domenica, 23 Giugno 2024

Israele, a Gerusalemme prime trattative tra Governo e opposizione: chi sono le forze in campo e cosa chiedono

A presiedere i colloqui il presidente Herzog. La coalizione di Governo, sostanzialmente trainata dal Likud, il partito di Netanyahu, ha ricevuto critiche dalle forze di sinistra ma anche da qualche frangia della destra nazionalista e sionista.

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In seguito alle proteste contro il progetto di Riforma della giustizia che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, si sono riunite a Gerusalemme le forze della coalizione di maggioranza e le forze d’opposizione. il tentativo è quello di riuscire ad avere un colloquio positivo su una possibile risoluzione pacifica di una delle più grandi crisi che lo Stato ebraico sta affrontando dalla sua istituzione. Il Primo ministro, Benjamin Netanyahu, leader del Partito Likud, ha dovuto sospendere le operazioni di riforma a causa delle manifestazioni che hanno paralizzato Tel Aviv, la stessa Gerusalemme, Haifa ed altre città israeliane. A supervisionare il tavolo delle trattative il presidente Werner Herzog.

Dopo tre mesi difficili, il Governo decide dunque di sedere al tavolo delle trattative con le forze d’opposizione. Il ministro della Giustizia, Yariv Levin, aveva annunciato a gennaio il disegno di legge, e da quel momento il Paese è piombato nel caos; nei confronti del Governo si è generata una forte opposizione pubblica che ha portato a scontri tra manifestanti e forze di Polizia, intervenute anche con agenti a cavallo e idranti (come nel caso di Tel Aviv quando centinaia di persone hanno bloccato le vie dell’autostrada). Secondo una dichiarazione dell’ufficio del presidente Herzog, i primi colloqui, tenutisi ieri sera, hanno avuto risvolti positivi e continueranno nei prossimi giorni.

Le forze al tavolo delle trattative

La coalizione di Governo, sostanzialmente trainata dal Likud, il partito di Netanyahu, ha ricevuto critiche dalle forze di sinistra ma anche da qualche frangia della destra nazionalista e sionista. Il Partito di opposizione più attivo nelle proteste è stato Yesh Atid, centrista e laico, guidato da Yair Lapid, Primo ministro fino a dicembre 2022. Lapid, secondo quanto riportato dai media israeliani, vorrebbe una Costituzione “basata sui valori della Dichiarazione d’Indipendenza“. Il Partito di Unità Nazionale, collocato nel centrodestra e promotore di sionismo e conservatorismo, formatosi in occasione delle elezioni del 2022, si schiera contro la Riforma perché riterrebbe che il rischio più grande è quello di privare il sistema giudiziario di apoliticità. Hanno invece disertato la riunione i partiti Yisrael Beytenu e Labor, rispettivamente dell’area nazionalista e socialista, poiché secondo i leader il Governo starebbe soltanto cercando di ottenere consenso per vie traverse; avrebbero comunque reso noto, come riporta The Times of Israel, che verranno inviati delegati a presenziare nei prossimi giorni. Nel frattempo, come riportato da Jerusalem Post, il direttore generale del Partito sionista religioso, Yehuda Vald, ha espresso scetticismo sui negoziati e sul ruolo del presidente Herzog. “Il presidente purtroppo non è obiettivo. Dobbiamo parlare e arrivare a uno schema equilibrato. Ma senza di lui è parte del problema, non della soluzione” ha dichiarato Vald.

Proteste durante i colloqui

Come riportato dai media locali, i sostenitori del Likud, contrari ai negoziati, si sarebbero radunati all’esterno della residenza di Herzog per manifestare il loro dissenso. Le proteste contro il progetto di riforma sono proseguite allo stesso modo a Gerusalemme; 34 gruppi avrebbero inviato una lettera ai leader di opposizione chiedendo l’immediata ritirata dai colloqui, definiti come un grande inganno. Secondo la missiva, Netanyahu starebbe cercando di trovare tempo e spazio per far approvare la manovra. In un discorso tenuto nei giorni scorsi, il leader del Likud ha dichiarato che il progetto verrà nuovamente preso in considerazione durante la prossima sessione della Knesset, il parlamento israeliano. I laburisti avrebbero inoltre dichiarato che si uniranno al tavolo delle trattative soltanto se saranno certi che il progetto non esca da una porta per rientrare nuovamente da una seconda entrata.

Dagli esteri

Il Governo Netanyahu, adesso, incontra resistenza persino dal suo più caro alleato, gli Stati Uniti. Il presidente americano Joe Biden ha redarguito lo Stato ebraico dichiarando che non è possibile andare avanti in questa situazione. Secondo la Casa Bianca sarebbe a rischio la democrazia. Immediata la risposta del Primo ministro di Tel Aviv, il quale, secondo The Times of Israel, avrebbe mandato un ammonimento a Washington dichiarando che il Governo ebraico non si piegherà neanche di fronte ai suoi più cari amici. In Medio Oriente la crisi in Israele ha regalato terreno fertile all’Iran per attaccare il Paese accusandolo di essere un regime in Palestina. Il portavoce del ministero degli esteri della Repubblica islamica, Nasser Kanaani, ha commentato su Twitter la preoccupazione di Biden per Isarele: “Il padrino di Israele, preoccupato per l’aggravarsi della sua crisi, esorta fortemente i leader sionisti a trovare un compromesso il prima possibile, ritenendo che sia la migliore strada da percorrere per Israele e i suoi cittadini. L’unica entità per la cui sicurezza gli Stati Uniti si impegnano sinceramente!”, ha dichiarato il funzionario iraniano.

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