione fisica legata al proprio partner o con una violenza sessuale o una molestia sessuale. Quello che vediamo lavorando nei Centri antiviolenza è in realtà una tendenza in continuo aumento delle donne che chiedono aiuto: le cifre della violenza sulle donne registrano ogni anno un +5% / +10%, confermato anche quest’anno. Anzi, questo 2022 ci sta mettendo a dura prova, perché abbiamo numeri che non abbiamo mai avuto in 30 anni di attività. I Centri antiviolenza che gestiamo registravano circa 400 donne all’anno. Quest’anno probabilmente arriveremo a 500. Sempre più donne chiedono aiuto e la nostra lettura è che ci sia un sommerso che non era mai arrivato ai centri antiviolenza”.

Il report segnala che i femminicidi sono avvenuti in ambito familiare/affettivo o sono stati perpetrati da partner o ex partner, distinguendo il numero di vittime nei due casi. Eppure non sembra che passi questa radice familiare e affettiva della violenza di genere, se non nella dimensione emergenziale del fenomeno…
“Nell’immaginario di chi sta seduto comodamente sul divano e vuole credere ancora che la società sia fatta da “famiglie del Mulino Bianco”, è difficile rendersi conto che ci si potrebbe trovare in quella situazione. Il fatto che i femminicidi non si spostino da quella triste statistica è perché la nostra società non sta cambiando in maniera significativa, almeno dal punto di vista della lettura che hailruolo della donna all’interno della famiglia. Noi continuiamo a rimanere un Paese estremamente arretrato rispetto ai diritti e al ruolo delle donne. C’è sicuramente ancora un modello di società patriarcale che è introiettato in maniera massiccia a tutti i livelli e dalla maggior parte degli uomini. Inoltre non c’è una seria messa in discussione della mascolinità, di quello che vuol dire “essere uomo” e di tutto ciò che ne consegue. Basta poi vedere il modo in cui vengono descritti i femminicidi. Nella nostra pagina Facebook, dove rilanciamo notizie attinenti a tutto il tema della violenza di genere, a volte non condividiamo alcuni articoli perché sessisti e offensivi della dignità della vittima. È sempre la solita narrazione culturalmente stereotipata: lui disperato soffriva così tanto che ha dovuto togliere la vita a lei e ai figli”.

Nei media si tende a descrive il femminicidio collegando l’azione a un momento di “momentanea pazzia” dell’uomo e riducendolo a un evento a sé stante. Come vi ponete di fronte a questo modello di comunicazione?
“Una cosa che contestiamo sempre è la narrazione, come se questi episodi non fossero collegati ad altro e non è mai così. Un uomo non uccide una donna solo perché viene lasciato se prima non c’era comunque una relazione violenta. Magari non si trattava di violenza fisica, ma sicuramente era una relazione di controllo, gelosia e possesso. Altrimenti come è possibile pensare che un uomo ammazzi la moglie solo perché viene lasciato? Ma è difficile pensare che chiunque possa essere un maltrattante. E molto spesso, come donne, non riceviamo una educazione e una formazione che ci faccia capire cosa è giusto e cosa è sbagliato in amore. L’idea del rapporto di coppia che piace alle bambine è del principe che ti salva e si prende cura di te. Intorno ai 20 anni però, quando iniziamo a costruire queste relazioni, scopriamo che in quel modello in cui l’uomo ti protegge e porta a casa i soldi, se provi a dire che vorresti separarti, lo stesso uomo te la farà pagare per il resto della vita. Perché per lui è inconcepibile essere lasciato o rifiutato: tu sei sua, sei la sua “principessa”, sei quella che gli fa fare “la buona vita”. Di questa concezione per cui “tu donna non puoi rifiutarmi, non puoi interrompere questa relazione” non si parla abbastanza”.

Cosa manca per accelerare il necessario cambiamento culturale, per cambiare la prospettiva in cui siamo cresciute e in cui le bambine continuano a crescere?
Non c’è stata ancora una seria proposta di inserimento obbligatorio dell’educazione al rispetto o anche di educazione affettiva nelle scuole.
“Sarebbe sufficiente inserire anche poche ore, ma in tutti gli ordini e gradi. Non c’è una seria formazione delle nuove generazioni, tant’è che nei centri antiviolenza continuiamo a vedere tante ragazze giovani. Noi abbiamo una grande concentrazione di donne tra i 30 e i 50 anni, anche con figli, ma con grande sorpresa, continuano ad arrivare tantissime ragazze vittime di molestie, di violenze sessuali e di maltrattamenti di coppia, anche se paradossalmente non c’è ancora una convivenza. Dal punto di vita culturale quindi il cambiamento sta avvenendo così lentamente che ci troveremo con questi numeri per tanti anni se non viene fatto qualcosa di incisivo. Devono essere messe in campo delle serie risorse, perché il piano antiviolenza che finanzia i centri è fermo dal 2020 e non lo si sta rifinanziando. Lo stesso Codice Rosso è stato fatto praticamente a risorse zero. Ma se si ritiene, giustamente, che la violenza sulle donne sia un problema importante, allora è necessario metterci delle risorse. Se si vuole cambiare la cultura si deve anche essere coerente nei messaggi. Il tema della violenza di genere non può essere trattato e risolto con il report elaborato una volta all’anno. Non se ne può parlare solo il 25 novembre con le panchine rosse e le scarpette rosse. Ma questo è l’approccio della politica adesso”.

Più o meno dopo ogni femminicidio, tra i commenti che si leggono, rientra spesso anche il “Perché lei non lo ha lasciato?”. Considerato che la domanda giusta  è “perché lui non la smetteva di picchiarla?”, come giudica questa reazione purtroppo frequente e diffusa?
“La propaganda che leggiamo nei giornali ci dice “Donna denuncia, vai via, denuncia e separati”. Perfetto. Peccato che nella realtà dei fatti uscire da una relazione violenta è veramente difficile. Ma non perché la donna sia indecisa. Questa è la parte minore che noi come centri antiviolenza riusciamo a gestire e a risolvere. È solo una questione di tempo. Il problema è il “dopo”. E adesso, nel post pandemia, vediamo un impoverimento delle donne tale da complicare i percorsi che erano già avviati. Ad esempio, la donna che ha deciso di denunciare e di separarsi, si trova senza lavoro. Oppure è l’uomo che, con la scusa di essere disoccupato, non paga più l’assegno di mantenimento. Il problema più grosso è quello dell’abitazione: è difficile trovare una casa in affitto se sei una donna sola con dei figli. Stiamo iniziando ad avere in accoglienza nei centri antiviolenza tante donne la cui età è superiore ai 60 anni. E per una donna che è stata 30 anni con lo stesso uomo, che non ha lavoro e forse nemmeno la pensione, è veramente difficile allontanarsi dal maltrattante. Quindi il “denuncia, fai le valigie ed esci di casa” è uno slogan molto distante da quello che succede veramente nella vita delle donne”.

Oltre ai punti di miglioramento di cui ha già parlato e delle lacune di cui avete testimonianza quotidiana, cosa potrebbe suggerire per andare nella direzione giusta nella lotta alla violenza di genere?
“Quando mi capita di essere intervistata la mia risposta è sempre uguale: bisogna prendere la Convenzione di Istanbul e applicarla. Contiene tutto ciò che serve. Ed è infatti sulla Convenzione di Istanbul che l’Italia è già stata richiamata varie volte in relazione al sistema giudiziario. Il CEDAW, Comitato indipendente che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, ha richiamato il nostro Paese perché archivia la maggior parte delle denunce per maltrattamenti in famiglia. Non si arriva a un processo, ci si ferma alle indagini. Dopo le indagini il magistrato decide che non ci sono degli elementi per avviare un processo. Quindi la donna sostanzialmente non viene creduta. E le statistiche sono che 1 denuncia su 2 non arriva a processo, si ferma prima. Oltre a ciò l’Italia è stata richiamata per i procedimenti di affido dove le donne vengono vittimizzate o addirittura vengono allontanati i figli”. Proprio come è successo con la sentenza dello scorso 10 novembre.

Nata nel 1991, l’Associazione Casa delle Donne contro la violenza di Modena è tra le fondatrici di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, gruppo di 83 associazioni sul territorio italiano che gestisce oltre 100 Centri Antiviolenza e più di 50 Case Rifugio. L’Associazione Casa delle Donne contro la violenza di Modena svolge il suo servizio in tre direzioni: ospitalità e sostegno alle donne vittime di violenza domestica, supporto alle ragazze vittime della tratta e alle donne migranti che si trovano in situazioni di difficoltà nel corso del progetto migratorio.

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