lunedì, 27 Maggio 2024

Il “Caso Soumahoro” smontato dalla Procura di Latina

La Procura di Latina dichiara Aboubakar Soumahoro completamente innocente circa i fatti della Cooperativa Karibù. Il processo che vede indagate la moglie e la suocera riprenderà a Luglio 2023.

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Aboubakar Soumahoro è completamente estraneo ai fatti riguardanti la Cooperativa Karibù“. Questo è quanto si apprende direttamente dalla Procura di Latina, che a conclusione delle indagini, ritiene il deputato italiano completamente innocente rispetto alle accuse che in questi ultimi mesi lo avevano travolto, conducendolo a dichiarazioni spesso confuse e opinabili e alla successiva autosospensione dal Gruppo Alleanza Verdi e Sinistra italiana, in seguito alle indagini sulle Coop gestite dalla moglie e dalla suocera. Da quanto si apprende, inoltre, la Procura avrebbe ridimensionato notevolmente anche le accuse nei confronti della moglie del deputato, Liliane Murekatete, cui verrebbe contestato solamente un danno erariale di 13.368, di cui 4.456 a suo carico, conseguente alla violazione dell’obbligo di controllo della dichiarazione dei redditi presentata nel 2020.

La notizia, poco pubblicizzata a fronte di un linciaggio mediatico che ha contraddistinto gli ultimi mesi del 2022, è apparsa direttamente dal profilo Twitter del deputato, nel quale egli stesso scrive: “Come ribadito sin dall’inizio, io con le indagini, concluse dalla Procura di Latina, non c’entravo e non c’entro nulla. Non risulto né coinvolto, né indagato. A questo riguardo – continua l’ex sindacalista – parlare di “Caso Soumahoro” vuole dire negare l’evidenza della Magistratura con il chiaro intento di diffamare. Confido che la mia compagna – solamente accusata di omessa vigilanza con danno erariale di 13.368 – dimostrerà la sua innocenza nelle sedi opportune. Andiamo avanti con le attività con umiltà e determinazione dentro e fuori dal Parlamento, come ho continuato a fare in questi mesi, nonostante la macchina della manipolazione e della falsificazione, per rispettare l’impegno assunto con coloro che mi hanno dato fiducia.”

Il caso della suocera di Soumahoro

Il “Caso Soumahoro” sembra quindi cadere come una castello di carte, o almeno tutte le accuse rivolte a lui direttamente sono state smontate e ridimensionate dalla Procura. Quello che invece resta avvolto da una nebulosa mediatica e politica sono le compromesse gestioni della Cooperativa da parte della suocera del “deputato con gli stivali”. Marie Therese Mukamitsindo, eletta dalla allora Presidente della Camera Laura Boldrini, come imprenditrice immigrata dell’anno 2018, risulta, ad oggi, coinvolta e indagata nella mala gestione delle Cooperative di migranti che gestiva, in provincia di Latina, dove sono state testimoniate condizioni umane, igieniche e fiscali, insostenibili (con violazione delle norme di sicurezza, accoglienza scadente, e assenza in toto o in parte del pagamento degli stipendi ad alcuni dei dipendenti delle Coop). Il processo che riprenderà a Luglio, come spiega la difesa della suocera e della moglie di Soumahoro, si baserà sul tentativo di dimostrare come tali violazioni delle norme di sicurezza fossero riferibili solamente agli appartamenti non utilizzati per l’accoglienza dei migranti.

La linea difensiva tenderà a unire tali accuse al processo di natura fiscale, che, a quanto si apprende in questi giorni, riguarderebbe ai danni di Liliane Mukatete, un danno erariale di poco più di 13mila euro, malgrado tra i provvedimenti della Guardia di Finanza, nell’ambito dell’inchiesta sulle Cooperative, vi fosse anche un sequestro di circa 639mila euro alla suocera del deputato, considerati “profitti del reato”. Il caso Soumahoro, sembra così diventare il caso della suocera di Soumahoro, che insieme ai due figli Liliane e Michel Rokundo, come si legge nell’ordinanza del Gip, “al fine di evadere l’imposta sui redditi e sul valore aggiunto, indicavano (o omettevano di vigilare affinché altri e in particolare la Mukamitsindo, indicassero) elementi passivi fittizi” nella dichiarazione dei redditi dell’anno 2019, “utilizzando fatture relative a operazioni inesistenti emesse dall’Associazione di promozione sociale “Jambo Africa”, per un imponibile complessivo di 55.701 euro, “con Ires dovuta e evasa pari a complessivi 13.368 euro”.

Le accuse nei confronti della suocera saranno, dunque, oggetto del processo che riprenderà in estate, e nel quale imputata insieme alla madre vi è la moglie del deputato. Ma già nel gennaio scorso, l’avvocato difensore di Liliane Murakatete, Lorenzo Borrè, aveva iniziato a suffragare a suon di documenti medico-sanitari, l’estraneità della sua assistita alla gestione della Cooperativa, dimostrando la falsità della firma della moglie di Soumahoro sul documento che ne attestava la direzione dell’ente assistenziale: “Quella firma non è di Liliane Muraketete, ma la mia – testimonia una ex dipendente della Cooperativa Karibù, Hassenatu Sow, che avrebbe visto interrompere la sua collaborazione con la Coop pochi giorni dopo aver apposto la firma falsa – quel giorno lei non c’era, stava in maternità. È stata la madre di Liliane, Marie Therese, a chiedermi di firmare al posto suo.” 

Per comprendere bene la vicenda bisogna tornare al 28 Maggio 2019. In quella data i soci della Karibù vengono convocati da un notaio di Latina per un’assemblea straordinaria: devono aggiornare lo statuto della cooperativa per modificare alcune attività della Coop. Nell’elenco dei soci (in tutto 16) figura anche il nome di Muraketete, ma in corrispondenza ci sarebbe una firma falsa. Alla stessa Liliane viene contestata anche la partecipazione ad un’altra Assemblea, quella del 22 Giugno 2021, con il verbale riportante il suo nominativo, per l’approvazione del bilancio. La difesa però sostiene che l’imputata si trovasse in tutt’altro posto negli stessi orari della suddetta assemblea.

Ad oggi, quindi, l’accusa di aver sottoscritto false fatturazioni, sembra da un lato essere contraddetta da una firma falsa e dall’altro da una presenza/assenza in assemblea tutta da dimostrare. Stando alle parole del deputato, completamente estraneo alla gestione della Karibù, la moglie saprà dimostrare la sua totale innocenza, che ad oggi, seppur ridimensionata nelle accuse, appare ritenerla quanto meno consapevole della discutibile attività gestionale della madre.

La credibilità perduta di un sindacalista linciato senza prove a suo carico

Una strana famiglia, quella di Soumahoro, nella quale, si copre, falsifica, nasconde, omette, il tutto rimanendo estranei ai fatti, o meglio, non essendo fisicamente presenti alle discusse assemblee societarie. Nessuna imputazione né reato a carico dell’ex sindacalista, solo un velo di dubbia trasparenza e di mancati accertamenti che gli sarebbero spettati, non solo in qualità di onorevole della Repubblica italiana, ma soprattutto in virtù degli ideali che le sue battaglie hanno per anni sbandierato.

Aboubakar Soumahoro è stato oggetto di dibattiti accesi, querelle giornalistiche e dispute social alla ricerca di una diffamazione quasi compiaciuta. Quella che è stata, più volte definita, gogna mediatica, con accuse che hanno tirato in ballo una sedicente forma di ingiustificato razzismo, era finalizzata a demolire l’immagine migliore della solidarietà verso e per gli ultimi. Non si è cercato di abbattere un uomo, ma il simbolo che rappresentava. E purtroppo, malgrado l’odierna consapevolezza della totale innocenza del deputato, il vortice nel quale è stato avvitato ha raggiunto il suo scopo. Destrutturare la sua figura. Un pericoloso avvitamento, al quale, volente o nolente ha lui stesso contribuito.

L’emblema della possibile rinascita sociale, incarnata dall’ivoriano Soumahoro, era iniziata con la sua tesi di laurea in Sociologia su “Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti”; è poi proseguita con la marcia dei sans-papiers ( i senza carta) nella quale marciò accanto ai suoi compagni del CISPM ( Coalizione internazionale dei Sans-Papiers, Migranti e Rifugiati, che contribuì a fondare) attraversando 6 paesi europei per chiedere la libertà di circolazione delle persone come già accade per le merci. Ma l’attività che lo ha condotto alla maggiore visibilità e dalla quale sono poi emerse le prime accuse di mancanza di trasparenza, è stata la sua attività di sindacalista presso l’Unione Sindacale di base (USB), occupandosi soprattutto della tutela dei diritti dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola, poi sfociata, nell’estate del 2020 nell ‘ASP Lega Braccianti.

Una lunga carriera in difesa degli ultimi, tra gli ultimi, come lui spesso si è definito, culminata con l’entrata in Parlamento tra le fila di Alleanza verdi e Sinistra, che ha abbandonato dopo l’inchiesta sulle Cooperative, passando il 9 gennaio scorso al gruppo misto. Una scalata nella società dimenticata, emarginata, della quale lui ha spesso rappresentato il leader alla pari che vince le dinamiche razziali e si afferma grazie alle proprie battaglie, e solamente per difendere i più fragili. Un quadro antipatico per chi ne aveva già tratteggiato l’interesse personalistico anteposto al bene comune e che ha trovato consenso e conferma prima dalle dichiarazioni di alcuni colleghi della Lega Braccianti che accusarono Soumahoro di scarsa trasparenza nella gestione del conto corrente dell’associazione, e poi definitivamente concluso con le inevitabili allusioni alla compartecipazione di colpevolezza nel caso delle Cooperative della suocera.

Non è tanto l’accusa, quindi, che fa la colpa, ma è la figura ad esserne interessata che ingrandisce la responsabilità. Malgrado la sua estraneità al business delle cooperative di famiglia, l’immagine del paladino dei diritti ha subito un drastico ridimensionamento agli occhi soprattutto di coloro i quali avevano visto in lui, quel simbolo scomodo e unico che per anni ha combattuto al fianco dei non voluti. Lui il primo dei reietti, che sfila in Parlamento con gli stivali, accanto agli onorevoli rispettabili, è oggi il simbolo di una bandiera dimessa, avvitata sulle allusioni di omissioni e opacità sugli affari di famiglia e che forse, solo, il tempo, la costanza e la perseveranza dello stesso potranno rilanciare.

Una perdita di credibilità contro cui il deputato, due giorni, fa tramite uno dei suoi social è insorto: “Le scuse e le rettifiche molto probabilmente non arriveranno perché l’obiettivo era sicuramente intaccare, per vari motivi la credibilità di chi ha passato gli ultimi 22 anni a lottare da ultimo insieme agli ultimi e per gli ultimi. Visto che viviamo in uno Stato di Diritto – aggiunge – quelli che hanno preso parte a questo linciaggio dovranno risponderne, come è giusto che sia nelle sedi opportune”.

Una brutta storia di omissioni e mancanza di limpidezza, che non coinvolge il diritto ma l’etica di un parlamentare, nella cui lotta si distinguevano valori di alto profilo, che inevitabilmente lascerà un dubbio di onestà intellettuale e che risulta tanto più imperdonabile quanto più solidale sembrava essere la sua missione di questi ultimi 22 anni.

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