giovedì, 9 Dicembre 2021

G20 e Cop26, per respirare aria buona non basta una gita fuori porta

Tra inviti e solleciti, G20 e Cop26 si sono rivelati un fallimento. Le dichiarazioni conclusive sono vaghe e innacquate. Nessuna conferenza sul clima potrà mai essere utile, se diventano incontri per negoziare i propri interessi.

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Il G20 a Roma si è concluso con un nulla di fatto. La Cop26 “un fallimento”. La prima doveva essere l’occasione per preparare il terreno alla conferenza di Glasgow. La seconda si è trasformata in un incontro per negoziare i propri interessi.

Le dichiarazioni dei grandi della Terra hanno poco a che fare con l’intento di cooperare per il bene comune: la tutela del clima. A dirla tutta, un obiettivo in comune c’è anzi due. Limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale. E tagliare le emissioni di Co2 al 45% entro il 2030. Ma nessuno sa ancora come arrivarci. Nessuno vuole arrivarci, quindi ci girano intorno, organizzano incontri e convegni pourparler.

Infatti, le dichiarazioni conclusive, poche, sono state vaghe, indefinite. Come la data prevista per l’azzeramento totale delle emissioni globali “entro o intorno la metà del secolo”. Non è stata nemmeno indicata la data per l’abbandono del carbone come fonte di energia. Dall'”eliminazione graduale”, si è passati ad una “riduzione graduale”. E ad un invito ad aggiornare gli obiettivi di de-carbonizzazione (già fuori tempo di un anno!). E un altro invito ancora ad attivare un fondo di 100 milioni di dollari per i paesi meno sviluppati. Poi sparito e riproposto in maniera più soft sotto forma di sollecito.

Solo due le certezze: il G20 e la Cop26 si sono limitate a ribadire quanto già detto alla Conferenza di Parigi del 2015 e l’obiettivo “zero emissioni entro il 2050” rimane sempre lo stesso punto di partenza sul quale siamo fermi da anni. Perché a molte nazioni, le soluzioni costruttive non interessano. Come alla Cina e alla Russia, i due paesi più legati ai combustibili fossili. La Cina è il paese che emette più gas serra al mondo. Fino a pochi giorni fa, continuava ad accusare gli Stati Uniti di avere emissioni pro capite molto più alte, e di dover essere loro, i primi, a dare il buon esempio.

Poi ha fatto retromarcia e, il 10 novembre insieme agli Stati Uniti, a sorpresa, ha annunciato un’intesa per rafforzare la loro “azione climatica”. Pechino e Washington hanno firmato una dichiarazione comune con l’impegno di mettere in atto misure forti (addirittura) già in questo decennio per ridurre le emissioni e rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi. La Russia, rimasta sempre sulla stessa linea, indica il 2060 come data per l’azzeramento delle delle emissioni. Ma si, prendiamocela con calma..

L’Unione Europea, alle prese con una crisi energetica, vede Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca fare passi indietro rispetto ai loro obiettivi, approfittando dell’impennata dei prezzi dell’energia. Impennata che, in realtà, è una diretta conseguenza proprio dei cambiamenti climatici. Francia e Polonia sostengono fortemente l’idea di dare maggiore importanza al ruolo dell’energia nucleare.

Hanno detto tutto e il contrario di tutto. E il finale è un testo “annacquato”, fatto di inviti e solleciti che non portano a soluzioni concrete e imperative. “Un buon punto di partenza dal quale partire per fare di più”. Forse non hanno capito che alla Cop26 avrebbero dovuto già dare il massimo. Ma non si arriverà mai da nessuna parte se non c’è una comunità di intenti. Nessuna conferenza sul clima potrà mai essere utile, se non cambiano le volontà politiche dei singoli paesi.

Resteranno I nostalgici re – incontri (in questo caso, i primi vertici in presenza dall’inizio della pandemia) dei grandi capi di Stato per non abbandonare vecchie abitudini, vecchi discorsi, vecchi problemi. Come il G20: una piccola gita fuori porta che si è conclusa con il lancio della monetina nella Fontana di Trevi. La tradizione vuole che sia di buon auspicio per fare presto ritorno. Ma se non porteranno nulla di buono, a Roma, noi non li vogliamo più. E li invitiamo a restare a casa loro.

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