sabato, 15 Maggio 2021

Uomini che odiano le donne: a 40 anni dalla cancellazione del delitto d’onore il femminicidio resta un raptus

A quarant’anni dalla cancellazione del delitto d’onore continuiamo a definire il femminicidio un raptus. Nel 2020, solo tra marzo e giugno, sono state uccise 44 donne in ambito familiare.

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Perché quasi sempre il carnefice è una persona che quella donna chiamava amore o tesoro?

È il 1965 quando un ragazzo calabrese, al microfono di Pier Paolo Pasolini, dice “Facendo il divorzio io resterei sempre un cornuto, quindi meglio …” mimando una coltellata. Il nostro Codice penale, fino a quarant’anni fa, prevedeva una pena ridotta per chi, in seguito ad una illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, assassinava il coniuge, la figlia o la sorella fedifraga. In altre parole, l’onore leso di un uomo bastava a giustificare la morte di una donna.

In Italia il delitto d’onore è stato abrogato – insieme al matrimonio riparatore – nel 1981. Secondo Corrado Augias «in Italia è praticamente scomparso […]. Oggi gli italiani uccidono soprattutto per rubare soldi o per sesso». Eppure, nel 2020 i femminicidi nel nostro Pese sono stati 112; donne assassinate da partner o ex partner, genitori, figli, conoscenti, spasimanti, rapinatori. Non per rubare soldi, non per sesso. Il movente è sempre lo stesso, quello che toglieva la vita anche quarant’anni fa: il patriarcato.

I dati. Secondo i dati Istat del 2019, l’Italia è fra i Paesi più sicuri al mondo e in Europa dal punto di vista della criminalità e del numero di omicidi in rapporto alla popolazione. Due anni fa, infatti, sono state uccise 315 persone (0,53 vittime per 100mila abitanti) di cui 204 uomini e 111 donne. Nonostante questi numeri ci sembrino bassi, le statistiche sono allarmanti.

Se la maggior parte degli uomini (il 65%) è stato ucciso da sconosciuti, per le donne non è lo stesso: il 61,3% delle vittime è morta per mano di un partner o ex partner. Nel 2020, solo tra marzo e giugno, sono state uccise 44 donne in ambito familiare. Dall’inizio del 2021 i femminicidi sono stati 13: è come se dall’inizio dell’anno fosse morta una donna alla settimana.

Perché? È diventato un fenomeno così comune che ogni volta che si indaga per femminicidio i primi sospettati sono sempre i maschi vicini alla vittima; perché quasi sempre il carnefice è la stessa persona che quella donna chiamava amore suo, tesoro.
Sharon Barni, Victoria Osagi, Roberta Siragusa, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Ilenia Fabbri, Piera Napoli, Luljeta Heshta, Lidia Peschechera, Clara Ceccarelli, Debora Saltori, Rossella Placati, Ornella Pinto.

Lei voleva lasciarlo, si era sentito tradito, non ci ha visto più, in carcere piange: i giornali traboccano di dolore ed empatia per il femminicida. L’estrema conseguenza di un amore malato, un raptus, il folle gesto: il femminicidio non è nulla di tutto ciò, non è follia, non è uno scatto d’ira. Debora Saltori non è stata uccisa per un impeto di rabbia: il suo ex compagno l’ha attirata nella sua trappola con la scusa di doverle dare gli alimenti per i loro figli.

Non è gelosia, è una cultura, un modo di vivere che ci viene inculcato dalla nascita, basato sul possesso e sulla remissività delle donne: chi non rispetta le regole del gioco viene espulso.

Nessuno si domanda perché è infrequente che una donna uccida il proprio partner? Forse perché normalizziamo l’aggressività dei maschi, insegniamo loro, fin da bambini, che devono essere combattivi, aggressivi, prevaricanti per essere migliori; che quando una cosa è loro nessuno può toccarla, non possono farsela sfuggire, perché è loro soltanto. Il contrario è da femminucce.

Donne punite perché non amavano più o come avrebbero dovuto; perché avevano lasciato o tradito; perché avevano sottratto le proprie figlie ad un padre non in grado di essere tale. Ma la morte corporale è l’ultima portata di un menù in cui dignità fisica, psicologica, morale ed economica non sono considerate; un menù che si riserva alle donne in quanto tali.

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