sabato, 2 Luglio 2022

Gestazione per altri: la bioetica divisa tra opportunità e business

La gestazione per altri pone al centro del dibattito politico, sociale e culturale il senso del nascere, il corpo del figlio e di chi lo genera, con tutto ciò che ne comporta per il futuro di madri, padri e nuove persone. Ne abbiamo discusso con Maurizio Mori e Alessio Musio, filosofi bioeticisti di fama internazionale. Punti di vista divergenti sul tema, necessari per maturare un pensiero critico, libero e lontano dalla retorica.

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La riproduzione è la fase vitale, assieme alla morte, più osservata e pungolata dal progresso scientifico. Da circa 50 anni nascere non è più un miracolo, ma una possibilità data dall’intervento mirato sui processi riproduttivi, dalla fecondazione al parto. Oggi è possibile trasmettere la vita abbattendo i muri dell’infertilità, andando oltre le barriere fisiche, sessuali e relazionali che un tempo impedivano a molte coppie di divenire genitori. Questo scuote da sempre l’umanità, generando diverse visioni.

Ieri si inneggiava o si puntava il dito contro i metodi contraccettivi, l’interruzione volontaria di gravidanza e la prima bimba nata mediante fecondazione in vitro (fivet), ora lo si fa prendendo posizione sulla gestazione o gravidanza per altri (gpa), anche detta maternità surrogata. Si tratta di una forma di procreazione assistita che sposta la fase della gravidanza all’interno dell’utero di un’altra donna, madre gestante che darà alla luce il nascituro per conto di genitori intenzionali. Dopo il parto questa donna non dovrà più avere nulla a che fare né con la coppia committente, né con il bambino che ha portato in grembo.

I filmati diffusi sui social dei rifugi allestiti a Kiev dalla clinica Biotexcom per mettere al riparo nati e gestanti dalla ferocia del conflitto, così come gli ultimi risvolti legislativi in Italia sul rendere perseguibile come “reato universale” “l’utero in affitto”, hanno inevitabilmente riacceso i riflettori sulla gestazione per altri. Ne abbiamo discusso con due filosofi bioeticisti di fama internazionale, voci prestigiose e menti lucide impegnate nell’analisi etica d’inizio vita. Qui, un estratto delle intense conversazioni avute con Maurizio Mori, Professore ordinario di Filosofia morale e Bioetica all’Università degli Studi di Torino, presidente della Consulta di Bioetica Onlus e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, e Alessio Musio, Professore Ordinario di Filosofia Morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Agli esperti sono state poste le stesse domande, cercando di sviscerare il loro punto di vista sul fenomeno; in questa sede riteniamo sia importante offrire ai nostri lettori in parallelo le differenti risposte. Tuttavia, leggere le interviste integrali fatte a Maurizio Mori e Alessio Musio resta il modo migliore per riuscire a farsi un’idea più ampia su come il mondo accademico affronti il tema, andando ben oltre vacue retoriche e strumentalizzazioni politiche.

La Biotexcom di Kiev, clinica leader della medicina riproduttiva, fin dalla vigilia della guerra ha diffuso sui social un video in cui il personale mostrava i bunker antiatomici allestiti per mettere in sicurezza madri gestanti e neonati, nel tentativo di rassicurare gli aspiranti genitori fuori dal Paese. Per molti si sarebbe trattato solo di un’operazione di marketing. Lei che ne pensa?

Maurizio Mori:
Prima di tutto ci tengo a precisare che la guerra in Ucraina è una cosa terribile; a me pare che il tentativo di salvare i nuovi nati sia un atto di per sé umanitario, dovuto e fondamentale. Poi tutte le altre questioni sono successive. Siamo in un momento storico, sociale e culturale in cui molti valori sono in crisi, l’idea di fondo che io vorrei riaffermare è che i neonati non hanno colpe specifiche. Dobbiamo smetterla di pensare che perché possono essere oggetto di transazioni che ad alcuni paiono incongrue, siano soggetti di qualche cosa. Lasciamoli nascere in una neutralità morale. Bisogna essere contenti che siano venuti alla vita, perché devono avere opportunità di vita! Sono tutto sommato un’ottimista e non quel pessimista che afferma “meglio non nascere piuttosto che nascere” o “fortunato colui che muore appena nato”, come asseriva uno dei Sette Savi della filosofia greca. Io credo che sia molto bello e opportuno quello che si sta facendo in Ucraina a questo proposito. Poi si può essere contro o a favore, ma i nuovi nati meritano sempre tutela.

Alessio Musio:
In un momento storico come quello attuale si tratta di un video di cui bisogna parlare con “Timore e tremore” perché riguarda l’Ucraina, un Paese all’interno di una dinamica bellica che non ha cercato, ma subito, e che merita tutta la nostra solidarietà e attenzione, sicché di certo non è piacevole parlarne in chiave critica. Tuttavia, ho visto anch’io quel filmato e già il fatto che nella traduzione inglese della descrizione fatta dal personale si dica “non possiamo garantire ai nostri clienti un servizio vip, ma garantiamo la sicurezza” è indicativo della logica produttivistica e commerciale alla base della maternità surrogata. Nella traduzione italiana quel clients è stato reso con pazienti, termine incongruo e radicalmente diverso dal punto di vista semantico. Tralasciando questo, possiamo pensare a ciò che è avvenuto già al tempo della pandemia, quando secondo me è emersa la vera natura della pratica della surrogacy, perlomeno nella sua dimensione commerciale. Durante il primo grande lockdown in tantissimi Paesi una serie di merci prodotte non ha potuto essere consegnata e molto spesso gli stessi processi produttivi sono stati interrotti. Una dinamica simile è accaduta proprio alla Biotexcom di Kiev: ci sono stati 46 bambini che, dopo essere stati consegnati dalle loro madri surrogate alla clinica, sono rimasti stoccati come merce invenduta all’interno di un albergo trasformato improvvisamente in una specie di nursery. Insomma, se guerra e pandemia hanno comportato problemi rispetto alla produzione, alla distribuzione e alla vendita delle merci, la stessa cosa è avvenuta per la maternità surrogata, con l’unica differenza che in questo caso le merci non consegnate erano purtroppo dei figli. Vorrei allargare il quadro con un altro riferimento: a novembre 2021 siamo venuti a sapere di una coppia di italiani che aveva firmato un contratto di questo tipo con una clinica ucraina. Quando la bambina poi è effettivamente nata, non è stata riconosciuta dai committenti. Tutti i giornali, compresi quelli a favore della maternità surrogata, si sono interrogati sul perché questi aspiranti genitori avessero rinunciato alla bimba di cui avevano commissionato l’esistenza. Così, l’attenzione è stata colta da quanto dichiarato dalla donna: “Non me la sono sentita, che cosa c’entravo io con lei?”. Credo che questi episodi e quello a cui lei ha fatto riferimento mostrino qualcosa non sull’Ucraina, di cui – ripeto – mi spiace dover parlare in questo modo, ma sull’essenza capitalistica della maternità surrogata su base commerciale, facendo piazza pulita di molte retoriche che invece parlano di questo bio-business con il linguaggio della solidarietà e del dono.

In Ucraina come in alcuni Stati americani, Russia, Grecia e Georgia è legale la gpa commerciale. Ciò significa che la gestante viene pagata…continua a leggere

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