domenica, 21 Aprile 2024

Il presidente Giorgia, il filosofo femminista sul linguaggio di genere: “Cambiamento passa dai modi di esprimerci” – VIDEO

"Il femminismo è un cambiamento sociale che inizia soprattutto da sé". Così il filosofo/blogger femminista Lorenzo Gasparrini. La scelta della Meloni di farsi chiamare "il premier" ha riacceso il dibattito.

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Le polemiche nate a seguito della decisione di Giorgia Meloni di essere definita il Presidente del Consiglio e non la Presidente del Consiglio hanno riportato il linguaggio di genere a essere un argomento di stretta attualità. Tuttavia, l’importanza delle parole nelle declinazioni maschile-femminile-neutro non si limita alle cariche istituzionali, ma si estende a ogni aspetto della quotidianità ed è strettamente legato al sessismo e alla violenza di genere, come affermato dal filosofo/blogger femminista, Lorenzo Gasparrini, che abbiamo intervistato in occasione del convegno Linguaggio di genere-NON SOLO PAROLE.

Cosa significa definirsi femminista per un uomo nel 2022?
“Innanzitutto lo faccio in virtù degli studi che ancora porto avanti, che vengono da quella tradizione. Mi sembra normale definirmi femminista per onestà intellettuale. È quello che studio, è quello che divulgo, le cose di cui parlo fanno parte della tradizione femminista: mi sembra onesto chiamarmi così. Nel 2022 significa essersi resi conto che non è soltanto una disciplina che studi e che riguarda certi argomenti, è un cambiamento sociale che inizia soprattutto da te. Definirmi femminista significa sto su questa strada, sto su questo percorso. Non ho la patente, non sono arrivato in fondo, non ho acquisito tutto quello che mi serve, perché non funziona così. Ci sto provando da molto tempo, è una strada che ho voluto intraprendere perché migliora la mia vita e quella delle persone che ho intorno”.

In che modo la migliora?
“Definendo meglio tutta una serie di poteri che noi usiamo con le relazioni che abbiamo, poteri che spesso non identifichiamo, non sappiamo identificare, a cui non sappiamo dare il nome corretto, non sappiamo bene da dove vengono, ma fanno molto male alle persone intorno a noi e a noi stessi, proprio perché non ci rendiamo conto realmente di che poteri sono”.

Prima parlava di stereotipi di genere. Può dirci qualcosa a riguardo?
“Li usiamo continuamente e per certi versi il loro uso è così familiare, così abituale, che ci sfugge quanta forza hanno nel determinare i rapporti tra le persone. Rendersi conto di certe forze non vuol dire smettere di parlare, non si può più dire niente, non mi posso più comportare in un certo modo, significa che tu puoi fare le stesse cose ma in un modo che non è offensivo, che non è discriminante, che non aziona dei poteri fastidiosi, disturbanti, molesti, che provocano delle azioni che non vuoi provocare ma che stanno in quelle parole, stanno in quel gesto, stanno in quel modo di comportarti che hai acquisito come normale e invece non è normale”.

Per la prima volta nella storia abbiamo un Primo Ministro donna. A prescindere dall’ideologia politica, cosa pensa a riguardo? Reale conquista o consapevole ritardo?
“Nessuna delle due. Nel senso che, se a un livello di immagine, di rappresentazione, ovviamente colpisce che per la prima volta nella storia abbiamo un Presidente del Consiglio donna, questo innanzitutto dovrebbe farci riflettere sul perché finora non è accaduto. Perché il fatto che adesso abbiamo un Presidente del Consiglio donna non significa che adesso è possibile, era possibile da sempre, la legge lo permetteva dal ’46, da quando abbiamo questa Costituzione. Ci dovremmo chiedere perché finora non è successo? Ci sono state donne che potevano tranquillamente avere quel ruolo, pur con tutte le difficoltà dei decenni scorsi, dei tempi passati, ma non è successo. È successo adesso. Questo da una parte è significativo, dall’altra ci deve aprire delle domande: basta questo? Cioè, il fatto che una donna sia arrivata al punto più alto del potere esecutivo migliora effettivamente la vita di tutte le altre? Secondo me no. Secondo me serve che molte più donne arrivino in molti più luoghi perché si attui questo cambiamento. Certo, è un esempio importante, è un esempio significativo, ma non ci facciamo niente se questo stesso esempio non inizia a essere replicato in tanti altri luoghi e tantissimi altri momenti. Rimane un caso unico e non porta a nessun cambiamento”.

Davvero la parità e l’emancipazione femminile passano attraverso le parole?
“Sì, assolutamente sì. Noi purtroppo immaginiamo il linguaggio come una sorta di accessorio delle azioni che facciamo, i fatti sono importanti, non le parole, ma le parole sono fatti. Noi facciamo tantissime cose con le parole, spesso molto importanti, nella vita delle persone e nella nostra stessa vita. Il cambiamento deve passare per i modi che abbiamo di esprimerci, di comunicare, di chiamare, di appellare le persone, i loro lavori e quello che fanno, perché queste parole diverse determinano quei poteri in gioco e che diamo alle persone intorno a noi. Senza questo cambiamento, tutti gli altri potrebbero non avere effetto, potremmo non accorgercene assolutamente perché non li nominiamo, non li vediamo”.

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