giovedì, 19 Maggio 2022

Generazione Neet, 1 su 4 non studia né lavora: l’Italia da record odia i giovani

Questi giovani, figli vittime e privilegiati di mutamenti sociali, economici e culturali che hanno cambiato le abitudini e lo stile di vita, fanno i conti con la realtà: l'Italia non è un Paese per loro.

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Ormai lo si sa, il nostro, non è un Paese per giovani. Anno dopo anno, l’Italia colleziona record e primati di cui non ci si può vantare. Questo è quello dei NEET: Not in Education, Employment or Training, un mantra che si abbatte sui giovani del terzo millennio e che in un ipotetico premio per il neologismo più rappresentativo dei nostri tempi sarebbe sicuramente sul podio. Un appiccicoso stigma duro a morire che solo in Italia, si è insediato nella vita di 2.100.000 ragazzi. Ma chi sono? I giovani Neet sono coloro i quali, non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi formativi. L’acronimo nasce per la prima volta in uno studio della Social Exclusion Unit, un dipartimento del governo del Regno Unito preoccupato che questi e queste giovani fossero in una condizione di esclusione tale da favorire l’avvio di carriere criminali.

Quella dei Neet è una condizione strettamente associata alla fase della vita in cui si passa da giovane ad adulto. I sociologi suddividono la transizione nel modello di società occidentale ovvero quella segnata da cinque tappe: l’uscita dalla casa dei genitori, la fine del percorso di studi, l’ingresso nel mercato del lavoro, la formazione di una famiglia, l’assunzione di responsabilità verso i figli. La verità però è che adulti lo si diventa ugualmente, anche non completando tutte le tappe. Il cambiamento è iniziato a partire dagli anni settanta/ottanta quando questa fase ha cominciato a diventare sempre più lunga. Se prima il modello era “scuola – lavoro – famiglia” più o meno alla stessa età per tutti, oggi il percorso è meno schematico e molto più personalizzato e imprevedibile. Da una parte la spiegazione può essere trovata nell’estrema difficoltà ad entrare a far parte del mondo del lavoro, ma è pur vero che rispetto a prima, si studia, si viaggia e si “vive” molto di più.

L’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di giovani NEET. Considerando la fascia d’età 15-29 nei dati Eurostat, il nostro Paese conquista un altro triste primato nel 2021: 1 giovane su 4 non lavora, né studia, né si sta formando. Nel resto d’Europa il fenomeno è molto più contenuto: anche nei paesi mediterranei, che di solito se la giocano con l’Italia, i giovani NEET sono molti meno; il 18,7% in Grecia, il 17,3% in Spagna, l’11% in Portogallo. Gli altri paesi con percentuali più alte sono quelli dell’est come Romania, Bulgaria, Slovacchia e Croazia. I paesi del centro-nord hanno invece tutti percentuali inferiori al 10%, con le eccezioni di Irlanda e Francia a del Belgio e, inaspettatamente, Finlandia e Danimarca, poco sopra il 10%. La pandemia poi, non ha sicuramente giocato un ruolo a favore del fenomeno: fino al 2019, in tutti i Paesi europei il trend era decrescente, nel 2020 però tutti hanno fatto segnalato una crescita della percentuale. La crescita più forte si è registrata in Irlanda, +2,8 punti in un solo anno, in Spagna +2,4 e in Lituania +2,1. In Italia invece, la quota  è cresciuta di 1,1 punti.

Ma la vera domanda è: di chi è la colpa? I giovani italiani negli ultimi decenni sono stati spesso dipinti come dei “mammoni pantofolai”, privi di risoluzione e di stimoli, che “infondo se la passano bene a casa e che quindi non hanno nessun motivo di uscire e affrontare la vita reale”. La realtà però è molto più prosaica: sono infatti più le condizioni sociali ed economiche dei gruppi di provenienza e delle famiglie di appartenenza a incidere sulla possibilità di uscire precocemente dal nucleo familiare. In più, un’evidenza: per quanto l’ambiente familiare possa essere rassicurante e accomodante, nei casi dei più fortunati ovviamente, quello all’esterno risulta svilente e squalificante, fatto di poche possibilità lavorative o di difficile accesso a percorsi di formazione e d’istruzione. Tutto è strettamente collegato al tipo di esperienza che un giovane ha, o che più comunemente in quanto tale, non ha, o alla quota di reddito individuale e familiare di cui dispone. Quindi, il più delle volte, si rimane in famiglia perché non si vedono prospettive nel mondo esterno.

Questo primato tutto italiano, si cela anche dietro a delle importanti differenze territoriali, con le regioni meridionali a farla da padrone: in Sicilia la stima di giovani Neet è del 37,5%, in Calabria del 34,6%, in Campania del 34,5%. Al vertice opposto della classifica troviamo Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto. L’incidenza dei giovani fuori dal mercato del lavoro e da qualsiasi percorso di formazione è più elevata tra le grandi città meridionali: Napoli al 22,8%, Palermo al 19,9%, Bari al 15,2%, mentre al contrario a Roma la quota è del 10,70%, a Milano dell’8,10% e a Torino dell’11,20%.

In Italia il fenomeno Neet, oltre ad assumere un peso anomalo rispetto al contesto europeo, costituisce motivo di preoccupazione perché rappresenta un grave sotto-utilizzo del potenziale umano e lavorativo delle risorse più giovani, che sono e devono essere la leva di un Paese. Questi giovani, figli vittime e privilegiati di mutamenti sociali, economici e culturali che hanno cambiato le abitudini e gli stili di vita, fanno i conti con la realtà: l’Italia non è un Paese per loro!

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