venerdì, 23 Febbraio 2024

Coppia gay suicida in Armenia, l’annuncio sui social: il “lieto fine” scatena la gioia dei leoni da tastiera

Happy end, con il "lieto fine" si apre il post sui social dei due ragazzi gay che, prima di gettarsi da un ponte, hanno deciso di essere liberi e condividere scatti teneri sul web. L'omofobia li ha uccisi. L'odio degli utenti ha inflitto il colpo di grazia.

Da non perdere

Happy End”, così finiscono le più belle storie d’amore, con il “lieto fine”. Ci hanno abituati fin da piccoli alle favole, alla principessa che veniva salvata dal principe su un fedele destriero dal manto bianco e poi, quel “lieto fine”, veniva suggellato con un delicato bacio sulle labbra. La sera del 20 ottobre è finita così anche la storia di Tigran e Arsen, due ragazzi omosessuali. Però, è finita per sempre. Il “lieto fine”, per loro, è stato liberarsi dalla vita abbandonandosi alla morte: si sono gettati, insieme, dal ponte Davtashen, a Yerevan, in Armenia, Paese fortemente ostile ai diritti delle persone omosessuali e non solo. A raccontare la storia è Pink Armenia, un’associazione per i diritti LGBTQI+.

L’ultimo bacio e l’addio sui social

Prima del suicidio, entrambi i giovani hanno pubblicato delle foto su Instagram, uno dei due scrive anche una descrizione forte, consapevole e coscienziosa, nonostante il gesto estremo: “Le decisioni sulla condivisione delle foto e sui nostri prossimi passi sono state prese da entrambi”, a voler sottolineare che loro sono stati “insieme fino alla fine”, fino al lieto fine. Il carosello di foto, diventato poi virale, si apre con uno scatto che ha fatto infuocare i social: un bacio. Un gesto naturale, comune e spontaneo. Si continua con un ritratto, uno dei due che stringe a sé un orsacchiotto e, infine, uno scatto in cui si inquadrano le mani che indossano all’anulare un anello, simbolo di unione. Scatti semplici, come quelli che avrebbe potuto postare chiunque. Però, le foto sono di due ragazzi, per giunta omosessuali e per “disgrazia” armeni. Dopo aver premuto il tasto “pubblica”, c’è stato il salto. Poi il vuoto. Il silenzio. La morte.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da 📍… (@rayyyyyennnnn)

L’odio degli utenti

I commenti sotto al post sono tantissimi, molti utenti però hanno così poca delicatezza che, come spesso capita, il corpo non riesce a trovare pace anche quando non vive più, come accaduto alla professoressa italiana Cloe Bianco. Alcuni hanno deciso di diffondere gli scatti anche su diversi canali Telegram creati appositamente per schernire e giustificare il gesto dei ragazzi anzi, alcuni si sono improvvisati detective e hanno trovato il movente del suicidio: l’omosessualità. Offese e insulti hanno accompagnato la morte dei giovanissimi. Donne, uomini, anziani, madri e padri di famiglia, hanno deciso di incoraggiare altri ragazzi gay a fare lo stesso. Le dita frenetiche sui tasti del cellulare non vedevano l’ora di scrivere un’esortazione simile, piena di odio a dir poco ingiustificato. Fa accapponare la pelle pensare che altri esseri umani possano scrivere con scioltezza e naturalezza un’esortazione simile, come se la vita di Tigran e Arsen e di tanti altri gay fosse meno importante di una persona eterosessuale.

Pink Armenia

L’omofobia ha causato altre due vittime“, così si apre il comunicato di Pink Armenia, primissima associazione a dare la notizia del suicidio dei ragazzi. Si è focalizzata in particolar modo sulla condizione di tanti omosessuali che vivono in Armenia e che si sentono in gabbia perché “conoscono molto bene la sensazione di isolamento e l’incomprensione della famiglia e della società. Questo tragico incidente dimostra ancora una volta che le persone LGBT in Armenia non sono al sicuro e non sono protette dalla società o dallo stato”. L’associazione continua a esortare ogni individuo a chiedere aiuto perché “i pensieri suicidi sono spesso accompagnati da sentimenti di colpa, paura, auto-colpa e vergogna a causa degli atteggiamenti della società nei confronti del proprio orientamento sessuale e dell’identità di genere. In tali situazioni, è essenziale garantire un adeguato supporto professionale“.

Il pezzo si conclude con una delle frasi più accoglienti, rassicuranti e materne possibili: “E ricorda, non sei solo“. Non sappiamo se almeno un’altra coppia di Tigran e Arsen, dopo aver letto questo parole, abbia trovato il coraggio di salvarsi. Chi pensa di essere sbagliato per l’amore che sente, solo perché la società dice che sia sbagliato, inizia a distorcere la visione che ha delle cose. Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Ci si incolpa, ci si vuole liberare di questa vita e trovare sollievo altrove.

L’Armenia e i diritti

L’Armenia è un Paese situato poco più a sud dell’immensa catena montuosa del Caucaso. A nord e a est confina con la Georgia, Azerbaigian e la repubblica de facto del Nagorno Karabakh, mentre i Paesi con cui condivide i confini a sud-est e a ovest sono, rispettivamente, Iran e Turchia. È abbastanza deducibile il clima che si respira in quelle zone. Soltanto il 18 aprile del 2003 il reato di omosessualità è stato ufficialmente abolito, quando è entrato ufficialmente in vigore il nuovo codice penale. La situazione, però, non è delle migliori a distanza di 19 anni perché le persone LGBTQI+ non godono pienamente dei diritti civili perché l’omosessualità è considerata ancora un tabù.

Si temono rifiuti sul posto di lavoro, aggressioni in ambito familiare e discriminazioni gratuite in pubblico e in privato. Secondo un sondaggio del 2012, il 70% degli armeni considera le persone LGBT “strane”. Dieci anni dopo due ragazzi nel fior fiore degli anni sono costretti a ricorrere alla morte per vivere serenamente. Inoltre, l’Armenia è stata quasi “costretta” ad abolire quel reato, si trattava nello specifico di abolire l’illegalità associata alle attività e relazioni sessuali tra omosessuali e veniva punito col carcere o con la morte, nel peggiore dei casi. Però, non hai mai realmente tutelato coloro che subivano discriminazioni. Nell’aprile 2020, il Codice Civile ha incrementato l’articolo 226 comma 2 criminalizzando la violenza e il linguaggio contro “gruppi particolari”.

“Happy End”

Non esiste un nome per chi ama qualcuno dello stesso sesso, fa semplicemente parte di un “gruppo particolare”. Quindi, quelli “strani” sono “particolari“? E non è forse vero che proprio nei dettagli, nei particolari si ritrovano le cose più genuine? Tigran e Arsen, due giovani particolari, se ne sono andati in silenzio e con un post sui social che, però, ha messo in moto i leoni da tastiera ma ha anche ri-accesso i riflettori sulla situazione degli omosessuali nel mondo. Non si è ovunque al sicuro e non bisognerebbe fuggire per vivere.

I due si sono concessi il lusso di morire ma non dovrebbe essere questa la soluzione unica che si presenta a chi ama qualcuno dello stesso sesso. Sembra banale dire a tutti gli omosessuali, soprattutto giovani, che “non siete soli” ma, a volte, è di fronte alla tragedia che ci si ricorda di essere umani, fragili, discriminati, odiati ed estremamente inghiottiti dalla solitudine.

Ogni rivoluzione inizia quasi sempre col sangue, oggi abbiamo sangue giovane sparso per la voglia di amare ad alta voce dopo aver destinato troppo tempo ad amare in silenzio, in vicoletti bui a causa della paura. Non si è al sicuro, ed è un dato di fatto. Una legge è necessaria, nel nostro Paese e in Paesi esteri, ma urge anche l’educazione intima che ognuno di noi possiede e che deve imparare a mettere in pratica con il rispetto verso l’altro. Tigran e Arsen sono stati vittima della brutalità dell’Armenia, sono stati vittime dell’odio represso e incomprensibile degli utenti sui social, ma sono stati anche liberi di morire e, finalmente, amare liberamente. “Happy End”.

Ultime notizie