mercoledì, 29 Giugno 2022

Colf denuncia Gianluca Vacchi: “Vessazioni e multe gli anni di lavoro con lui un inferno”

La donna ha trascinato il suo datore di lavoro davanti al giudice, per quelli che ritiene anni di sfruttamento e di comportamenti che le hanno reso la vita impossibile.

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“Gli anni di lavoro a casa sua sono stati un inferno”. Questa la pesante accusa, giunta da una domestica filippina di 44 anni, ai danni dell’influencer italiano Gianluca Vacchi. La donna ha trascinato il suo datore di lavoro davanti al giudice, per quelli che ritiene anni di sfruttamento e di comportamenti che le hanno reso la vita impossibile. “Non solo eravamo costretti a lavorare dalle 10 di mattina fino alle 5 di notte, ma spesso dovevamo andare a tempo di musica ed eseguire balletti, altrimenti si scatenava la sua rabbia”, afferma.

Nell’atto di citazione civile, la colf ripercorre i tre anni e mezzo passati nella villa in Sardegna di Vacchi: “Il contratto è iniziato il 25 maggio 2017 e cessato il 10 dicembre 2020. Erano previste sei ore al giorno di lavoro per sei giorni alla settimana. Ma abbiamo lavorato anche fino a venti ore al giorno, senza interruzione. Senza mai beneficiare del riposo settimanale e tantomeno delle ferie. Vacchi, poi, ci ha chiesto di firmare un contratto di riservatezza: nessuna divulgazione a terzi, pena una multa da 50mila euro da detrarre dal TFR. La mancata firma, da parte mia, di questo contratto, ha fatto scattare il licenziamento”.

Ma gli insulti e le vessazioni ai danni dei domestici sarebbero soltanto alcuni dei temi caldi che hanno portato alla denuncia. Tra gli episodi più sconcertanti, infatti, ci sarebbe stata la possibilità di essere pesantemente multati nel caso in cui uno dei dipendenti si fosse dimenticato un capo d’abbigliamento o un accessorio che l’influencer avrebbe dovuto indossare. Secondo i messaggi vocali in possesso de La Repubblica, Vacchi avrebbe teorizzato la possibilità di multare i dipendenti con 100 euro, da detrarre dalla busta paga. In un’occasione, per aver dimenticato di portare in macchina gli occhiali da sole dell’uomo. In un’altra, per aver spostato le punture di testosterone dal loro solito posto.

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