sabato, 2 Luglio 2022

Gpa commerciale, la gestazione e il parto come prestazioni lavorative

Gpa commerciale: la gestante viene pagata dagli aspiranti genitori per mettere a disposizione il proprio utero e portare a termine la gravidanza. La gestazione e il parto rischiano così di diventare prestazioni lavorative?

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In Ucraina come in alcuni Stati americani, Russia, Grecia e Georgia è legale la gpa commerciale. Ciò significa che la gestante viene pagata dagli aspiranti genitori per mettere a disposizione il proprio utero e portare a termine la gravidanza. In questo modo la gestazione e il parto rischiano di diventare prestazioni lavorative?

Maurizio Mori:
Dunque, la questione è molto complicata. Da quanto ne so anche in Ucraina le donne che accettano la gravidanza per altri devono già aver avuto una gravidanza in proprio, quindi sanno cosa comporta. Il problema di fondo sta nel capire se abbiamo la sovranità, la disponibilità dei processi riproduttivi: questo è il principio filosofico ed etico generale. La capacità di controllare la riproduzione credo sia il più grande cambiamento dell’umanità che è capitato negli ultimi secoli. Quando è nata la civiltà la procreazione andava per conto proprio, era un binario speciale, la sessualità e tutto ciò che è legato ad essa erano fuori dal controllo umano, oggi noi, invece, riusciamo a governarle. Allora se è lecito gestire la riproduzione a me pare che non ci sia nulla di particolarmente grave nel concedere la possibilità di una gravidanza per altri. Ora che ci sia o meno l’atto oblativo – io penso che la messa a disposizione altruistica dell’utero sia sicuramente positiva e costituisca quasi un crimine vietarla – la gravidanza per altri resta un servizio che viene prestato, ed è per questo che la gestante ha diritto come minimo a un rimborso spese e forse anche a qualche altro compenso monetario. D’altronde noi quando svolgiamo normalmente dei servizi veniamo pagati e riteniamo che il giusto salario sia un elemento che appartiene alla dignità… Dunque, lei mi chiede se la gravidanza diviene l’analogo di un lavoro, ebbene, si tratta di un servizio che viene fornito, se non esattamente un lavoro. Io non ci vedo nulla di male, ma queste domande che tendiamo a porci sono solo questioni aggiuntive, perché il punto morale fondamentale è capire se è lecito o no il controllo della riproduzione umana. Penso che quest’ultimo sia un avanzamento di civiltà che ci consente l’uguaglianza, uno dei grandi passi che abbiamo compiuto e di cui essere orgogliosi come Europei, Occidentali. So che è controverso, ci sono molti che ritengono si tratti di qualcosa di eccessivo, ma non dimentichiamo la storia; le rivoluzioni introdotte dalla scienza in questo ambito hanno permesso alla società di migliorarsi. Basti pensare al 15 agosto del 1930 (Conferenza di Lambeth ndr), quando la Chiesa anglicana affermò per la prima volta la liceità della contraccezione per permettere agli sposi di gestire meglio il numero dei figli e di conseguenza il loro benessere.

Alessio Musio:
Risponderei in ogni caso che non si tratta di un rischio. Per chi avalla la maternità surrogata nella sua veste commerciale – che ne è comunque il volto preponderante -, la gestazione e il parto vanno trattati dal punto di vista contrattuale e giuridico proprio in analogia con qualsiasi prestazione lavorativa. Quindi, la riduzione di cui parla non è un rischio ma un fatto e una precisa teoria che ci mette di fronte a un paradosso culturale di proporzioni enormi… Se solo pensiamo a come tutta la storia del movimento sindacale e delle lotte sociali novecentesche ci abbiano insegnato, invece, a proteggere la maternità dal lavoro. Proprio in questi giorni ritorna l’attenzione sul fatto, dato purtroppo per scontato, che il materno non può mai essere considerato causa e materia di licenziamento. Oggi il controsenso è che stiamo trasformando, invece, proprio il materno in una professione. Ne parlo anche nel mio libro (“Baby Boom. Critica della maternità surrogata”, edito Vita e Pensiero ndr), la donna che fa la madre surrogata dice di sé: “io sono solo una babysitter”, “sono solo un forno”, “il mio corpo fino qui è mio e da qui in giù è loro”, dei committenti, con una sorta di auto-estraneazione rispetto al sé corporeo. Così, le stesse donne che mettono a disposizione il proprio utero per far nascere su committenza si servono del linguaggio della prestazione lavorativa e, per quanto stiano diventando madri, ritengono che questo non stia loro accadendo. Vede, in ogni caso il punto è questo: io posso stipulare un contratto per scrivere un libro, per una prestazione intellettuale o di qualsiasi tipo, ma è inconcepibile pensare di stipulare un contratto per il servizio gestazionale della gravidanza. E questo perché il supposto servizio gestazionale coincide con la presenza stessa del bambino; è la presenza del figlio a determinare quella del servizio gestazionale. In questo modo ogni forma di contratto gestazionale implica e nasconde in sé un mercato dei bambini e una compravendita del figlio, e chi accetta il bio-business della maternità surrogata dovrebbe avere il coraggio e l’onestà di dire che è a questo che vorrebbe condurre la nostra civiltà. Mi sembra importante, poi, ricordare come in ogni lavoro vi sia una parte di serialità; quindi, se la maternità diviene un lavoro, la gestazione, il parto e il figlio diventano parte delle routine lavorative, mentre alcune femministe hanno fatto invece giustamente osservare che “l’unicità della gravidanza sta nel fatto che essa consiste nel miracolo del mettere al mondo l’unicità”. Ebbene, se si fa diventare il materno una forma di professione, se ne perde il significato costitutivo.

La gpa in Italia è vietata in ogni forma dall’articolo 12, legge 40/2004. L’Associazione Luca Coscioni nel 2019 ha proposto un testo in Parlamento per la legalizzazione della “Gravidanza solidale per Altri”…continua a leggere

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