sabato, 4 Dicembre 2021

Tiro alla fune fra Unione Europea e Polonia: tanti saluti ai diritti delle minoranze

La Polonia continua a stuzzicare l'UE, la Commissione non applica le sue stesse leggi e il Parlamento è stanco di restare fermo a guardare. Una guerra a parole fatta di minacce e mai di soluzioni vere che pesano soprattutto sugli "ultimi".

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Venerdì 8 ottobre il Tribunale costituzionale polacco, sotto il controllo del partito al governo di ispirazione nazionalista, illiberale e conservatrice clericale di estrema destra Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia, tra i principali alleati di Fratelli d’Italia nel continente), e composto da alcuni giudici nominati in violazione della costituzione, ha stabilito che quest’ultima ha la precedenza su alcune leggi dell’Unione Europea. In particolare, secondo Varsavia “lo sforzo della Corte di giustizia dell’Unione europea di interferire nel sistema giudiziario polacco viola il principio dello stato di diritto, il principio del primato della costituzione polacca nonché il principio del mantenimento della sovranità nel processo di integrazione europea”. La Polonia, dunque, non riconosce più la supremazia delle leggi dell’Unione su quelle polacche, oltraggiando così uno dei principi fondamentali dell’UE.

Si tratta di una decisione senza precedenti che, tuttavia, non sorprende, considerando la deriva autoritaria e sovranista del Paese cominciata dopo le elezioni di quattro anni fa, nello stesso anno in cui l’UE ha anche avviato una procedura d’infrazione (mai portata a termine) nei confronti del Paese per la legge sui tribunali ordinari. La faida tra Polonia e Unione Europea è tornata a galla martedì, alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, in cui la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affrontato il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki in merito alla sentenza del Tribunale costituzionale. “Questa sentenza mette in discussione le fondamenta dell’Unione europea”, ha affermato von der Leyen. “Si tratta di una sfida diretta all’unità dell’ordinamento giuridico europeo. Solo un ordinamento giuridico comune garantisce pari diritti, certezza del diritto, fiducia reciproca tra gli Stati membri e quindi politiche comuni. È la prima volta in assoluto che un tribunale di uno Stato membro rileva l’incompatibilità dei Trattati Ue con la costituzione nazionale”. Nonostante tutto, la presidente insiste nella ricerca di un dialogo con Varsavia, ma i funzionari della Commissione riconoscono che un’applicazione della recente legge sulla condizionalità dello Stato di diritto richiederebbe troppo tempo per essere messa in atto e il suo effetto coercitivo finale non sarebbe certo. A settembre, durante il dibattito sullo Stato dell’Unione, von der Leyen aveva affermato che il meccanismo volto a proteggere i fondi UE da un uso improprio da parte dei governi che non rispettano lo Stato di diritto sarebbe stato attivato in tempi brevi. Ma martedì, la vicepresidente della Commissione Věra Jourová ha dichiarato ai giornalisti che “non avrebbe specificato” la tempistica precisa per l’attivazione del meccanismo “perché ne stiamo discutendo”.

I deputati stanno spingendo da tempo il Parlamento a intraprendere un’azione legale per costringere la Commissione ad attivare il meccanismo. Motivo per il quale giovedì il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha chiesto al servizio giuridico di intentare una causa contro la Commissione europea per la mancata applicazione del Regolamento sulla Condizionalità dello Stato di Diritto. “Gli Stati dell’UE che violano lo stato di diritto non dovrebbero ricevere i fondi comunitari”, ha dichiarato Sassoli. “L’Unione europea è una comunità fondata sui principi della democrazia e dello stato di diritto. Se questi sono minacciati in uno stato membro, l’UE deve agire per proteggerli”.

Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma, e Sassoli sembra essersi stancato dell’arrendevolezza di Bruxelles. La questione del sistema giudiziario, infatti, non è l’unica ad aver scatenato la presunta esecrazione dell’Unione. Negli anni, Diritto e Giustizia ha dichiarato guerra alle donne, alla comunità LGBTQ+, ai migranti e alla libertà d’informazione. Le minacce (e tali restano) a Polonia e Ungheria sembrano non spaventare i governi sovranisti che, come nel caso di Varsavia, non hanno la minima intenzione di voler uscire dall’Unione. Non ci sarà nessuna Polexit, innanzitutto perché i polacchi non la vogliono, e in secondo luogo perché Morawiecki, come un Jep Gambardella della politica, non vuole solo partecipare al gioco dell’Unione, ma vuole avere il potere di farlo fallire, di cambiarne le regole. Una mossa impossibile, vista la mancanza di mezzi del suo governo populista che dell’assegno da 57 miliardi di euro per il rilancio post pandemico ha necessariamente bisogno.

I polacchi non hanno bisogno di uscire dall’Unione, lo hanno dimostrato gli oltre 100mila manifestanti guidati dall’ex premier liberale Donald Tusk, figura di punta dell’opposizione, che la scorsa settimana hanno espressamente dichiarato la loro fiducia a Bruxelles. I polacchi vogliono un governo che garantisca sicurezza, efficienza e prosperità, non solo economica, ma anche in termini di diritti. Come già accennato, negli ultimi anni il governo polacco ha deciso di mettere i bastoni fra le ruote alle minoranze. Da agosto 2019 nel Paese sono nate le Strefy wolne od LGBTzone libere dalla presunta “teoria gender” promosse da Diritto e Giustizia; a gennaio di quest’anno è entrata in vigore la legge che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto; dal 15 ottobre chi entra clandestinamente in Polonia non potrà più chiedere diritto d’asilo (in contrapposizione a quanto previsto invece dalle leggi internazionali) e qualunque soldato alla frontiera avrà il potere di espellere immediatamente chiunque sia alla ricerca di una vita degna di considerarsi tale.

L’indignazione ha un senso solo quando si prendono provvedimenti, e fino ad ora l’Europa non ha fatto altro che storcere il naso, lanciare minacce come un genitore che nega la paghetta ai figli se non fanno tutti i compiti e riempito le aule del governo di parole. Parole di libertà e democrazia utili quanto un salvagente sgonfio in mezzo all’oceano.

 

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