martedì, 21 Settembre 2021

Covid, importante scoperta: “gli anticorpi persistono per almeno otto mesi dopo l’infezione”

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Da quando è arrivato il vaccino, le domande più frequenti che circolano tra la gente sono “ma quanto durerà l’effetto del vaccino?”; “ma ogni quanto bisognerà farlo?”; “Quanto durano gli anticorpi?”.

L’Irccs San Raffaele di Milano, in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità ha condotto una ricerca secondo cui gli anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2 persistono nel sangue per almeno otto mesi dopo l’infezione; indipendentemente dall’età dei pazienti, dalla presenza di altre patologie o dalla gravità della malattia.

Secondo i ricercatori, la loro presenza precoce non deve preoccupare, anzi è necessaria e fondamentale per combattere bene l’infezione. Chi non riesce a produrre gli anticorpi entro i primi quindici giorni dal contagio è esposto ad un rischio maggiore di sviluppare forme gravi di Covid-19. Questo studio è pubblicato su ‘Nature Communications’.

Dietro tutto questo, c’è un duro e costante lavoro di ricerca non solo dei ricercatori dell’Irccs ospedale San Raffaele, guidati da Gabriella Scarlatti ma anche di quelli del San Raffaele Diabetes Research Institute, diretto da Lorenzo Piemonti. Hanno sviluppato un particolare test per gli anticorpi, sfruttando competenze e tecniche già usate per lo studio degli anticorpi coinvolti nella risposta auto-immunitaria alla base del diabete di tipo 1.

Questo gruppo di ricerca ha lavorato a stretto contatto con i ricercatori del Centro per la Salute globale e del dipartimento di Malattie infettive dell’Iss, coordinati da Andrea Cara e Donatella Negri, per sviluppare un nuovo metodo per la valutazione degli anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2, sfruttando alcune tecniche e competenze già impiegate per lo studio dei vaccini anti-Hiv.

Sono stati seguiti e monitorati 162 pazienti positivi al Covid con una diversa entità di sintomi, presentatisi al pronto soccorso dell’ospedale San Raffaele durante la prima ondata della pandemia in Italia. I primi campioni di sangue sono stati raccolti al momento della diagnosi e risalgono a marzo-aprile 2020, gli ultimi a fine novembre 2020. “Il gruppo di pazienti è composto al 67% da maschi, con un età media di 63 anni – riporta la ricerca – Il 57% soffriva di una seconda patologia oltre al Covid-19 al momento della diagnosi, l’ipertensione (44%) e il diabete (24%) le più frequenti. Su 162 pazienti, 134 sono stati ricoverati”.

I ricercatori hanno studiato nei pazienti riattivazione degli anticorpi per i coronavirus stagionali – responsabili del classico raffreddore – con l’obiettivo di verificare il loro impatto sulla risposta contro Sars-CoV-2. “Questi anticorpi riconoscono parzialmente il nuovo coronavirus e possono riattivarsi a seguito del contagio, pur non essendo efficaci nel neutralizzarlo – spiega Gabriella Scarlatti, che ha coordinato la ricerca – Il timore era che la loro espansione potesse rallentare la produzione degli anticorpi neutralizzanti specifici per Sars-CoV-2, con effetti negativi sul decorso dell’infezione.”

“Contrariamente a quanto emerso da studi precedenti, la presenza precoce di anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2 è effettivamente correlata a un migliore controllo del virus e a una maggiore sopravvivenza dei pazienti – ricordano i ricercatori – Per fortuna questo è vero nella maggior parte dei casi: il 79% dei pazienti arruolati ha infatti prodotto con successo questi anticorpi entro le prime due settimane dall’inizio dei sintomi. Chi non ci è riuscito è risultato a maggior rischio per le forme gravi della malattia, indipendentemente da altri fattori come l’età o lo stato di salute. Allo stesso tempo, la presenza degli anticorpi neutralizzanti, pur riducendosi nel tempo, è risultata molto persistente: a otto mesi dalla diagnosi erano solo tre i pazienti che non mostravano più positività al test. La persistenza di questi anticorpi per almeno otto mesi è indipendente dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie”.

Infine, secondo i dati analizzati dai ricercatori del San Raffaele, “la riattivazione di anticorpi pre-esistenti per i coronavirus stagionali non ha alcuna influenza nel ritardare la produzione degli anticorpi specifici per Sars-CoV-2 e non è associata a maggior rischio di decorsi gravi del Covid-19”. “Lo studio della risposta anticorpale contro Sars-CoV-2 – spiega Vito Lampasona del Diabetes Research Institute – rivela la complessità dell’interazione tra il virus e il sistema immunitario, uno degli elementi che determina la diversa gravità con cui la malattia si manifesta nel singolo paziente”.

“Quanto abbiamo scoperto ha delle implicazioni sia nella gestione clinica della malattia nel singolo paziente, sia nel contenimento della pandemia – afferma Scarlatti – Secondo i nostri risultati, infatti, i pazienti incapaci di produrre anticorpi neutralizzanti entro la prima settimana dall’infezione andrebbero identificati e trattati precocemente, in quanto ad alto rischio di sviluppare forme gravi di malattia. Gli stessi risultati ci danno però anche due buone notizie: la prima è che la protezione immunitaria conferita dall’infezione persiste a lungo; la seconda è che la presenza di una pre-esistente memoria anticorpale per i coronavirus stagionali non costituisce un ostacolo alla produzione di anticorpi contro Sars-CoV-2. Il prossimo step è capire se queste risposte efficaci sono mantenute anche con la vaccinazione e soprattutto contro le nuove varianti circolanti, cosa che stiamo già studiando in collaborazione con i colleghi del Iss”.

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