giovedì, 18 Luglio 2024

Bioetica e sostenibilità, il benessere non è solo umano. Mori: “Coltivare responsabilità sociale e ambientale. Ne va del nostro futuro”

Urge pensare a quanto un mancato sviluppo sostenibile finisca per incidere non solo sul destino ambientale e sui cicli vitali degli animali, ma anche sui nostri, partendo dal momento in cui nasciamo, per arrivare alla qualità della nostra esistenza e al modo in cui moriamo, fasi legate a doppio filo con i processi di sostenibilità sociale, politica e sanitaria. Ne abbiamo parlato con il professor Maurizio Mori, presidente della Consulta di Bioetica Onlus. L'associazione ha organizzato il "Corso estivo in Bioetica e Sviluppo Sostenibile", che si terrà all'Università di Urbino dal 28 agosto al 3 settembre.

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Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra. Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita“. Così nel 1979 il filosofo tedesco Hans Jonas teorizzava con una stupefacente lungimiranza il “principio di responsabilità“. Una riflessione etica e bioetica che forse per la prima volta ha posto l’uomo a tu per tu con la natura, facendo sì che si interrogasse sui doveri che ha nei confronti dell’ambiente, del mondo animale e degli ecosistemi, obblighi morali di cui deve tener conto soprattutto per la sopravvivenza delle nuove generazioni.

Un pianeta fagocitato dalla plastica, un mare divenuto cloaca di rifiuti, città abitate dalle auto, in cui imperano colate di cemento e inquinamento acustico, la crisi climatica, l’utilizzo esasperante di combustibili fossili, l’estinzione di intere specie animali, sono solo alcuni aspetti drammatici di cui sentiamo tanto parlare negli ultimi decenni e di cui probabilmente stiamo solo ora iniziando a prendere consapevolezza. Lo dimostrano il prolificare di movimenti ambientalisti, i Fridays for future, la marea di gruppi giovanili brutalmente detti “ecovandali“, che manifestano ovunque, imbrattando con vernici vegetali e sempre lavabili monumenti e opere d’arte; un modo forte per porre sotto i riflettori l’urgenza di politiche sostenibili che cerchino finalmente di correre ai ripari e proteggere quel poco che è rimasto del nostro pianeta. Jonas sicuramente avrebbe apprezzato gli slanci di questa green generation che dimostra di sentire urlare dentro quel senso di coscienza collettiva e responsabilità che i nostri avi non hanno avuto la cultura, né forse il tempo di ascoltare.

E per accrescere questo pensiero critico bisogna andare ben oltre i singoli sintomi di quest’ambiente ammalato, pensare a quanto un mancato sviluppo sostenibile finisca per incidere non solo sui cicli vitali degli animali, ma anche sui nostri, partendo dal momento in cui nasciamo, per poi arrivare alla qualità della nostra esistenza e finendo al modo in cui moriamo, che è legato a doppio filo con i processi di sostenibilità sociale, politica e sanitaria. Ne abbiamo parlato con Maurizio Mori, già docente di Filosofia Morale all’Università di Torino, presidente della Consulta di Bioetica Onlus e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, con cui abbiamo discusso in svariate occasioni di inizio e fine vita. L’associazione guidata dal professore ha organizzato il “Corso estivo in Bioetica e Sviluppo Sostenibile“, che si terrà all’Università di Urbino dal 28 agosto al 3 settembre. La summer school è patrocinata dal “Master in Bioetica, Pluralismo e Consulenza Etica” dell’Università di Torino, dall’Università Carlo Bo di Urbino, dall’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Pesaro, con la collaborazione dell’Azienda Cariaggi e il supporto dell’Associazione Marchigiana Sclerosi Multipla e altre malattie neurologiche. Un percorso accademico stimolante e attualissimo per cui sono ben accette anche iscrizioni tardive; le lezioni sono in presenza o è possibile parteciparvi da remoto. Chi fosse ancora interessato e voglia avere maggiori informazioni a riguardo può inviare una e-mail a [email protected].

Professore la “sostenibilità” come viene declinata in ottica bioetica?
“Bella domanda. Nel suo mezzo secolo di storia la bioetica ha approfondito le conseguenze etiche della rivoluzione biotecnologica, che ha posto questioni inerenti la sfera medica e biologica, questioni legate alla cura dei viventi umani e non umani. Nei primi decenni l’attenzione della bioetica è stata polarizzata dall’esigenza di affermare i diritti di libertà, l’autonomia dei soggetti nelle scelte sulla propria salute, poi lo sguardo si è ampliato includendo le tematiche legate alla responsabilità sociale e ambientale. Le emergenze – economica, pandemica e sociale – stanno sollecitando la bioetica a un allargamento allo sviluppo sostenibile, definito come “lo sviluppo che soddisfa i bisogni della presente generazione senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. (Commissione Brundtland, Our Common Future, 20 marzo 1987, ndr). Vede, una volta si pensava che le risorse al mondo e le nostre capacità di interferire con l’equilibrio globale fossero irrisorie, e quindi quando qualcuno buttava via un pezzettino di carta, poi ci pensava la natura a riciclarlo. Ma oggi siamo diventati così tanti che non possiamo più permettercelo. Pensi a Giulio Natta, l’inventore della plastica, premio Nobel per la chimica nel 1963. Allora era meraviglioso e straordinario pensare a quella immensa scoperta, per di più italiana. Oggi invece abbiamo compreso che la plastica è pressocché indistruttibile, motivo per cui abbiamo un grande problema di smaltimento. Allora la sostenibilità è il far sì che i cicli naturali si mantengano, che non è uguale a sostengano; questa è l’idea centrale ed è uno dei problemi più complicati. Filosoficamente c’è chi dice che va mantenuta la natura di per sé, il cosiddetto equilibrio naturale. Io non sono di questa idea: la sostenibilità è sempre a favore del maggior numero di benessere che si provoca, e il benessere non è solo umano, ma anche di tutti coloro che sono capaci di provare, di sentire. Una volta si pensava che fosse importante riuscire a ottenere maggiore guadagno anche inquinando, oggi ci si è accorti che ovviamente inquinando troppo finiamo per farci del male”.

Quanto un corso in bioetica e sviluppo sostenibile può aiutare ad affrontare i tempi di oggi?
“La bioetica è nata 50 anni fa in un mondo abbastanza diverso rispetto a questo, basti pensare che all’epoca erano stimate 3 miliardi e mezzo di persone. Oggi siamo probabilmente più che raddoppiati nel numero e ci troviamo dinanzi a molte problematiche di natura ambientale ed etica, dovute al fatto che l’uomo è l’essere vivente più inquinante possibile. Tutto ciò ha cambiato tra le altre cose elementi di geografia profonda. Provi a pensare a quanto sta capitando in alcuni Paesi, come in Niger. Quando io avevo la sua età se lì fosse capitato qualcosa difficilmente sarebbe stato comunicato attraverso i media, invece oggi diventa un problema collettivo. Il quadro globale ora è modificato, allora anche le tematiche bioetiche sono diventate un fattore che prima era quasi marginale, mentre oggi il bio-equilibrio è diventato fondamentale. Ecco che allora anche noi abbiamo voluto soffermarci a riflettere su questi aspetti”.

Qual è il fine di questo percorso e quanto è legato ai temi bioetici di inizio e fine vita?
“Questo corso vuole cercare di dissodare il terreno per aprire una nuova prospettiva, così da sviluppare un’etica della sostenibilità capace di coniugare le istanze dell’autonomia entro un focus ecologico e sociale. L’obiettivo è fornire gli strumenti argomentativi per consentire ai partecipanti di formulare giudizi bioetici in un contesto culturale pluralista, consentendo così un’indipendenza di pensiero. Lo scopo è quello di apprendere un metodo di indagine in ambito bioetico, applicato alla sostenibilità e quindi non solo limitato ai temi di inizio e di fine vita. Viviamo in un mondo in cui ormai riusciamo a controllare la riproduzione, ed è inevitabile che lo sviluppo sostenibile finisca per interfacciarsi anche con la nascita e i diritti riproduttivi. Prendiamo la questione dell’inverno demografico. Cinquanta anni fa, nel ’70, dovevamo essere circa 3 miliardi e mezzo, oggi pare sia nato l’otto miliardesimo. Il problema d’inizio vita è fortemente legato alla sostenibilità, perché c’è da chiedersi se tra 50 anni saremo 16 o ancora 8 miliardi. Questo si collega con l’urgenza della sostenibilità ambientale, è un circolo vizioso. Vede, io appartengo alla cosiddetta generazione dei baby boomer che arriva fino agli anni ’60, rendendo chiaro il fatto che ci sia un’unione tra l’inizio vita e la sostenibilità. I temi d’inizio vita sono caratterizzati anche dal controllo della riproduzione umana e animale oggi possibile, un controllo che elimina la selezione naturale. Ci siamo lasciati alle spalle un mondo in cui il controllo della popolazione era darwiniano, cioè selezione naturale, e siamo entrati in un nuovo mondo in cui ci sono elementi di cultura, con cui dobbiamo fare i conti”.

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