domenica, 17 Ottobre 2021

“Nelson Mandela International Day”, contro ogni forma di apartheid

Istituito dall'Assemblea Generale dell'Onu il 18 luglio 1989, giorno del suo compleanno, in questa data, bisogna ricordarsi che l'opera di Mandela non è finita, ma appena iniziata.

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Il “Nelson Mandela International Day” è stato istituito il 18 luglio 1989, giorno del suo compleanno, dall’Assemblea Generale dell’Onu. L’idea è nata dopo che il grande Mandela, un anno prima, ha pronunciato la frase “It is in your hands, now” – “È nelle vostre mani, ora”: un’esortazione affinché le nuove generazioni prendessero il comando, il potere per cambiare le cose, annichilendo ed “uccidendo”, con le parole, le ingiustizie sociali nel Mondo.

In questo giorno non si celebra solo la biografia di Mandela, ma si ricorda quello che è riuscito a fare, nel concreto, per cambiare la vita di tutti coloro che si sono sempre sentiti “estranei” e “diversi” in questa vita. Nelson Mandela, “un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”

Nato il 18 luglio 1918, a Mvezo.  Rolihlahla Dalibhunga Mandela, ha iniziato la sua educazione primaria in una scuola di missionari, dove ha ricevuto il nome di Nelson. È stato il primo della sua famiglia a frequentare la scuola. Dopo essersi laureato alla University of South Africa, è diventato attivista del movimento ANC- African National Congress; nonostante volesse ottenere la specializzazione in legge.

Nel 1952 ha aperto il primo studio legale con avvocati di colore. Questo il primo passo verso un percorso che, anche se difficile e tortuoso, lo ha portato ad essere ricordato, ancora oggi, come il protagonista della fine dell’apartheid in Sudafrica.

Nel 1964 è stato condannato all’ergastolo per alto tradimento e sabotaggio. Mentre era in prigione, però, si è rifiutato più volte di cambiare la sua posizione politica per riavere la libertà: lui era il simbolo del movimento anti-Apartheid e tale sarebbe rimasto, anche a costo di dover morire.

Nel 1990, dopo essere stato rilasciato, aveva come unico obiettivo portare a termine quello che aveva iniziato 27 anni prima: sconfiggere quel “mostro” che stava divorando l’umanità in Sudafrica. Bisognava far riconciliare tutte le razze, bisognava porre fine alla diversità che salvava uno ma uccideva l’altro. Gli uomini non dovrebbero farsi la guerra per il colore della pelle o per la religione che professano; ma dovrebbero unirsi per abbattere quel muro che da soli non riuscirebbero a buttare giù.

Nel 1993, gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace per “il lavoro teso a promuovere la fine pacifica del regime di Apartheid e per aver gettato le fondamenta per un nuovo democratico Sudafrica”. Nel 1994 è stato eletto primo Presidente Sudafricano dell’era post-apartheid. Per la prima volta nella storia potevano essere eletti anche cittadini di colore. Tra i suoi successi c’è la Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica,  per documentare le violazioni dei diritti umani e per aiutare vittime e carnefici a chiudere i conti con il passato.

“Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”

Apartheid: “separazione”, divisione vera e propria tra bianchi e neri. Una politica talmente tanto estremista e discriminatoria che, nonostante sia stata più volte arginata, è riuscita a far ritorno sempre, suppur ben nascosta. Una forma di razzismo, messa in atto dalle minoranze bianche in Sudafrica, con ogni mezzo, anche violento, per danneggiare i diritti civili e le libertà degli indigeni neri. Un colore diverso è riuscito a creare una guerra. Nelson Mandela doveva liberare quella gente che, in realtà, era la sua gente. Doveva scendere in campo a combattere una guerra che era la sua.

Ogni anno, il 18 luglio, il “Mandela Day” ci ricorda che l’opera di Mandela non è finita, lui ha solo posto le basi e ha fornito gli strumenti per eliminare, da quel momento in poi, ogni tipo di apartheid: che sia tra bianchi e neri, poveri e ricchi o uomini e donne. “Essere liberi non significa semplicemente liberarsi delle catene, ma vivere in modo da rispettare e promuovere la libertà degli altri”.

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