martedì, 16 Aprile 2024

Qatar 2022, c’è chi vince e chi alza la Coppa

Oltre ai vari temi prettamente tecnico-tattici, siamo stati spettatori di vere e proprie lezioni di vita; altre volte, invece, abbiamo capito che non bisogna mai scindere tra l'uomo ed il giocatore.

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Si è conclusa la Coppa del Mondo FIFA Qatar 2022. Per molti, nel modo migliore possibile. Sarebbe infatti ridondante ed anche tedioso continuare ad insistere sul duello quasi ventennale tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo per lo scettro di giocatore più forte dell’epoca recente. Tuttavia, non possiamo non guardare a questo traguardo argentino come la definitiva incoronazione di uno dei giocatori più amati di sempre. Attenzione, però, a non rimanere ciechi davanti a tanta, troppa mitologia, che rischia di ottenebrare il capolavoro che, attorno a Messi, è stato elaborato da Lionel Scaloni e messo in pratica dal resto della truppa albiceleste. Allo stesso modo, è giusto non far passare in secondo piano tanti aspetti che hanno caratterizzato questo Mondiale di calcio, una delle edizioni più belle, forse con la finale più emozionante di sempre. Oltre ai temi prettamente tecnico-tattici, come la riabilitazione dell’attaccante di razza ed il declino del modello spagnolo, siamo stati spettatori di vere e proprie lezioni di vita; altre volte, invece, abbiamo capito che non bisogna mai scindere tra l’uomo ed il giocatore. Ecco cosa abbiamo imparato da questa Coppa del Mondo.

Croazia, tre volte su sei sul podio: ormai è una realtà

La Croazia è una piccola terra nella penisola balcanica con una popolazione che non arriva ai 4 milioni di abitanti. Eppure, da quelle parti sono venuti fuori grandi talenti del calcio che hanno fatto le fortune prima dei club in tutta Europa, e poi anche della nazionale biancorossa. Infatti, su sei partecipazioni ai Mondiali FIFA, la Croazia si è classificata sul podio finale ben tre volte. Nel 1998, in Francia, si tratta della prima partecipazione per il Paese, Davor Šuker trascina i suoi al terzo posto, siglando il gol decisivo contro i Paesi Bassi nella finale valida per il terzo e quarto posto. L’attaccante, supportato alle spalle da un certo Zvonimir Boban, uscirà capocannoniere del torneo.

È in Russia, nel 2018, che la Croazia raggiunge il suo risultato massimo in una Coppa del Mondo, perdendo la finale contro una magnifica Francia e aggiudicandosi la medaglia d’argento. Ed è proprio in quella occasione, come anche in Qatar 2022, che Luka Modrić ci insegna come vivere nello Sport, ma anche nella vita. Il capitano del Real Madrid e della nazionale balcanica bacia con affetto la medaglia più rinnegata; quello che da quasi tutti è visto come il primo premio dei perdenti, per lui è un trofeo da custodire con gelosia e tanto amore. Modrić bacia la medaglia, la guarda, sorride, e la esibisce fiero attorno al collo con i pugni rivolti al cielo, come a dire: “Vedete? Abbiamo appena vinto una medaglia. Il nostro Paese è arrivato ancora una volta sul podio mondiale. Noi, la Croazia, è bellissimo“. Ricordiamoci che stiamo parlando di un giocatore che ha vinto tutto con uno dei club più prestigiosi della storia del pallone. Ma Modrić sa, perfettamente, che quando indossi la maglia del tuo Paese, qualunque traguardo è una conquista. Così come, allo stesso modo, conosce perfettamente il dolore degli sconfitti, e prima di festeggiare con i compagni esprime empatia nei confronti dei brasiliani dopo averli eliminati ai quarti di finale in Qatar.

Marocco, il pragmatismo contro i dogmi teorici

Walid Regragui è il protagonista del sogno spezzato sul più bello che ha fatto credere ad un popolo intero di poter arrivare fino in fondo contro i giganti. Il Marocco è la vera rivelazione di questa Coppa del Mondo. Non tanto per essere arrivato quarto nel torneo (il risultato è chiaro), quanto per aver dimostrato al mondo che ormai, il calcio, non è soltanto un gioco tra pochi contendenti. Regragui è riuscito a dare un’identità ad una selezione che ha in Hakim Ziyech il suo gioiello più prezioso, ma poi, ad un’attenta analisi, ha portato in Qatar anche calciatori come Walid Cheddira, che milita nella Serie B italiana (Bari). Regragui ha dimostrato che tutte le visioni tecnico-tattiche sono valide, se uno crede fieramente nel suo lavoro.

Il tecnico marocchino si è esposto davanti alla stampa mondiale con il coraggio di sostenere tutta la forza dei suoi principi, contro la retorica sterile e boriosa di grandi teorici del pensiero unico con il dogma del possesso palla: “Voi giornalisti lo adorate, ma non serve a niente. Molti giornalisti europei hanno criticato il nostro gioco. Una volta il possesso palla era anche il mio sogno, poi sono cresciuto“. I leoni dell’Atlante si sono fermati proprio sul più bello, proprio nel momento in cui, forse, avrebbero potuto prendersi la vittoria più bella di tutte: battere la Francia ai Mondiali. Perché il gioco del pallone, diciamolo pure, molte volte, è anche questione di conti in sospeso. L’abbraccio collettivo ed i sorrisi dei giocatori marocchini dopo le lacrime in seguito all’eliminazione è tutta la fierezza di un popolo che dovrebbe rappresentare ogni selezione sportiva: credere nei propri principi e riprovarci, una volta ancora.

Lionel Scaloni: il capolavoro del più giovane Generale del Mondiale

Superstizione o meno, astrologia o semplici coincidenze, Lionel Scaloni con il suo Deportivo, in Spagna, utilizzava la maglia numero 18. Con la nazionale argentina, ha indossato la numero 12. Ora, certamente non staremo qui a fantasticare troppo, ma la finale della Coppa del Mondo Qatar 2022, tra Argentina e Francia, si è giocata il 18-12. Scaloni, tra tutti quelli presenti alla competizione, era il tecnico più giovane; dunque, quello meno esperto, al cospetto di vecchie volpi come Louis van Gaal, Didier Deschamps, Adenor Leonardo Bacchi (Tite), Fernando Santos. Eppure, Scaloni, non si è fatto intimidire dalla pressione degli eventi, dall’aver in squadra l’enorme peso di dover trovare un modo per supportare e sfruttare al meglio il talento di Leo Messi, da quel formicolio che dopo il pareggio del 2-2 di Mbappé nella finalissima avrebbe potuto far crollare la terra sotto i piedi. Il tecnico albiceleste, fin dall’inizio della competizione, si è limitato a ribadire un solo concetto: “Giocheremo alla morte ogni partita“. Scaloni ha sbagliato pressoché nulla, è riuscito a far vincere un Mondiale all’Argentina dopo 36 anni. Il giovane Generale è stato più abile dei grandi maestri.

Non bisogna mai scindere tra l’uomo e il giocatore

Alcuni episodi hanno contribuito a rendere questa Coppa del Mondo la più chiacchierata di sempre. Qualcuno da mostrare a tutte le Scuole Calcio del Pianeta, altri da condannare fermamente. Tanti sono stati i gesti di sportività e umanità, ma tanti anche gli episodi di antisportività. Un calciatore, o un allenatore, non dovrebbero mai dimenticarsi dell’uomo sotto la divisa o sotto la giacca in panchina. E a maggior ragione se si è il capitano di una squadra, non si calpesta la maglia di un avversario negli spogliatoi, come ha fatto Messi dopo Argentina-Messico. Gli ultimi minuti della partita giocata tra i campioni finali e l’Olanda di Louis van Gaal, valida per l’accesso alle semifinali, non sono stati esattamente una pubblicità per il fair play. Alle provocazioni da parte dei giocatori sudamericani (Paredes che scaraventa un pallone contro la panchina avversaria), gli olandesi hanno risposto infuocando ulteriormente la partita. Il portiere dell’Argentina, Emiliano Martinez, premiato come miglior giocatore del torneo nel suo ruolo, è passato da essere l’eroe della serata a diventare un simbolo di volgare esultanza e imbarazzante antisportività. È la conferma che la medaglia d’oro, tante volte, fuori dal campo può corrispondere ad un ultimo posto.

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