sabato, 19 Giugno 2021

Dei delitti e delle pene, 2 mesi per un omicidio. La giustizia della Repubblica

Un pluriomicida, con 150 morti alle spalle, scarcerato in anticipo per buona condotta. Curioso come tutto ciò sia accaduto alla vigilia della Festa della Repubblica Italiana. Il Paese testimone di un sistema che premia i carnefici.

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Due mesi per ogni omicidio commesso. A tanto ammonta la pena inflitta al collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, tornato libero dopo 25 anni e con 45 giorni d’anticipo grazie alla “buona condotta” del pluriomicida. 

Fa male sapere che quelli riconosciuti a Brusca sono… bruscolini: briciole di pena per un uomo che viene definito “pentito”, ma che per i parenti delle vittime innocenti di mafia, non lo è mai stato; curioso poi il fatto che gli sia stata applicata, correttamente, la legislazione sul pentitismo, favorita da quel Giovanni Falcone che trovò la morte per mano, anzi, per dito proprio di Giovanni Brusca. È stato lui, “U Verru”, il Porco, che 29 anni fa schiacciò materialmente il telecomando per far saltare in aria l’auto del giudice e della sua scorta nella tristemente nota strage di Capaci.

Curioso, come curioso è il sistema giustizia a cui dobbiamo rispondere. Perché certo, come ha dichiarato Maria Falcone, “umanamente è una notizia che addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata”. Giovanni Falcone in effetti, pensò che lo sconto di pena per i pentiti fosse un’arma insostituibile per la lotta alla mafia, che prosperava protetta dall’omertà. Ed è una teoria assolutamente condivisibile, è una legge che va rispettata, sì, ma che è anche passibile di essere modificata, adattata ai tempi che cambiano.

Curioso poi come tutto ciò sia accaduto alla vigilia dell’anniversario della Repubblica Italiana, ricorrenza in cui si dovrebbe festeggiare la nascita di un Paese che riconosce e garantisce pari possibilità e difende i diritti inviolabili dell’uomo, ma che si trova ad essere tristemente testimone di un sistema che premia i carnefici. Un sistema che fa riecheggiare nella testa degli onesti cittadini una sola domanda, che poi è quella posta da Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente della scorta di Falcone: “Ma che Stato è questo Stato che celebra con il Presidente della Repubblica a Palermo il 23 maggio e, otto giorni dopo, manda a casa uno che fa saltare un’autostrada o fa sciogliere nell’acido un bambino per vendetta contro un pentito?

Abbiamo assistito alla dimostrazione del fatto che per il sistema Stato è giusto ripulire l’immagine di un collaboratore di giustizia, ascrivendogli la connotazione di “pentito”; ma non ci rendiamo conto che così facendo, facciamo torto a tutti i parenti delle vittime innocenti di mafia, che muoiono ogni giorno per il dolore del ricordo, dell’impotenza. Facciamo torto ai bambini, che nella scuola primaria potrebbero ritenere candidamente giusta l’equazione per la quale se uno è stato cattivo e poi si pente, bisogna perdonarlo perché è diventato buono. Facciamo torto alle nuove generazioni che ci fanno sentire in difficoltà, come sottolinea la vedova di Schifani, che a sua figlia Erika, 21 anni, che studia Giurisprudenza, non sa cosa dire quando “mi guarda inorridita. Lei s’addentra adesso fra le regole del diritto, ma che idea si dovrà fare di questo modo di amministrare le leggi?”.

Un sistema che ha falle non solo pratiche, ma anche semantiche. Pentirsi, secondo il vocabolario e la coscienza comune, significa provare dolore, dispiacersi, redimersi. É realmente così? Non si può essere complici nella “manomissione delle parole”, come ci insegna il magistrato Gianrico Carofiglio, perché le cose e le persone vanno identificate nella loro stessa essenza.

Bisognerebbe denominare pubblicamente e correttamente un pentito solo come “collaboratore di giustizia”, il quale, per scopi di mera opportunità personale, finalizzati allo sconto di una pena, collabora: questo ha il sapore amaro, anzi, “acido”, per dirla con un linguaggio caro alla mafia, di una svendita della Giustizia al prezzo di mezze verità non completamente confessate. La Giustizia ideale certamente, quella che innesca istintiva indignazione e che non coincide necessariamente con la Legge o con la Morale. Quella Giustizia che non viene a trattative con lo Stato garantista, che chissà pure se dovrà pagare il reddito di cittadinanza al personaggio in questione.

Una giustizia, snaturata anche dalla lettera maiuscola che le spetterebbe in teoria, in cui non sempre si vede davvero applicato il suum cuique tribuere, secondo la prospettiva giusnaturalistica per cui il diritto è giusto quando è capace di dare a ciascuno il suo, garantendo la coesistenza tra gli uomini. Non facciamoci bastare l’illusione che sia stata correttamente applicata la Legge.

Non ci si può semplicemente parare dietro il sistema premiale previsto per i collaboratori di giustizia per dire che questo era l’unico modo per fare antimafia. Bruscolini. Alla fine, tanto sono valse 150 vite spezzate. In proporzione rischia più anni di carcere Fabrizio Corona. A questo punto gli avversari conviene quasi più ammazzarli, anziché sputtanarli.

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