mercoledì, 8 Dicembre 2021

Cop26, ultima chiamata per l’ambiente: è l’ora della responsabilità politica

Quest'anno la Cop26 sarà ospitata dal Regno Unito in collaborazione con l'Italia a Glasgow. È scontro tra i Paesi meno sviluppati e i grandi inquinatori sui finanziamenti da destinare all'emergenza ambientale.

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Un nuovo mondo è estremamente necessario, urlano i manifestanti nelle piazze di tutto il mondo. E questa frase non può essere considerata solo come un campanello d’allarme ma soprattutto come un monito per tutti i capi di Stato e di Governo, chiamati ad assumersi maggiori responsabilità e a considerare prioritaria l’emergenza ambientale.

Il momento della verità si avvicina. Presto il Pianeta scoprirà quale direzione prendere: la strada della salvezza o della distruzione, in una fantasia tutta cinematografica che poi tanto fantasia non è. Dopo un anno di assenza a causa della pandemia, dall’1 al 12 novembre si terrà la Cop26 e ad ospitarla sarà il Regno Unito in collaborazione con l’Italia, nello Scottish Exhibition Centre di Glasgow. In quei giorni la città scozzese sarà sotto gli occhi e i riflettori di tutto il mondo e sarà invasa da più di 40mila persone tra cui i 100 capi di Stato e di Governo che hanno confermato la propria presenza, ma anche giornalisti, scienziati, ambientalisti.

Ma cos’è la Cop26. Si tratta della 26esima edizione della Conferenza delle Parti, vertice globale organizzato dall’Onu e che coinvolge tutti i Paesi, i quali si impegnano a stipulare accordi utili ad affrontare i cambiamenti climatici. La Cop21 di Parigi nel 2015 segnò una svolta epocale perché tutti gli Stati accettarono di collaborare per ridurre l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi entro il 2030 ma questo obiettivo non è stato ancora raggiunto e il lavoro da portare avanti è davvero tanto. Per questo, ai Paesi sviluppati, è stato chiesto di stanziare 100 miliardi di dollari l’anno per accelerare il processo di fuoriuscita dal carbone e la transizione verso i veicoli elettrici, ridurre la deforestazione e incoraggiare gli investimenti nelle risorse rinnovabili.

Differenti sono le posizioni degli Stati che si presenteranno a Glasgow: da una parte i Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, dall’altra i grandi inquinatori come Cina, India, Stati Uniti, Russia e Unione Europea. Nella prima fazione troviamo i Paesi africani che quest’anno non si sono affidati a nessuno sponsor per far valere le loro ragioni come nelle Cop precedenti. Si tratta delle zone che stanno subendo maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici, sono ben note le condizioni critiche del Madagascar, e che vanno incontro ai rischi di desertificazione e inondazione. Per questo attendono i 100 miliardi di dollari promessi dai Paesi più ricchi. Di questi ne sono arrivati già 80 ma ne andranno restituiti 60 con gli interessi, perché solo una piccola somma è a fondo perduto. Solo tre Stati occidentali hanno versato la somma dovuta: Norvegia, Svezia e Germania, mentre l’Italia ha versato solo 1,2 miliardi rispetto ai 4,7 che erano stati concordati.

Nell’altra fazione, invece, troviamo i Paesi industrializzati. L’Unione Europea si è posta obiettivi ambiziosi come la riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050 ma si presenta senza una vera e propria leadership considerando la Brexit e l’uscita di scena della Merkel: si prospetta quindi un ruolo importante per l’Italia che, tra gli Stati, sembra essere quella più solida dal punto vista politico, con Mario Draghi che ricoprirà il ruolo di copresidente della Cop26.

Diverso è il discorso per quanto riguarda la Cina che resta dipendente dal carbone e per questo i suoi obiettivi sono lontani da ciò che chiede l’Onu. La neutralità carbonica, infatti, è prevista per il 2060, tempi troppo lunghi che la Cop26 spera di convincere ad accelerare. Anche l’India, che non ha comunicato i suoi obiettivi per il 2030, vede nel carbone un’importante risorsa così come la Russia, che ne è una delle principali produttrici ed esportatrici. Inoltre India e Stati Uniti rientrano tra i Paesi che più producono gas serra.

E poi c’è il problema degli Stati con un governo negazionista nei confronti dell’emergenza ambientale. È il caso dell’Australia che possiede molte miniere di combustibile fossile e giacimenti di gas e del Brasile di Bolsonaro che sta producendo sempre più anidride carbonica e che chiede di poter ottenere un minor taglio alle emissioni considerata la presenza del polmone verde, l’Amazzonia.

Nelle ultime ore una fuga di notizie ha rivelato che sono state presentate oltre 32.000 richieste di modifiche da parte delle Nazioni al rapporto dell‘IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change. Infatti Arabia Saudita, Giappone e Australia hanno chiesto di non considerare i combustili fossili estremamente dannosi per l’ambiente e quindi di dilazionare nel tempo il loro abbandono mentre altri Stati, tra cui la Svizzera, non sono d’accordo con l’idea di finanziare i Paesi in via di sviluppo.

“I partiti politici non stanno facendo abbastanza”, aveva dichiarato Greta Thumberg allo sciopero per il clima di Berlino. Infatti, ciò che emerge è che ogni Stato non voglia rinunciare alle proprie risorse mettendo gli interessi economici davanti al futuro del pianeta senza considerare che molto presto tutto questo potrebbe ritorcersi contro.

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