domenica, 26 Maggio 2024

Giornata mondiale dei bambini mai nati: “Un dolore che non passa mai”

Il 15 ottobre ricorre la "Giornata dei bambini mai nati", per ricordare tutte quelle creature che non sono venute al mondo, ma che vivono nel cuore di chi li ha amati dal primo all'ultimo battito.

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Signora, non c’è battito“. Tre semplici parole e il cuore andò in frantumi. Ero appena entrata nel quarto mese di gravidanza, quando ho scoperto che mio figlio non avrebbe mai visto la luce. Solo pochi giorni prima di quel 17 luglio di cinque anni fa, ero andata al controllo dalla ginecologa e Baby G., come amavo chiamare la creatura che cresceva dentro di me, era perfetto: si muoveva, incrociava la minuscole gambine, aveva un cuore che batteva forte, poco più rapido del mio emozionato. In quell’occasione scoprii che Baby G. sarebbe stato Gianmarco e non Ginevra. Nella mia mente prese immediatamente forma, un bimbo con capelli scuri e ricci e grandi occhi castani. Il 17 luglio mi recai a Roma per il bi-test e la dottoressa, dopo interminabili minuti di silenzio, parlò. Gianmarco mi aveva lasciata ancora prima di poterlo tenere tra le braccia, nel momento in cui era diventato reale. Gianmarco non sarebbe mai nato e, come lui, tanti altri bambini nel mondo che hanno subito la stessa sorte vengono ricordati oggi, 15 ottobre, per la giornata dedicata a loro, la “Giornata dei bambini mai nati“. Non importa l’età, il genere o quanto tempo sia passato, perdere un figlio è un dolore che rimane dentro per sempre, un indelebile marchio a fuoco.

Anna

“Nel lontano 1983, ad appena 20 anni, subito dopo il matrimonio ad agosto io e mio marito scoprimmo di essere in dolce attesa. Fu una gioia immensa, sebbene prima di conoscerci entrambi non fossimo propensi ad avere figli. Io avevo sempre pensato all’adozione, perché lavoravo con bambini abbandonati, che avevano tanto bisogno di affetto e stabilità. Quando ci siamo conosciuti la nostra visione del mondo è cambiata, e la gravidanza fu per noi una benedizione. Al terzo mese, però, rimasi paralizzata. Non si capiva la causa di questa condizione, quindi iniziai a girare per ospedali, eseguire esami, visite specialistiche, lastre, test con mezzi di contrasto, fino a scoprire che si trattava di un rarissimo caso di angioma intra-midollare. Fui sottoposta a un intervento di otto ore. I mezzi di contrasto, i farmaci, i raggi, l’anestesia hanno influito ovviamente sul feto e, al quarto mese inoltrato di gestazione, fui costretta ad abortire. Lì per lì, con tutto quello che stavo vivendo, le visite, la paralisi, l’intervento, non fui del tutto consapevole della perdita che stavo subendo, ero devastata: non sapevo se avrei ripreso a camminare, se avrei potuto riacquisire la mia autonomia, un inizio di vita di coppia piuttosto travagliato. Solo alcuni mesi dopo ho iniziato a metabolizzare il lutto. In questi casi molti pensano che sia solo un feto, invece non era così, anche se al quarto mese per me era una persona, io lo considero come un bambino mai nato la cui assenza si sente. È una mancanza che mi porto dentro, tra le persone care che non esistono più. È una ferita che segna”.

Chiara

“Sono passati circa 55 anni. Persi due bambini a distanza di un anno l’uno dall’altro, entrambi nel primo trimestre della gravidanza. Furono due esperienze estremamente dolorose. Il primo era inaspettato, all’epoca certi argomenti erano tabù, non si affrontavano in casa, né a scuola. Adesso tutti sanno come si fanno i bambini. Il secondo, invece, l’avevo cercato per sopperire alla mancanza. Avevo già un figlio, arrivato prima dei due aborti, ma dopo quella prima gravidanza mi era rimasto l’utero retroflesso, che mi ha portato all’interruzione spontanea delle due gestazioni. Il bambino avuto dopo è nato solo grazie all’aiuto di un professore di Roma, che mise un anello a inizio gravidanza e lo tolse al quarto mese, perché superato il primo trimestre l’utero si sistema e il feto può sopravvivere. Spesso ho rimpianti, mi chiedo come sarebbero stati, il dolore ancora oggi mi tocca, ma se fossero nati probabilmente non avrei avuto poi gli altri due figli”.

Sergio

“Sono passati nove anni da quando io e Miriam abbiamo dovuto prendere la sofferta decisione di abortire. Ci conoscevamo da poco tempo e, dopo un mese e mezzo che stavamo insieme, Miriam ha scoperto di essere incinta. Dentro di me avrei voluto tenere quel bambino, lo desideravo, ma le condizioni del momento non ce lo permettevano: vivevo con i miei genitori, lei aveva solo 23 anni, io ero poco più grande e non avevo un lavoro stabile. Non avrei saputo che futuro dare alla creatura. La scelta è stata quasi forzata, ma la migliore per quel momento. Tutt’ora lo vorrei e ancora mi chiedo E se invece non l’avessimo fatto? A quest’ora potrei insegnare qualcosa a mio figlio? Mi manca l’idea della bellezza di avere una famiglia, a volte rimpiango di non aver messo al mondo quel bambino e, nonostante sia passato molto tempo, fa male“.

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