lunedì, 27 Settembre 2021

“Denunciare uno stupro è come andare in guerra”: il mondo ascolta Grillo e nessuno vede Luce

Prima che scoppiasse il caso Grillo Luce ha raccontato la sua storia e spiegato perché non tutte le donne denunciano uno stupro.

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Il video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro, accusato di violenza sessuale di gruppo nel 2019, ha riempito per giorni le pagine dei quotidiani e i palinsesti di tutte le reti televisive. Al contrario, è passato in sordina quello di una giovane donna che, poche settimane prima della tempesta mediatica, ha raccontato al mondo lo stupro subito. Un mondo troppo impegnato a guardare altrove. Quella confessione oggi diventa una vera e propria risposta alle domande poste, con la delicatezza che lo contraddistingue, da un padre il cui figlio è accusato di un crimine ripugnante.

Dall’inizio di aprile, infatti, rimbalza sui social la testimonianza di Luce, una ragazza di 23 anni che, attraverso la narrazione della sua esperienza, spiega quali siano i termini e gli aggravanti per sporgere querela per violenza sessuale.

«Nel luglio 2017 venivo stuprata. Nell’ottobre 2018 realizzavo quello che mi era successo. Tre anni fa non avevo gli strumenti per capire cosa fosse uno stupro […] e nessuno intorno a me aveva gli strumenti per capire cosa fosse uno stupro».

Il sesso senza consenso è stupro. Semplice, no? Tuttavia, una concezione oltremisura distorta e radicata di cosa sia una violenza sessuale troppo spesso fra traballare il giudizio di qualunque tribunale; sia che si tratti di quello dei social, il popolare, sia quello delle aule in cui si amministra la giustizia.

L’articolo 609-bis del Codice Penale punisce chi “con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringa taluno a compiere o subire atti sessuali”, ma anche chi “induca un altro soggetto a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona”. Dunque, un determinato comportamento può essere considerato stupro solo se compiuto con violenza, minaccia, inganno o abuso di autorità.

Secondo un recente rapporto dell’Istat, un italiano su quattro pensa che tra le principali cause di una violenza sessuale ci sia il modo di vestire della persona stuprata; per il 15% del campione la donna che ha subito violenza sotto effetto di alcool o sostanze stupefacenti è corresponsabile del reato; circa il 40% è convinto che, se lo si vuole davvero, ci si può sottrarre ad un rapporto non consensuale.

«Perché non hai denunciato prima?» Nel 2017 una donna su tre ha dichiarato di aver subito violenza almeno una volta nella vita, ma solo il 12,2% ha sporto denuncia. Perché? La scrittrice Giulia Blasi ha provato ad elencare alcuni dei principali motivi nel suo libro Manuale per ragazze rivoluzionarie (Rizzoli, 2020): paura di ritorsioni del molestatore o della comunità di riferimento, l’abuso è avvenuto in famiglia e si teme che una denuncia possa distruggerla (soprattutto quando ci sono dei figli), trascorsi sessuali inusuali rispetto alla morale comune. Ma anche scarsa coscienza di quello che è accaduto (come racconta Luce), vergogna per essere marchiata a vita come una vittima, timore di non essere creduta o delle domande che un pubblico ufficiale potrebbe rivolgerle. La stessa preoccupazione raccontata da Franca Rame nel monologo sul suo stupro:

Sento le loro domande. Vedo le loro facce, i loro mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso. Poi mi decido. Torno a casa. Torno a casa…
Li denuncerò domani.

Per denunciare una violenza sessuale #cimettoiltemponecessario. «Voi mandereste mai in guerra una persona con un cancro terminale? Perché sì, denunciare è come andare in guerra. Il dolore dell’elaborazione di un trauma è come un dolore fisico, carnale. Chi conosce le dinamiche della violenza capisce i tempi dell’elaborazione di un trauma» dice Luce. Dopo il video pubblicato da Beppe Grillo il 19 aprile – in cui la difesa di un figlio si è trasformata in victim blaming (letteralmente colpevolizzazione della vittima) – su Instagram sono comparsi gli hashtag #ILGIORNODOPO e #CIMETTOILTEMPONECESSARIO. Survivor, così si definiscono le persone sopravvissute a una violenza, come Francesca, Camilla, Carolina hanno cominciato ad aprirsi, a raccontare la loro testimonianza, quanto tempo c’è voluto per denunciare; spesso per non denunciare. «Sono passati 7 anni, non 8 giorni ed il tempo non mi ha aiutata a trovare la forza di denunciare e chiedere aiuto» scrive Alessia. Non avranno mai giustizia.

«Il mio latte di soia ha una scadenza più lunga». Secondo il Codice Rosso, infatti, la persona che ha subito violenza sessuale ha 12 mesi per sporgere denuncia; non sono tenuti minimamente in considerazione i possibili disturbi post-traumatici. Prima ancora, i mesi a disposizione erano 6. «Non penso assolutamente che un ulteriore prolungamento sia il modo per risolvere la violenza di genere. Ma almeno la libertà di provare a combattere la gradirei».

Tutti hanno il diritto di sentirsi al sicuro, donne e uomini, Perché sì, anche gli uomini vengono stuprati, da altri uomini, ma anche da donne. Diventa sempre più necessario cambiare i modelli sociali e culturali sui quali costruiamo i nostri comportamenti. Bisogna insegnare che gli stereotipi e i miti di genere sono tossici, che la donna non è preda e l’uomo non è cacciatore; soprattutto che il sesso senza consenso è stupro e non è mai colpa di chi lo subisce, di dove si trovava o di come era vestita.

Y la culpa no era mía, ní donde estaba, ni como vestía, è il grido di battaglia delle attiviste cilene.

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