mercoledì, 25 Maggio 2022

La scuola che “conta”: il mitologico concorso ordinario che falcidiò storici e filosofi

Quiz, tombola e sudoku. Questo sono in Italia i concorsi di selezione per l'insegnamento, unico strumento pubblico per valutare chi sia in grado di educare quotidianamente i giovani, aiutandoli a divenire dei dipinti pieni di futuro. E i professori, che siano precari, aspiranti o semplicemente anime in pena, devono abituarsi a dare i numeri e a farsi numeri.

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“I concorsi sono sempre così, sono una lotteria…non fatela troppo lunga e abituatevi”. È solo uno tra i tantissimi commenti blaterati su Facebook al termine del concorso ordinario per l’insegnamento di storia e filosofia nei licei, tenutosi giovedì 17 marzo.Abituatevi“, la parola più infelice che ha scelto frettolosamente di digitare un professore attempato in risposta allo sfogo di centinaia di suoi colleghi, per lo più precari, ancora allucinati dal tecnicismo dei quiz ministeriali. Tralasciamo il fatto che le 50 domande proposte dal Ministero dell’Istruzione per la classe di concorso di storia e filosofia (A-19) sembra siano state studiate appositamente da qualcuno che marinava la scuola per giocare a Trivial; qualcuno che in classe, da buon bulletto, passava gran parte del tempo ad attaccare con minuzia le chewing gum sotto il banco, tra una dormita e l’altra.

“Sì, la vita è tutta un quiz”

Non parlerò di una batteria di quesiti a risposta multipla cavillosa, ambigua e scritta in un italiano stentato che avrebbe fatto rabbrividire anche il lessico striminzito dei giochi di Mike Bongiorno. Non parlerò di quanto sia stato frustrante per quei filosofi e storici ritrovarsi a sbattere la testa sulla mobilità del fronte nella guerra di Corea tra il ’50 e il ’51, “statica al 38° parallelo o mobile sul Mar Giallo e statica sul Mar del Giappone…”, e così via. Sì, la vita è tutta un quiz, cantava Renzo Arbore. Colonna sonora perfetta per questo famigerato concorsone che ha punito e abbattuto i temerari soldati dell’A-19; missionari del sapere con il deplorevole cruccio di voler far sì che anche il liceale più annoiato riesca a viaggiare con la ragione tra i tempi. Non intendo sprecare fiato per i lamenti dei moltissimi laureati in storia e filosofia bocciati per una insensata domanda sul cavo VGA o per aver trovato in due risposte la ricerca della felicità del troppo eclettico Seneca, finendo nel dubbio per non saper che crocetta spuntare. Provo solo un ingombrante dispiacere per la cultura, per i suoi supplenti di oggi e, a questo punto, anche di domani, che non devono più azzardarsi a stupirsi di esser stati scremati da un test del genere. Forse sta proprio qui il senso del cinismo di quel professore sui social.

Mitologia di un concorsone tanto atteso

Cinquina, tombola e sudoku. Ecco cosa sono in Italia i concorsi per poter accedere al mondo della scuola. Un giochino d’enigmistica, tanto basta per valutare chi sia in grado con competenza di educare i giovani, chi sia degno di aiutarli a non sentirsi bozze dal tratto sottile e sgangherato, ma dipinti pieni di futuro. E i professori, che siano precari, aspiranti o semplicemente anime in pena, devono abituarsi a dare i numeri e a farsi numeri. Non ha senso sfogarsi dopo esser usciti dall’aula di laboratorio di un istituto scolastico lontano 150 chilometri da casa, nel migliore dei casi. Perché mai essere arrabbiati con l’ente ministeriale che dà speranza e mette a disposizione migliaia di cattedre nel 2020, bandendo un concorso con quattro diverse prove da sostenere, con tanto di legittimo sbarramento in preselettiva. E infatti fino a qui nulla da dire. Se non fosse che due anni dopo, il Miur, invece di svegliarsi un po’ più Kant, sceglie di addormentarsi nel sonno dogmatico e cambia completamente il processo di selezione, riducendo il tutto ad un quizzone su discipline di insegnamento che per natura non sono riassumibili in date e nozioni da glossario. Poi, come se non bastasse, sempre quel burlone del Miur, fa venir fuori nel 2022 le date di questo mitologico concorso, con un preavviso di 20 lunghissimi giorni. Come fanno ad adirarsi allora i laureati nelle materie umanistiche? Da non crederci.

Quei poveri incoscienti che, con ancora indosso la corona d’alloro, avevano sentito la voce del sapere che sussurrava loro di esser nati per far capire ai ragazzi come la filosofia sia solo la più bella storia d’amore del pensiero umano. Ah, che ingenui quegli studiosi che non vedevano l’ora di spiegare agli adolescenti quanto questa disciplina, madre di tutte le scienze, dia modo di cogliere le fragilità nostre e degli altri, di imparare ad accarezzarle con rispetto e profondità d’animo. Non ci si può di certo amareggiare se per selezionare chi è adeguato all’insegnamento della storia è stato chiesto “in quale anno l’Italia ha avuto l’amministrazione fiduciaria della Somalia”, a fronte di un programma vastissimo che va dall’antichità alle grandi guerre, squarci spazio-temporali molto più determinanti per fortificare la memoria dei nostri figli.

Le lacrime dell’idoneo, un fiume di numeri

Poi, vai a spiegare all’utente acquiescente che, una volta chiusa la schermata della prova, solo una persona su 10 è risultata idonea all’orale finale. Come se non bastasse, il promosso si è inginocchiato per terra ed è scoppiato a piangere, in preda ad una crisi di nervi e gioia. “E sono 40 domande corrette su 50! Sono 8 anni che aspettavo questo concorso, sono 8 anni che studio 8 ore al giorno e pensavo di averle sbagliate tutte”. Quanti numeri in una sola frase. Ed è così che anche il sentimento di soddisfazione di chi è riuscito a farcela è stato quantificato dall’algoritmo. La qualità è in coma e bisogna farci il callo, come per la lotteria dei concorsi, già. Ma non gridiamo troppo, perché altrimenti il Miur sbotta e il test l’anno prossimo lo rimpinza anche di qualche domanda sulla ricetta della bagna caoda. Auguri alla scuola italiana, nonostante tutto contiamo su di te.

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