venerdì, 1 Luglio 2022

Cent’anni fa nasceva Enrico Berlinguer: le sue intuizioni restano attuali ancora oggi

Ricorre il centenario dalla nascita di Enrico Berlinguer, una figura importante per la storia italiana ed europea, che ha saputo analizzare il presente e intuire il futuro.

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Cento anni. È da qualche giorno che penso a questo lasso di tempo. Ad esempio, se oggi 25 maggio andassimo a ritroso di 100 anni, ci ritroveremmo al 25 maggio 1922. Di questo arco temporale preso in considerazione, io non posso dire di averne vissuto nemmeno un quarto. E allora perché mi trovo a scrivere di un uomo nato 100 anni fa? Perché dopo aver visto un documentario su di lui ho pianto? Ma soprattutto perché ho i brividi nel rivedere quel comizio a Padova datato 7 giugno 1984, in cui viene colpito da un ictus che lo costringe ad una pausa mentre si apprestava a dire: “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”.

La risposta per quanto scontata e semplice è solo una: Enrico Berlinguer è parte della storia italiana ed europea. Il tentativo maldestro di ricordarlo, da parte di chi non lo ha vissuto, va a placare l’esigenza di smentire i “vincitori del presente” come li definisce Mario Tronti nel suo ultimo libro “La saggezza della lotta“. Questi individui vorrebbero sterilizzare anche la memoria del passato, le lotte e i tentativi che ci sono stati per tentare di trasformare le nostre società e conquistare libertà per tutti.

C’è chi ha già decretato la ineluttabilità delle disuguaglianze, delle guerre, dello sfruttamento di risorse naturali e umane. Ma in questo presente c’è ancora chi è alla ricerca di un nuovo percorso di riscatto e di liberazione, di un nuovo soggetto che si faccia carico del lavoro di emancipazione sociale, civile, politica. Il post Berlinguer può essere il tempo della resa e dell’adeguamento alle nuove forme di dominio oppure il tempo di un nuovo pensiero in grado di tenere insieme realismo e utopia.

Le crisi della politica

È evidente che negli ultimi anni stiamo assistendo ad una crisi della politica, in cui i paradigmi fondamentali con cui osserviamo le sorti delle stesse nostre democrazie, sono messi in discussione. Modelli emersi dai conflitti del ‘900 e dalle troppe speranze dopo la caduta del muro più alto e più simbolico. È tutto tornato in discussione per via di una pandemia che ha aumentato e evidenziato, qualora ce ne fosse il bisogno, le disuguaglianze. Qualsiasi confronto e dialogo adesso è semplificato al massimo in 2 posizioni, senza prendere in considerazione le zone grigie. In più, sotto i nostri occhi, si sta combattendo una guerra nel cuore d’Europa.

La lucidità dell’analisi

I motivi per cui, a 100 anni dalla sua nascita, si ricorda Enrico Berlinguer vanno al di là di fattori meramente celebrativi. Al di là delle diverse valutazioni storiche e delle diverse idee politiche, al di là di un’eredità pesante di cui nessuno a sinistra può oggi dichiararsi erede. La figura dell’ex Segretario del più forte Partito Comunista occidentale ci parla ancora per la sua profonda intuizione dei nuovi problemi che stavano cambiando la fisionomia del mondo contemporaneo. Un capitalismo, già ai tempi, insensibile verso la sostenibilità ambientale, produttore di nuove disuguaglianze. Dall’altro lato, un socialismo incapace di ripensarsi e rinnovarsi oltre i modelli e le incrostazioni del passato.

Ci si rivolge ancora a Berlinguer soprattutto per la ricerca spasmodica di una nuova buona politica, capace di tornare ad offrire ai più, frammenti di speranza. Capace di tornare nelle piazze, che è diverso dal fomentare la pancia delle piazze. Una politica capace di educare ed uscire dalle torri d’avorio nelle quali pensa di poter analizzare la realtà. È giunto un nuovo tempo pronto ad accogliere confronti sulle prospettive della nostra democrazia.

Il “compromesso storico”, lo schiaffo a Mosca e l’idea di NATO

Enrico Berlinguer è stato, tra le altre cose, l’uomo che ha voluto il “compromesso storico“. Il politico sardo è stato lucido anche nell’analisi della situazione geopolitica internazionale. In alcuni articoli pubblicati nell’ottobre 1973, subito dopo il colpo di stato militare in Cile che aveva rovesciato il governo di Allende, Berlinguer scrisse: “La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico, rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.

Berlinguer scartava una “alternativa di sinistra” per la guida del Paese e proponeva una “alternativa democratica”, cioè una collaborazione delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica.

Con la sua linea politica, Berlinguer andò apertamente contro il dogma sovietico, segnando una svolta storica negli equilibri geopolitici. Nella visione del suo segretario, il PCI doveva diventare un partito autonomo, ma l’Urss non la condivideva. Per Enrico Berlinguer, preferire la NATO al Patto di Varsavia non era un avvicinamento agli Stati Uniti ma la consapevolezza di un cambiamento necessario da attuare per occidentalizzare il partito e inserirlo in un contesto democratico. In questo modo, il partito non sarebbe più stato suddito di Mosca, ma capace di concepire la NATO come un’organizzazione di difesa e non come uno strumento dell’imperialismo statunitense.

Qualcuno era comunista

Non sono un comunista perché la storia oggi ci mette davanti sfide per la quale c’è bisogno di nuovi paradigmi. Ma la figura di Enrico Berlinguer continua ad affascinarmi. Mi ha stupito quando si presentò al Cremlino per l’anniversario dei 60 anni dalla rivoluzione d’Ottobre e disse che “la democrazia è un valore universale“. Mi ha stranito sapere che aveva il rispetto anche di chi non la pensava come lui. Non l’ho vissuto, l’ho solo studiato e conosciuto attraverso libri di storia e documentari ma stranamente ne sento la mancanza. Capisco quindi perché Giorgio Gaber cantava che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona“.

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