mercoledì, 17 Aprile 2024

Legge 194, Pompili: “Tutela la salute delle donne ma non la loro libertà. Dietro l’angolo lo spettro dell’aborto clandestino” – VIDEO

La legge 194 del 1978 regolamenta l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia, ma sancisce il diritto all'aborto? Si può ridurre il ricorso all'aborto? Quanto pesa l'obiezione di coscienza sulla scelta delle donne? Ce lo ha spiegato la ginecologa Anna Pompili, responsabile del servizio Ivg dell'Ospedale Sant'Anna di Roma, membro della Consulta di Bioetica e Consigliera Generale dell'Associazione Luca Coscioni.

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In Italia abbiamo la legge 194 del 1978 che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza. Cosa dice e come andrebbe migliorata?
Il vero problema della legge 194 è che considera la donna e l’embrione come se fossero due entità, due soggetti di diritto separati e contrapposti. La 194 ritiene di dover fare un bilanciamento tra il diritto alla salute della donna e il diritto alla vita del feto, e qui già culturalmente c’è un grosso problema. Perché è chiaro che, pensandolo in maniera molto istintiva, il diritto alla salute diventa un diritto piuttosto fragile rispetto al diritto alla vita anche se chi dovrebbe esercitare quest’ultimo non è ancora nato. Di fatto anche nella fantasia delle donne la gravidanza non è “io e l’embrione”, ma un legame particolare nel quale la gestante e il feto non sono separati, né contrapposti, ed è solo questa condizione che dà alla donna l’autorità morale e la responsabilità di decidere se portare avanti o meno la gravidanza. Tuttavia, si tratta di una buona legge, che abbiamo difeso con le unghie e con i denti. La 194 compie quest’anno 45 anni ed è indubbio che il tempo trascorso ci ha mostrato tutte le sue criticità. Ci sono dei limiti che gridano vendetta, perché è previsto che la gravidanza oltre il 90esimo giorno dopo il primo trimestre possa essere interrotta solo se esistono pericoli gravi per la salute fisica e psichica della donna ed individua tra i rischi le condizioni di patologia fetale. Tuttavia, secondo l’articolo 7, nel momento in cui esiste la possibilità di vita autonoma del feto il medico che pratica l’aborto deve mettere in pratica tutte le azioni per salvaguardarla. Ciò perché la legge ci impedisce quello che con un termine terribile viene definito feticidio, cioè la soppressione del feto in utero, costringendoci a una pessima pratica clinica contraria a tutte le linee guida internazionali. Questo è un grave problema, un’ingiustizia che a 45 anni dall’approvazione della legge io ritengo inaccettabile.

Stando a un’indagine del ministero della Salute nel 2020 sono stati poco più di 66mila gli aborti in Italia, un calo del 9,3%, perlopiù in regioni, come la Toscana, dove la contraccezione è gratuita per quelle fasce deboli di cui abbiamo parlato. Crede che un’adeguata informazione sessuale e la contraccezione gratuita possano ridurre il ricorso all’aborto?
In Italia c’è una tendenza progressiva e non in linea con tutti gli altri Paesi d’Europa e del mondo alla diminuzione del tasso di abortività, basti pensare che il numero assoluto delle interruzioni di gravidanza si è più che dimezzato in questi 45 anni. Non farei una equazione così netta tra consumo di contraccettivi e riduzione dell’aborto, anche perché vi sono regioni nelle quali l’accesso all’aborto è fortemente ostacolato e limitato, nelle quali è possibile che si stiano riaprendo sacche di clandestinità. La relazione del ministero in questo senso non è chiara, liquida molto frettolosamente il problema della clandestinità, dicendo che si tratta di un fenomeno fondamentalmente stabile in linea generale dal 2005 e che il numero degli aborti clandestini sarebbe fermo a 10mila-13mila ogni anno. È complesso fare una stima degli aborti clandestini soprattutto perché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di procedure farmacologiche fatte in epoche davvero precoci, difficili da individuare. Peraltro, è chiaro che tutti pensiamo che sia bene ridurre il ricorso all’aborto, ma sappiamo benissimo che l’aborto è ineliminabile nelle società umane. Non fosse altro perché se anche il 100% della popolazione in età fertile utilizzasse i contraccettivi, si tratta di metodi fallibili e quindi ci sarà sempre una donna che sceglierà di abortire come ultima possibilità. Si può prendere come parametro del buon funzionamento di una legge il fatto che diminuiscono gli aborti?! Credo che una buona legge sia quella che garantisce alle persone di scegliere sulla propria vita, di scegliere se avere o no figli, perché questo riguarda non solo quella persona, ma anche la salute dei suoi eventuali figli.

Ecco stando alla stessa indagine ministeriale del 2020, la percentuale media di obiezione di coscienza è stata pari al 64,4%, dato che raggiunge il 100% in 31 strutture sanitarie nazionali. Queste obiezioni di struttura e l’assenza di medici disposti a eseguire Ivg che conseguenze ha?
Ha conseguenze importanti in alcune aree del Paese, perché in quelle stesse aree non si permette la territorializzazione dell’Ivg farmacologica. Credo che l’obiezione di coscienza abbia un peso perché le si dà un peso. Teniamo presente che l’articolo 9 della legge 194, quello che regola la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza, dice che le strutture sanitarie sono tenute in ogni caso ad assicurare l’espletamento della procedura. Perché possiamo accettare che tutti i ginecologi di un ospedale o una clinica siano obiettori di coscienza e quindi non si occupino di Ivg, ma quelle strutture devono comunque assicurare un percorso alla donna che ha fatto tale richiesta. Questo è un dovere etico, in quanto l’obiettore di coscienza ha un conflitto d’interessi nei confronti della donna che si può risolvere indirizzandola a un suo collega che può rispondere alla sua domanda di salute. Si tratta invece di una procedura che viene completamente ignorata dagli obiettori di coscienza e da chi dirige le strutture nella quali c’è il 100% di obiezioni di coscienza. Non ho alcuna difficoltà a capire che vi possono essere dei colleghi ginecologi che non hanno nelle loro corde occuparsi delle interruzioni di gravidanza, così come può non essere nelle mie corde occuparmi di endometriosi. La ginecologia è un campo estremamente vasto, il problema è l’ideologizzazione di certe posizioni che quindi inchiodano anche gli obiettori in posizioni e atteggiamenti che sono davvero poco professionali ed etici. Poi è davvero inaccettabile che la legge 194 permetta anche al personale esercente d’attività ausiliarie di esercitare obiezione di coscienza; questo ovviamente costituisce un ostacolo alla tutela del diritto alla salute delle donne.

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