venerdì, 20 Maggio 2022

Cliniche per curare l’omosessualità, la Nuova Zelanda dice no. Per l’Italia siamo ancora al medioevo

In Italia i centri per curare l'omosessualità sono ancora legali. L’unico disegno di legge per abolire le "terapie di conversione", promosso dall'ex parlamentare Sergio Lo Giudice, non è mai stato presentato. Sono vietate in Francia, Germania, Malta, alcune regioni della Spagna, Ecuador, Brasile, India, Canada e da poco in Nuova Zelanda.

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Le cliniche per curare l’omosessualità promettono, o per meglio dire premetterebbero, di cambiare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di un individuo. E lo fanno con isolamento, elettroshock, psicofarmaci, cure ormonali, digiuni forzati. E, addirittura, anche con preghiere ed esorcismi. Nel mondo, i paesi che accettano e praticano queste “terapie” sono 80. Si tratta soprattutto di paesi caratterizzati dalla presenza di comunità ultra-religiose. O società con pregiudizi radicalizzati. L’Italia è tra questi. Un paese dove una persona su cinque, omosessuale o bisessuale, vive ogni giorno disagi, offese e discriminazioni. Il Rapporto Istat Unar – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, presentato il 24 marzo, disegna una triste realtà.

Circa il 16,8% delle persone omosessuali o bisessuali ha deciso di trasferirsi all’estero, dopo essere stato trattato male in uffici pubblici, mezzi di trasporto, negozi, in ambiente sanitario da medici e infermieri, dai vicini di casa. Le coppie con bambini (biologici e non), spesso vengono evitate dai genitori di altri bambini a causa del proprio orientamento sessuale e i figli derisi o esclusi dagli altri bambini. Più della metà evita di tenersi per mano in pubblico con un partner dello stesso sesso per paura di essere aggredito, minacciato o molestato.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se in Italia i centri per curare l’omosessualità sono ancora legali. L’unico disegno di legge per abolire le “terapie di conversione”, promosso dall’ex parlamentare Sergio Lo Giudice, non è mai stato presentato. I paesi che le vietano, purtroppo, sono ancora pochi. Francia, Germania, Malta, alcune regioni della Spagna, Ecuador, Brasile, India, Canada e, recentemente, la Nuova Zelanda.

Il parlamento neozelandese, infatti, ha votato una legge che punisce le “terapie di conversione”. Il testo è stato approvato quasi all’unanimità: 112 voti favorevoli e 8 contrari. Entrerà in vigore tra sei mesi. Prevede tre anni di reclusione per chi sottopone alle terapie minori di 18 anni o persone prive di autonomia decisionale. Qualora gli interventi dovessero causare danni estremamente gravi, indipendentemente dall’età della persona che li subisce, la pena è di 5 anni di carcere. Un sondaggio dell’Università di Aukland su 4.800 omosessuali ha rilevato che il 3% ha provato la terapia di conversione. Ma quasi nessuno di loro riusciva a parlarne. Inoltre, è stata riscontrata un’alta percentuale di tentativi di suicidio e autolesionismo. Soprattutto negli adolescenti spinti alle terapie dai propri genitori.

Parlando alla Camera, il vice primo ministro neozelandese, Grant Robertson ha raccontato: «Sono cresciuto in una famiglia religiosa. Quando ho finalmente avuto il coraggio di fare coming out con i miei genitori, mi hanno accolto con amore. Ma non tutti sono o sono stati così fortunati. A coloro che hanno subito pratiche di conversione o tentativi, vogliamo dire: questa legge è per voi. Non possiamo riportarvi indietro, non possiamo annullare tutto il dolore che avete vissuto. Ma possiamo assicurarvi che, alle generazioni a venire, forniremo il supporto e l’amore che non avete ricevuto. E vi proteggeremo da coloro che cercano di impedirvi di essere quello che siete».

Purtroppo sono ancora pochi i paesi che considerano un crimine costringere qualcuno a subire queste terapie. Sarebbe più corretto definirle “torture”. Torture per curare, orientare, reprimere o cambiare l’orientamento sessuale, l’identità e l’espressione di genere delle persone non eterosessuali o non cisgender.

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