lunedì, 4 Luglio 2022

Gestazione per altri, Musio: “Biobusiness le persone non si possono vendere o donare”

Parliamo di gestazione per altri per capire chi siamo, cosa vogliamo diventare e come il progresso scientifico sia legato con un cordone ombelicale alle nostre vite. Abbiamo intervistato Alessio Musio, Docente di Filosofia Morale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Il tema della gestazione per altri o maternità surrogata parla di noi, individui vivi e in quanto tali nati, accomunati dalla condizione esistenziale di figli, custoditi nel grembo materno per nove mesi e partoriti dal corpo di donne. Si tratta di una questione così profondamente umana che è opportuno sviscerare in ogni sua sfumatura, per capire chi siamo, cosa vogliamo diventare e come il progresso scientifico sia legato con un cordone ombelicale alle nostre vite. La gpa rimescola le carte della procreazione assistita e rimette al centro del dibattito politico, sociale, culturale e bioetico il senso del nascere, la corporeità del figlio e di chi lo mette al mondo con tutto ciò che ne comporta per il futuro di madri, padri, famiglie e nuovi individui.

Per offrire al lettore due punti di vista, ne abbiamo parlato con Alessio Musio, Professore Ordinario di Filosofia Morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e con Maurizio Mori, Professore Ordinario di Filosofia Morale e Bioetica all’Università degli Studi di Torino, presidente della Consulta di Bioetica Onlus e membro del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB). Ecco quello che ci ha detto il professor Musio.

Prof. Alessio Musio

Professore, la Biotexcom di Kiev, clinica leader della medicina riproduttiva, fin dalla vigilia della guerra ha diffuso sui social un video in cui il personale mostrava i bunker antiatomici allestiti per mettere in sicurezza madri gestanti e neonati, nel tentativo di rassicurare gli aspiranti genitori fuori dal Paese. Per molti si sarebbe trattato solo di un’operazione di marketing. Lei che ne pensa?
In un momento storico come quello attuale si tratta di un video di cui bisogna parlare con “Timore e tremore” perché riguarda l’Ucraina, un Paese all’interno di una dinamica bellica che non ha cercato, ma subito, e che merita tutta la nostra solidarietà e attenzione, sicché di certo non è piacevole parlarne in chiave critica. Tuttavia, ho visto anch’io quel filmato e già il fatto che nella traduzione inglese della descrizione fatta dal personale si dica “non possiamo garantire ai nostri clienti un servizio vip, ma garantiamo la sicurezza” è indicativo della logica produttivistica e commerciale alla base della maternità surrogata. Nella traduzione italiana quel clients è stato reso con pazienti, termine incongruo e radicalmente diverso dal punto di vista semantico. Tralasciando questo, possiamo pensare a ciò che è avvenuto già al tempo della pandemia, quando secondo me è emersa la vera natura della pratica della surrogacy, perlomeno nella sua dimensione commerciale. Durante il primo grande lockdown in tantissimi Paesi una serie di merci prodotte non ha potuto essere consegnata e molto spesso gli stessi processi produttivi sono stati interrotti. Una dinamica simile è accaduta proprio alla Biotexcom di Kiev: ci sono stati 46 bambini che, dopo essere stati consegnati dalle loro madri surrogate alla clinica, sono rimasti stoccati come merce invenduta all’interno di un albergo trasformato improvvisamente in una specie di nursery. Insomma, se guerra e pandemia hanno comportato problemi rispetto alla produzione, alla distribuzione e alla vendita delle merci, la stessa cosa è avvenuta per la maternità surrogata, con l’unica differenza che in questo caso le merci non consegnate erano purtroppo dei figli. Vorrei allargare il quadro con un altro riferimento: a novembre 2021 siamo venuti a sapere di una coppia di italiani che aveva firmato un contratto di questo tipo con una clinica ucraina. Quando la bambina poi è effettivamente nata, non è stata riconosciuta dai committenti. Tutti i giornali, compresi quelli a favore della maternità surrogata, si sono interrogati sul perché questi aspiranti genitori avessero rinunciato alla bimba di cui avevano commissionato l’esistenza. Così, l’attenzione è stata colta da quanto dichiarato dalla donna: “Non me la sono sentita, che cosa c’entravo io con lei?“. Credo che questi episodi e quello a cui lei ha fatto riferimento mostrino qualcosa non sull’Ucraina, di cui – ripeto – mi spiace dover parlare in questo modo, ma sull’essenza capitalistica della maternità surrogata su base commerciale, facendo piazza pulita di molte retoriche che invece parlano di questo bio-business con il linguaggio della solidarietà e del dono.

A proposito di linguaggio, c’è chi preferisce parlare di gestazione per altri, chi di utero in affitto, e così via… Come mai lei invece sceglie di utilizzare specificatamente la definizione di maternità surrogata?
Perché le parole – come è stato osservato – pensano per noi, impostano la catena del ragionamento e giungono già a delle conclusioni ancora prima che ci siamo presi del tempo per pensare. La maternità surrogata nel dibattito non solo mediatico, ma anche specialistico, bioetico e biogiuridico, è invocata attraverso varie espressioni: maternità per sostituzione, maternità su base contrattuale, maternità surrogata, utero in affitto, gestazione per altri, maternità per conto terzi… Sono tutte definizioni molto importanti e in qualche modo significative, ma il limite del dibattito bioetico sta nel fatto che ognuno sceglie l’espressione che più gli piace sulla base della valutazione che ha del fenomeno. Chi vuol mostrare l’aspetto commerciale parla di utero in affitto perché in questo modo mette in evidenza la dimensione predatoria sul corpo femminile, lo smembramento linguistico che riduce l’intero corpo a utero e la dimensione d’affitto da cui emerge la dinamica commerciale della pratica. Chi invece vuole legittimare la maternità surrogata sceglie l’espressione gestazione per altri, partendo da una prospettiva di solidarietà e dono. La pensatrice francese Agacinski osserva con acume, come la sigla dell’espressione gestazione per altri, gpa, sia fatta apposta per essere tranquillizzante perché ricorda l’acronimo di una compagnia assicurativa. A me sembra che sia utero in affitto sia gestazione per altri siano in ogni caso espressioni insufficienti non sul piano valutativo, ma già su quello descrittivo. Nell’espressione utero in affitto non compaiono le parole madre e parto, facendo venire meno l’esperienza della maternità; nell’espressione gestazione per altri, di nuovo, mancano gli stessi termini e sembra che tutto si concluda, appunto, con la gestazione, senza il travaglio, il parto, cioè senza l’atto del mettere alla luce e al mondo – metafore molto belle e importanti – il bambino. Entrambe le espressioni sono in qualche modo incomplete e sbagliate, mentre il termine maternità surrogata mi pare rispetti dal punto di vista descrittivo tutti gli elementi: si palesa che vi è un materno, ma surrogato, ovvero sostituito con qualcosa di imperfetto. Il dibattito sul piano linguistico riesce in ogni caso già da solo a metterci dinanzi alla portata del fenomeno, evidenziando come in gioco non vi siano questioni di cui dovrebbero interessarsi solo coloro che si occupano di bioetica o che usano la bioetica per finalità politiche. La maternità surrogata deve interessarci come uomini, perché, come scritto in molti testi dal professor Pessina, essere uomini è essere figli, ed essere figli significa nascere da donna e venire al mondo. Ed è in questo senso che vorrei osservare la scissione del materno che la pratica di maternità surrogata comporta. Nella maternità surrogata di fatto possono comparire fino a tre figure femminili: la madre genetica, colei che dà l’ovocita, la madre surrogata, colei nella quale avviene la gestazione e il parto, e la madre sociale, colei che si prenderà cura del bambino una volta nato. In questa moltiplicazione del materno vi è una frammentazione della responsabilità, laddove il punto fondamentale sta nel fatto che, accettando questa pratica, poniamo il bambino nella condizione di non poter rispondere alla domanda decisiva su quale sia la sua vera madre. Si tende a non pensarci, ma dovrebbe interrogarci il fatto che il figlio assomiglierà nello sguardo, nel sorriso, o nell’espressione non alla donna che lo ha portato in grembo per nove mesi e partorito, ma alla madre di cui nella stragrande maggioranza dei casi non saprà mai nulla e che si è limitata a mettere a disposizione l’ovocita. Lo stesso problema si pone in modo ancora più drammatico per un eventuale problema di salute del figlio, che sia di tipo genetico e proveniente dalla linea materna. Insomma, le questioni sono molto più complesse di come di solito si tende a mostrare, e il caso italiano di cui parlavo prima trova qui la sua luce.

In Ucraina come in alcuni Stati americani, Russia, Grecia e Georgia è legale la gpa commerciale. Ciò significa che la gestante viene pagata dagli aspiranti genitori per mettere a disposizione il proprio utero e portare a termine la gravidanza. In questo modo la gestazione e il parto non rischiano di diventare prestazioni lavorative?
Vedo che usa ancora l’espressione gpa … Risponderei in ogni caso che non si tratta di un rischio. Per chi avalla la maternità surrogata nella sua veste commerciale – che ne è comunque il volto preponderante -, la gestazione e il parto vanno trattati dal punto di vista contrattuale e giuridico proprio in analogia con qualsiasi prestazione lavorativa. Quindi, la riduzione di cui parla non è un rischio ma un fatto e una precisa teoria che ci mette di fronte a un paradosso culturale di proporzioni enormi… Se solo pensiamo a come tutta la storia del movimento sindacale e delle lotte sociali novecentesche ci abbiano insegnato, invece, a proteggere la maternità dal lavoro. Proprio in questi giorni ritorna l’attenzione sul fatto, dato purtroppo per scontato, che il materno non può mai essere considerato causa e materia di licenziamento. Oggi il controsenso è che stiamo trasformando, invece, proprio il materno in una professione. Ne parlo anche nel mio libro (“Baby Boom. Critica della maternità surrogata“, edito da Vita e Pensiero, ndr), la donna che fa la madre surrogata dice di sé: “io sono solo una babysitter “, “sono solo un forno”, “il mio corpo fino qui è mio e da qui in giù è loro”, dei committenti, con una sorta di auto-estraneazione rispetto al sé corporeo. Così, le stesse donne che mettono a disposizione il proprio utero per far nascere su committenza si servono del linguaggio della prestazione lavorativa e, per quanto stiano diventando madri, ritengono che questo non stia loro accadendo. Vede, in ogni caso il punto è questo: io posso stipulare un contratto per scrivere un libro, per una prestazione intellettuale o di qualsiasi tipo, ma è inconcepibile pensare di stipulare un contratto per il servizio gestazionale della gravidanza. E questo perché il supposto servizio gestazionale coincide con la presenza stessa del bambino; è la presenza del figlio a determinare quella del servizio gestazionale. In questo modo ogni forma di contratto gestazionale implica e nasconde in sé un mercato dei bambini e una compravendita del figlio, e chi accetta il bio-business della maternità surrogata dovrebbe avere il coraggio e l’onestà di dire che è a questo che vorrebbe condurre la nostra civiltà. Mi sembra importante, poi, ricordare come in ogni lavoro vi sia una parte di serialità; quindi, se la maternità diviene un lavoro, la gestazione, il parto e il figlio diventano parte delle routine lavorative, mentre alcune femministe hanno fatto invece giustamente osservare che l’unicità della gravidanza sta nel fatto che essa consiste nel miracolo del mettere al mondo l’unicità. Ebbene, se si fa diventare il materno una forma di professione, se ne perde il significato costitutivo.

La gpa in Italia è vietata in ogni forma dall’articolo 12, legge 40/2004. L’Associazione Luca Coscioni nel 2019 ha proposto un testo in Parlamento per la legalizzazione della “Gravidanza solidale per Altri”, senza scopo di lucro. Crede basti una legge che favorisca il generoso dono dell’utero per scongiurare il mercato dello sfruttamento del corpo femminile o situazioni come quelle accadute ai nati in Ucraina durante la pandemia?
Prima di tutto la ringrazio per aver precisato come non siano vere quelle narrazioni che dicono che in Italia rispetto alla maternità surrogata ci sarebbe un vuoto giuridico. C’è invece il pieno giuridico di una legge che proibisce la pratica con delle sanzioni decisamente rilevanti. Sin qui, in ogni caso, abbiamo parlato della maternità surrogata su base commerciale. Lei ora sposta giustamente l’attenzione su quelle sue forme, comunque estremamente minoritarie, in cui la maternità per conto terzi non avviene in cambio di denaro, ma per motivi nobili e di dono. Una prima cosa da osservare è come però anche in questi casi resti spesso inaggirabile la dimensione economica di un rimborso monetario, visto che quello della gravidanza è comunque un tempo lungo che impedisce, almeno nelle sue fasi avanzate, di fare altre cose, per cui in qualche modo anche così resta una forma di passaggio del venire al mondo attraverso il denaro. La mia obiezione, però, non riguarda la retribuzione, che di per sé non è un segno di negatività, anzi ci sono lavori che dovrebbero essere pagati di più proprio perché sono veri lavori e sono decisamente importanti per la società… Il problema è un altro e non riguarda la distinzione tra donare e vendere, ma al contrario proprio ciò che accomuna questi due fenomeni: infatti, sono solo le cose che possono essere vendute o donate, non le persone che al massimo decidono loro di donarsi a chi vogliono. Non ho nulla da dire rispetto all’immagine della solidarietà e del dono, se non che simili esperienze non possono estendersi alla donazione di un’altra persona, quella del figlio. Come dicevo prima, la maternità surrogata, in quanto servizio gestazionale offerto o comprato, è inscindibile dalla presenza stessa del figlio.

La Commissione Giustizia della Camera ha adottato il testo base firmato da Fratelli d’Italia, prima firmataria Giorgia Meloni, e appoggiato dal centrodestra. Il ddl propone di perseguire “l’utero in affitto” come “reato universale”, punendo anche chi “commette il fatto all’estero”. Cosa ne pensa?
Non voglio entrare nell’analisi giuridico-politica del ddl, visto che non è di mia competenza e che dal punto di vista giuridico la materia è complessa. Mi permetto però di osservare che nella legge 40 non c’è nessun vuoto e nessuna contraddizione: il punto è semplicemente che il divieto di maternità surrogata viene aggirato in qualche modo da chi si reca all’estero per usufruirne. Ed è in questo senso che mi sembra importante fare riferimento alla Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, un documento internazionale promosso da diverse associazioni femministe, che è stato firmata a Parigi nel 2016, in cui compare il termine abolizione, che è ben diverso dal termine proibizione. Sappiamo bene che si proibisce qualcosa che si considera un reato, mentre si abolisce ciò che si considera inammissibile; pensiamo al fatto che il termine abolizione è di solito accostato a fenomeni come la schiavitù. Questo riferimento fa capire che non stiamo parlando di un confronto tra progressisti e conservatori, perché nessuno può voler situare un fenomeno come la schiavitù nel fronte del progresso sociale e civile. Dal punto di vista etico, comprendo dunque la logica posta da questo importante documento internazionale, nella misura in cui tutela la donna, i figli e impedisce che la generazione diventi una forma di produzione. La direzione in cui andare mi pare essere decisamente questa, in modo tale da tentare di preservare il meglio della nostra civiltà. Un’importante pensatrice politica del Novecento, Hannah Arendt, sosteneva che il nostro fallimento politico deriva dal fatto che abbiamo reso due esigenze, che dovrebbero stare insieme, due fronti politici contrapposti: i conservatori e i progressisti. Ecco, quello che dovremmo imparare è tenere insieme le due istanze…

Un’ala femminista afferma di avere il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e come usarlo, di autodeterminarsi. Il loro motto è: “L’utero è mio e lo gestisco io”. Che significato ha questa frase dal punto di vista filosofico?
Nello scrivere il mio libro ho sentito il dovere di confrontarmi con la letteratura femminista. E non perché io sia un uomo che scrive di un tema femminile, dato che a generare si è sempre in due, uomini e donne, ma per il fatto che c’è una parte significativa del pensiero femminista, proprio quella che ha coniato in passato lo slogan a cui lei faceva riferimento, che è contraria al fenomeno della maternità surrogata, facendo un’operazione dal punto di vista culturale essenziale: ragiona sulle trasformazioni dell’esperienza determinate dalla tecnologia, partendo dall’esperienza dei corpi. Questa parte si concentra giustamente sul tema della differenza sessuale ed è fortemente critica rispetto alla pratica della surrogazione di maternità, perché riflette sul significato del materno e lo comprende. C’è poi un’altra parte del dibattito femminista che è invece a favore della maternità surrogata, penso alle primissime pubblicazioni di Carmel Shalev, in cui il fenomeno della surrogacy è visto positivamente proprio dal punto di vista femminile perché sottrarrebbe la capacità di far nascere all’immagine del destino biologico, facendola diventare una scelta contrattuale. Secondo questo modo di pensare la maternità surrogata mostrerebbe come anche la donna sia capace di contrattualità quanto l’uomo. Come è stato fatto notare, in questo ragionamento c’è, però, un cortocircuito mentale: una donna può fare un contratto di maternità surrogata proprio perché è una donna, un uomo non potrebbe contrarre mai un simile contratto. E questo è anche il motivo per cui c’è una parte del mondo maschile che guarda con speranza alla realizzazione dell’utero artificiale, il che vorrebbe dire raggiungere la possibilità di fare figli senza dover passare attraverso il corpo delle donne. A me colpisce il fatto che al momento non si riesca a costruire l’utero artificiale, nonostante l’avanzamento tecnologico, non per un motivo tecnico, ma per una ragione semplice e commovente allo stesso tempo: il corpo della madre e il corpo del bambino nella gravidanza cooperano nella formazione della placenta, la tecnica questo non riesce ancora a farlo. Al di là di questa osservazione, il punto è che nell’infrastruttura sociale che pensa e approva la maternità surrogata non occorre aspettare il momento della realizzazione dell’ectogenesi, perché le donne in essa sono pensate e si pensano già come un utero artificiale di carne in anticipo sui tempi della sua realizzazione.

C’è chi si dichiara a favore della gpa in quanto “un’opportunità” che, se regolamentata, riuscirebbe ad “aumentare o garantire elementi di giustizia sociale”. Cosa risponde?
Rispondo in modo molto diretto dicendo che non c’è giustizia sociale senza la capacità di salvaguardare la distinzione tra le persone e le cose. Le persone sono uniche, irripetibili, insostituibili, mentre le cose sono fungibili, seriali; le persone si ospitano, le cose si ordinano à la carte potendo anche derogare, magari pagando una penale, rispetto all’ordine commerciale che si è fatto. Mi permetta una precisazione. Quando dico che la pratica della maternità surrogata non rispetta lo statuto del figlio trattandolo come una cosa, non sto dicendo che i nati mediante questa pratica siano cose, ma che li stiamo trattando come se fossero cose, mancando per questo loro di rispetto. Mi piace ricordare in proposito quanto scriveva Romano Guardini in un suo scritto, in ordine al fatto che il concetto di unicità e irripetibilità è talmente connesso alla parola persona che persino chiedersi quante persone umane vi siano in una stanza non ha senso. Si figuri cosa avrebbe detto delle continue scissioni e sostituzioni che sostanziano la pratica stessa della surrogacy!

A Milano per il 21 e 22 maggio era stato programmato il salone “Un sogno chiamato bebè”, detto da molti “fiera della fertilità”. L’iniziativa è stata criticata fin da subito dalle associazioni Pro Vita e probabilmente per questo e a causa degli ultimi risvolti legislativi è stata rimandata al 2023…
Per la verità io sono venuto a conoscenza di questo salone per un’inchiesta fatta meritoriamente da una parte del movimento femminista in cui si sosteneva che non si sarebbe trattato di una fiera sulla fertilità, quanto proprio di un modo attraverso il quale viene commercializzata e proposta la maternità surrogata in un Paese in cui questa pratica non è ammessa. Io non ne farei una questione di schieramento, direi che eventi di questo tipo testimoniamo come sia in atto un sovvertimento della distinzione tra le persone e le cose, tra la generazione e la produzione, che trasforma culturalmente i bambini in una merce e le donne e il loro corpo in un pezzo dell’infrastruttura del confezionamento dei bambini. Penso che chiunque abbia a cuore il senso della democrazia di fronte a manifestazioni del genere non possa che essere fortemente preoccupato.

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