mercoledì, 27 Ottobre 2021

Giovani, laureati e in fuga: l’identikit degli studenti del nostro Paese

In Italia essere giovani e laureati non è un vantaggio: un Paese che continua a non investire sul diritto allo studio, il welfare studentesco e l'accesso al mondo del lavoro costringe in tanti e tante a spostarsi oltre il confine.

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Sin da piccoli ci hanno insegnato come studiare sia importante per costruirsi un futuro, per guardarsi attorno con occhi attenti, per realizzarsi nella vita. E sin da piccoli abbiamo iniziato a studiare, per circa 20 anni della nostra esistenza. Il liceo, l’università, i corsi post-laurea, dottorati, scuole di specializzazione e così via.

Finché una mattina, alla vigilia dei 30 anni, non ci si sveglia e ci si scontra con la realtà. Una realtà fatta di precarietà, con un mercato lavorativo che non assorbe i giovani, con forme  contrattuali prive di tutele, apprendistati che sembrano infiniti e tirocini mai retribuiti.

E realizzi che forse l’Italia non è il tuo posto.

Tutto ciò premettendo che la tua famiglia possa aiutarti a realizzare il tuo sogno.

In Italia essere giovani e laureati non è un vantaggio: un Paese che continua a non investire sul diritto allo studio, il welfare studentesco e l’accesso al mondo del lavoro costringe in tanti e tante a spostarsi oltre il confine. L’ultimo Referto licenziato dalla Corte dei Conti parla chiaro: negli ultimi 8 anni, si è registrato un incremento del 41,8% di ‘fuga dei cervelli’ dall’Italia.

L’Italia, infatti, in relazione allo scorso target europeo relativo all’istruzione (strategia Europa 2020) riguardante l’innalzamento al 40% della quota di 30-34enni in possesso di una laurea, si posiziona al penultimo posto nell’UE. E le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati a lasciare il Paese (+41,8% rispetto al 2013).

Sia i dati europei, che quelli elaborati dai magistrati contabili quindi, rivelano che i gap più importanti, che costituiscono un vero ostacolo all’aumento di dette percentuali, sono di tipo economico e più precisamente riguardano il supporto pubblico all’accesso ai percorsi universitari e l’inesistenza di prospettive lavorative nel nostro Paese.

Il Referto sottolinea le principali criticità, già note ai Governi che si sono susseguiti nel post-Gelmini e spesso portate in luce dalle relative organizzazioni studentesche.

Il peso delle tasse universitarie sulle famiglie è un primo aspetto sostanziale che porta tantissimi giovani al “mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi“. Tale circostanza, secondo la Corte dei Conti, è da addurre “oltre che a fattori culturali e sociali, al fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti”.

Di fatto, il NATIONAL STUDENT FEE AND SUPPORT SYSTEMS IN EUROPEAN HIGHER EDUCATION 2020/21 di Eurydice Europa rivela che in circa la metà dei Paesi, gli studenti del primo ciclo pagano più di 100 euro all’anno, mentre in un quarto dei Paesi europei, fra cui rientra l’Italia, le tasse superano in genere i 1.000 euro. Sul fronte del diritto allo studio, l’Italia si posiziona tra i Paesi in cui un’alta percentuale di studenti che pagano le tasse si combina con una bassa percentuale di studenti che beneficiano di supporto finanziario.

“È questo un aspetto che, per la magistratura contabile, richiede un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco”, si legge nel Referto.

Un ulteriore dato, riguarda il sottofinanziamento del comparto della Ricerca, che limita di gran lunga l’accesso alle professioni accademiche: la “notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore”.

Il Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza, sarebbe potuto essere lo strumento idoneo a riportare al centro del dibattito pubblico e dell’agenda governativa i temi di Istruzione, Ricerca e Accesso al Mondo del Lavoro. Eppure, ancora una volta, investire sui giovani, sulla conoscenza, sull’istruzione e quindi sul futuro del nostro Paese non sembra essere una priorità.

Così anche questa mattina, così come per le prossime, un giovane laureato nel nostro Paese si sveglierà, si scontrerà con una realtà tutta italiana e realizzerà che i sacrifici fatti, i sogni coltivati, le prospettive seminate e l’entusiasmo maturato anche sui banchi di scuola non saranno poi serviti a tanto.

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