mercoledì, 17 Aprile 2024

Qatar 2022, Spagna fuori dal Mondiale: errore di sistema. Tempi di una poesia inimitabile

Il tracollo della Spagna, che ha mostrato lacune evidenti di un sistema che forse non è più compatibile con la realtà odierna, va analizzato ben oltre i calci di rigore.

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La Spagna è fuori dalla Coppa del mondo FIFA Qatar 2022. Le furie rosse soccombono contro i leoni dell’Atlante del Marocco nello scontro valido per l’accesso ai quarti di finale. Ancora una volta, ai rigori; di solito, la maledizione spagnola dei tiri dagli undici metri rappresentava lo spettro quantomeno del turno successivo. Questa volta, come già nel 2018 in Russia, invece, la roja deve arrendersi agli ottavi di finale.

Come sempre, la sorte gioca la sua parte, ma potrebbe anche essere che la selección stia semplicemente continuando a credere in un sistema che ormai da anni non porta più risultati. Partiamo dai dati ufficiali Fifa: la Spagna ha portato a casa il 68% del possesso palla, è penetrata nei corridoi sinistro, destro e centrale del Marocco 102 volte. I giocatori della roja hanno effettuato con successo 967 passaggi, i nordafricani soltanto 229. Busquets e compagni hanno battuto otto calci d’angolo, il Marocco nessuno. Attenzione ai dati in difesa: il Marocco ha sventato 14 occasioni da gol degli avversari, ha applicato pressione difensiva 573 volte contro le 217 degli uomini di Luis Enrique. Certamente, si potrebbe dire, il motivo è che la palla ce l’hanno sempre gli altri. Benissimo, ma com’è possibile che la palla l’abbia tenuta la Spagna 100 minuti su 120, e che il Marocco abbia tirato più volte nello specchio della porta: sempre stando ai dati FIFA, tre volte contro una? Ecco una possibile lettura del match di ieri.

Errore di sistema

È successo ancora una volta: la Spagna viene eliminata ai rigori. L’ultima volta accadde nella semifinale di Wembley, durante l’Europeo poi vinto dagli Azzurri nel 2021. Fu proprio l’Italia ad eliminare le furie rosse, che, anche quella sera, portarono a casa un possesso palla disarmante: 71% e 908 passaggi totalizzati contro i 387 degli uomini guidati da Roberto Mancini. Nel 2018, contro la Russia, Paese ospitante della Coppa del Mondo, la selección prenotò i biglietti aerei per Madrid dopo la sconfitta contro i locali negli ottavi di finale. Anche in quell’occasione, le statistiche in favore degli spagnoli raccontano una realtà aliena: 23 tiri totali per la roja, un solo tiro in porta per i russi. Possesso palla del 79% contro il 21% dei locali. Far ricadere una sconfitta sportiva alla semplice casualità o alla sorte maligna, non si addice ad un serio professionista. E lo sa benissimo anche Luis Enrique; lo stesso tecnico della Spagna ha dichiarato in sala stampa che i rigori non sono una lotteria, ma fanno capire chi sa gestire meglio la pressione. Ma non è questo ciò che s’intende sottolineare qui: il tracollo della Spagna, che ha mostrato lacune evidenti di un sistema che forse non è più compatibile con la realtà odierna, va analizzato ben oltre i calci di rigore. Il giocatore che ha fatto meglio della Spagna in questo Mondiale, permettetemi di sostenerlo, è Alvaro Morata: un numero nove, vero, un centravanti puro, che dà profondità e soluzioni alternative ad un possesso palla sterile. È lui che Enrique ha mandato in campo quando le cose, nella fase a gironi, si sono complicate; evadendo, così, da quel dogma che non vuole più attaccanti di razza. Ecco, forse, l’errore di sistema: il “modello spagnolo”, incentrato interamente sul possesso palla e su ruoli cangianti, non permette soluzioni alternative quando l’avversario prende le giuste misure. E poi, diciamola tutta, forse un giocatore come Sergio Ramos avrebbe fatto comodo ad una nazionale troppo giovane, troppo inesperta, vergine di battaglie come quella di ieri. Va benissimo l’Accademia, lo sguardo al futuro, il serbatoio di talento, ma poi, in campo, bisogna prendersi delle responsabilità. Il Marocco, ieri pomeriggio, non fatichiamo a dirlo, ha mostrato alla Spagna come si gioca una partita ad eliminazione diretta.

Tempi di una poesia inimitabile

Il 29 giugno 2008 la Spagna giocava la finale degli Europei di calcio in Austria, a Vienna. Al minuto 33′, Fernando Torres segnava, con un tocco delizioso, l’uno a zero finale in favore delle furie rosse, che conquistavano la loro seconda medaglia d’oro nella storia della competizione; quella precedente, risale al 1964. L’ex attaccante di Liverpool e Milan, storico capitano dell’Atletico Madrid, sanciva l’inizio di un periodo vincente, forse quello destinato a regalare al pallone le due compagini più forti mai viste su un campo di calcio: il Barcellona di Josep Guardiola e la nazionale della roja. Qualche mese più tardi i blaugrana, con un certo Lionel Messi, ma letteralmente costruiti attorno al talento di Xavi Hernández, Andrés Iniesta e Sergio Busquets, conquistavano a Roma contro il Manchester United la terza Champions League del club catalano. Il 28 maggio 2011, sempre contro i Reds, il Barcellona del “modello spagnolo“, quello del tiki-taka, del possesso palla esasperato e del bel gioco batte nuovamente, a Roma, uno United gigantesco ed incolpevole. Francesco Repice, in una radiocronaca leggendaria, descrisse il gol di Pedro dell’uno a zero un’azione “come al solito ispirata scientificamente da Xavi“. In quel momento la Spagna ed il Barcellona avevano portato a termine il processo di trasformazione: gli attaccanti, come David Villa, diventano tutti dei falso nueve, la costruzione dal basso diventa un dogma, i difensori hanno abilità da trequartisti. Per citare sempre Repice: “Non è calcio, è autentica poesia“. Ed i risultati arrivano, eccome: la selección roja vince un Mondiale nel 2010 in Sudafrica e un altro Europeo, nel 2012, giocato in Polonia e Ucraina. Da quel momento, più nulla. Molti emulatori e vari mistificatori si sono susseguiti nel cercare di riportare sul campo una poesia inimitabile, incorruttibile, unica.

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