venerdì, 12 Agosto 2022

Scroscio di applausi alla crisi di governo

Difficile riuscire a partorire analisi complete riguardo alla crisi di governo occorsa ieri. Tante dinamiche sono ancora in divenire, ma alcune considerazioni, su convinzioni ribaltate e leader in preda al caos, si possono comunque fare.

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Forse è troppo presto per fare un’analisi della Crisi di Governo occorsa ieri, anche perché ancora in atto. Certo è che alcune considerazioni ponderate possono essere comunque fatte. In primis, la mossa del Presidente della Repubblica di parlamentarizzare la crisi. Un gesto, in estrema ratio per ricucire uno strappo che, al termine di una lunghissima giornata, sembra impossibile da ricomporre. Sergio Mattarella chiama alla responsabilità, in una visione totalmente appoggiata da Mario Draghi salito al Colle per forza di cose, tornatosene con l’idea di comunicare le sue dimissioni mercoledì prossimo alle Camere.

La coerenza di Mario Draghi

Restando nel campo delle ipotesi, forse Draghi è davvero convinto di lasciare. Una maggioranza che, a memoria, non ha permesso all’ex numero uno della Bce di far uscire una singola norma con il beneplacito di tutta la maggioranza. Probabilmente, una conseguenza di quel fritto misto, di per sé difficile da digerire, che lo ha portato ad essere Presidente del Consiglio. Ma è proprio nella generazione del Governo Draghi che emerge la coerenza di quest’ultimo. Dall’inizio, infatti, chiarì che non si sarebbe prestato ai calcoli elettorali dei partiti e – piaccia o meno – è stato coerente. Il banchiere senza cuore (barzelletta raccontata alcuni giorni fa ndr) si è quindi sentito solo; come il Saul di alfieriana memoria ha preso coscienza di sé ed acquistato così una nuova dignità, politica in questo caso. Le dimissioni, per proseguire con la metafora, hanno il sapore della morte da re di Saul, mentre cade trafitto sulla sua spada. Ma fino a mercoledì prossimo le giornate si dilateranno e ci sarà il tempo per ponderare tutte le scelte del caso.

Un nuovo Conte

Per un eroe tragico, uno tragicomico. Che poi, se ci si ferma un attimo a pensare, Giuseppe Conte è la stessa persona che ha guidato un Paese intero ad uscire fuori da una pandemia globale. Un atto nobile nei metodi e nel risultato, in un momento in cui serviva umanizzare tutto il necessario. Ma chi conduce non sempre è bravo anche a gestire, la storia è ricca di esempi in tal senso. Un partito ricevuto più per tarpare le ali a qualcuno, piuttosto che per volontà del Movimento. Almeno, stando agli ultimi scossoni interni, è una lettura che regge. Da essere un’autentica icona pop nel panorama politico, tanto da avere fanpage sui social dedicate, al fastidioso Conte che tormenta Mariano Giusti (Corrado Guzzanti) nella serie tv “Boris”. Dopo ieri, in effetti, verrebbe proprio da dire “Sto Conte, sto cà“.

I Dem e il ruolo di mediazione

Parafrasando sua eccellenza Padmé Amidala, “è così che muore il punto di riferimento dei progressisti: sotto scroscianti applausi“. La dichiarazione di non partecipazione al voto del M5stelle tra gli applausi scroscianti dei propri senatori è stata la fine di un abbaglio accecante preso dal centrosinistra sulla figura di Giuseppe Conte. Un Presidente del Consiglio quasi per caso, che dall’alleato “leghista” ha preferito quello “piddino” come un Depretis qualsiasi. Un leader di partito capace di buttare in aria un governo per via di un inceneritore, utile o meno a Roma non importa. Una scelta quella di lasciare il governo che peserà, in quanto arriva durante una guerra in Europa, una crisi economica alle porte, l’inflazione alle stelle e il PNRR ancora tutto da implementare. Sfuma così il campo largo tanto invocato da Letta, ormai diventato campo vuoto. Se il fronte progressista resisterà, in qualche modo, lo si dovrà al Partito Democratico. Perché i Dem, piacciano o meno, sono gli unici capaci di avviare una ricostruzione resa difficile da chi si reputa “più puro dell’altro“.

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