giovedì, 7 Luglio 2022

Caro bollette, transizione ecologica e le colpe dell’Europa: la Russia marcia sulla crisi energetica

Eventi meteorologici estremi condizionano sempre più la domanda e l'offerta di gas. La transizione ecologica funziona a singhiozzo e Bruxelles teme che i governi nazionali, alle prese con gli effetti sociali dei rincari, rallentino il passaggio all'energia pulita.

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Non è di certo la prima volta che si verifichino variazioni del prezzo nel settore energetico. Ma la crisi attuale e il caro bollette sono causati da nuovi fattori che gravano sempre di più sugli equilibri economici, politici e sociali. Questi fattori derivano dalle conseguenze del cambiamento climatico e dai piani in corso di attuazione per limitarle. Ossia, dal difficoltoso e caotico passaggio all’energia pulita.

In primo luogo, tra i fattori legati al cambiamento climatico, c’è una serie di eventi meteorologici estremi che ha condizionato la domanda e l’offerta di gas. L’inverno e la primavera del 2021 hanno visto temperature particolarmente basse. Di conseguenza, è aumentata la domanda di riscaldamento a gas. Con l’estate, in tutta l’Europa, sono arrivate ondate di calore eccessivo, ed è aumentata la domanda di elettricità usata per i sistemi di raffreddamento.

Negli Stati Uniti, in Texas, le temperature rigide hanno ostacolato la produzione di energia. Quindi, le esportazioni di gnl – gas naturale liquefatto – sono diminuite. L’energia eolica europea ha registrato una produzione al di sotto della media, causata da lunghi periodi di assenza di vento. Mentre Cina e Sudamerica, colpite da una forte siccità, hanno registrato una riduzione della produzione di energia idroelettrica.

Per compensare la diminuzione di energie rinnovabili, è aumentata la domanda di gas e carbone. Domanda che, molto probabilmente, salirà ulteriormente visto che la Germania, nel suo programma di rinuncia all’energia nucleare, chiuderà altri tre reattori.

Inoltre, la ripresa economica post – pandemia, ha spinto verso l’alto la domanda di energia sia per i privati che per le attività produttive. E, nel contempo, oltre alla carenza di energie rinnovabili, la Gazprom, azienda statale russa produttrice di gas, non ha potuto garantire all’Europa forniture oltre quelle previste dai contratti. Forse perché non è stata in grado di farlo o, forse, perché non ha voluto (ipotesi che lascia spazio ad ulteriori scenari).

A tutti questi fattori, si aggiungono le politiche sul clima dell’Unione Europea. Le fabbriche e centrali elettriche devono chiedere un permesso di emissione per ogni tonnellata di anidride carbonica prodotta. Inoltre, sono tenute a rispettare una quota massima di emissioni. Poiché il carbone produce più anidride carbonica del gas naturale, e quindi richiede più permessi, anche il prezzo dei permessi è aumentato allo scopo di decarbonizzare l’economia ed incentivare l’utilizzo di impianti di produzione di energia rinnovabile. Tuttavia, l’attuale carenza di energia rinnovabile sta creando un circolo vizioso che fa salire il costo dell’elettricità.

A causa di tutti questi fattori, gli impianti di stoccaggio di gas naturale europei hanno raggiunto i livelli più bassi degli ultimi 10 anni. Se l’inverno europeo continuerà ad essere particolarmente freddo, le riserve di gas naturale potrebbero non bastare per soddisfare la domanda.

In questo contesto, la Russia sta guadagnando sempre più terreno. E lo farà ancor di più, quando il Nord Stream 2 sarà a pieno regime. Si tratta del gasdotto che, attraverso il Mar Baltico, trasporta direttamente il gas in Europa occidentale, passando per la Germania. Difatti, la Russia potrà dettare le sue condizioni ad un’Europa alla disperata ricerca di gas naturale. Ed è proprio questa condizione ad alimentare i sospetti che Mosca, in realtà, abbia ridotto le forniture di gas all’Europa, allo scopo di accelerare l’approvazione del gasdotto. In questo modo, per velocizzare i rifornimenti, la Russia potrebbe chiedere alla Germania di far passare il carburante attraverso il nuovo gasdotto anche prima della certificazione definitiva.

La transizione ecologia, quindi, sta andando a singhiozzo. Se gli impianti di lavorazione dei combustibili fossili chiuderanno prima che le fonti alternative possano compensarne la mancanza, come sta già succedendo oggi, l’incertezza sui tempi della transizione potrebbe portare a periodiche carenze dell’offerta e continue variazioni e aumenti nei prezzi dell’energia. Variazioni che devono essere ben gestite. Da un lato per proteggere i consumatori e le imprese. Dall’altro per introdurre misure più concrete nella lotta al cambiamento climatico. Dal momento che, ad oggi, la transizione ecologica si sta dimostrando inaffidabile sulle forniture e sui costi da pagare.

Se questo cambiamento comporta aumenti nei prezzi dell’energia, l’opinione pubblica a sostegno delle misure per frenare il riscaldamento globale potrebbe diminuire. Basta ricordare la rivolta dei “gilet gialli” in Francia, scoppiata nel 2018 nelle piazze francesi a causa anche dell’aumento del prezzo dell’energia, in seguito alla svolta ecologica decisa dal governo di Emmanuel Macron. Ora è tutta l’Europa a ritrovarsi in quella situazione.

In questo clima generale di incertezza, la paura dell’UE è che i governi nazionali, alle prese con gli effetti sociali dei rincari, rallentino il passaggio all’energia pulita. Il rischio di perdere consenso a causa del caro bollette, infatti, non è da sottovalutare. Una soluzione a tutto questo, potrebbe essere lasciare in funzione alcuni impianti per la produzione di combustibili fossili, fin quando l’adozione di nuove tecnologie per la produzione di nuova energia non sarà a pieno regime. Oppure, fare in modo che i governi intervengano per proteggere i consumatori. In Spagna, è stato imposto un tetto agli aumenti. La Grecia, invece, ha iniziato ad erogare dei sussidi in aiuto a famiglie e aziende.

I numeri della crisi energetica in Italia

In Italia, nel mese di settembre 2021, il ministro Cingolani aveva già annunciato il rischio di aumento del 40% delle bollette di luce e gas, a partire dal 1° ottobre.  Nonostante gli interventi del Governo, che ha utilizzato 1,2 miliardi ottenuti dalla vendita di quote di emissioni di Co2, una famiglia media si è ritrovata ad inizio 2022 con un aumento del 55% sulla bolletta dell’elettricità e del 41,8% su quella del gas. Il costo della vita è salito del 3,9% rispetto ad un anno fa, dello 0,4% in un mese. Si registra un +4,9% sulla media complessiva del 2021. Percentuale che non si registrava da 10 anni, causata, appunto, dall’aumento del costo dei beni energetici del 14,1% che ha influito su altre categorie di prodotto, anche beni primari, aumentati in alcuni casi del 4%.

In settimana è atteso il consiglio dei ministri sul decreto per sostenere le imprese in difficoltà. Inoltre, sono pronti 2 miliardi più altri 4 per calmierare i costi dell’energia da distribuire in due provvedimenti distinti. Il 19 gennaio, il ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, incontrerà i rappresentanti del mondo produttivo. Ma il Governo sta trattando anche con le grandi aziende produttrici di energia a cui potrebbe essere chiesto un contributo di solidarietà. Si pensa inoltre all’emissione di bond dedicati al ricalcolo delle voci in bolletta.

I politici di tutti i governi sono chiamati ad accelerare la transizione verso l’energia pulita. A migliorare l’efficienza energetica, a passare al riscaldamento elettrico. Ad aumentare l’uso di combustibili a basse emissioni di carbonio (biometano e idrogeno). Ma al momento, siamo bloccati in questa crisi. Molto probabilmente, è solo un anticipo di quello che ci aspetterà in futuro, in questo processo tanto impellente quanto imprevedibile. La transizione costa, questo lo si sapeva già. E ora, lo abbiamo capito.

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