lunedì, 20 Maggio 2024

Diritto all’aborto, le conseguenze del governo Meloni sulle donne: cosa ne pensa l’Europa

Il ministro spagnolo Ada Redondo critica Giorgia Meloni su X: "L'Italia mina un diritto riconosciuto dalla legge". La premier risponde: "Chi è ignorante non dia lezioni"

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Lo scambio tra Giorgia Meloni e il ministro spagnolo Ada Redondo ha creato sgomento in tutta Italia e in Europa. Le critiche ricevute su X dalla Redondo non hanno nulla a che fare con le ideologie religiose, fanno leva su ciò che non è opinabile: la salute e i diritti delle donne.

Il ministro spagnolo ha scritto su X: “Consentire pressioni organizzate contro le donne che vogliono interrompere una gravidanza significa minare un diritto riconosciuto dalla legge“. Ha poi fatto eco Irene Montero, l’ex Ministro delle Parità: “L’aborto è un diritto fondamentale di tutte le donne, è un diritto umano, e fa parte del nostro diritto alla salute. […] Il governo italiano sta mettendo a rischio la vita e la sicurezza delle donne, che sono più della metà della popolazione”.

La risposta della Premier italiana non si è fatta attendere: “Varie volte ho ascoltato ministri stranieri che parlano di questioni interne italiane senza conoscerne i fatti. Normalmente quando si è ignoranti su un tema si deve avere almeno la buona creanza di non dare lezioni“.

La risposta della Meloni non è piaciuta a Bruxelles, perché non si tratta di “questioni interne italiane” bensì di legge. Infatti l’11 aprile 2024, con 336 voti a favore, 163 contrari e 39 astensioni, il Parlamento Europeo ha votato a favore dell’inserimento del diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Nel testo della mozione, gli eurodeputati chiedono che l’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE sia modificato, affermando che: “Ognuno ha il diritto all’autonomia decisionale sul proprio corpo, all’accesso libero all’aborto sicuro e legale”.

Questa decisione non ha sfondo politico, ideologico o religioso. L’Unione Europea ha semplicemente preso atto di quanto accade da sempre: le donne abortiscono, che sia legale o meno. Rendere l’aborto uno stigma significa costringere le donne ad abortire di nascosto, senza strumentazioni sanitarie adeguate o assistenza medica in caso di complicazioni. Invece, garantire un aborto sicuro consente alle donne di non morire nel tentativo di farlo.

Non si tratta dunque di correnti politiche o di “questioni interne italiane”, bensì di salute e di diritti fondamentali dell’essere umano, tra cui la capacità di autodeterminazione. Questo diritto trova fondamento non solo nella nostra Costituzione, ma anche nell’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, nonché nell’articolo 8 della CEDU (Corte Europea Diritti Umani).

Il diritto all’autodeterminazione è il riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente dell’individuo, diritto che viene a mancare nel momento in cui qualcuno sceglie al posto nostro cosa possiamo o non possiamo fare. Nel caso dell’aborto, molte donne si scontrano con medici obiettori di coscienza, che si rifiutano di riconoscere tale diritto nei confronti della gestante. Una pratica medica sicura e lecita non può e non deve essere soggetta al giudizio e alle credenze soggettive di un altro individuo.

Se in Francia il 4 marzo 2024 è stato definitivamente inserito il diritto all’aborto nell’articolo 34 della Costituzione, abortire in Italia è sempre più difficile, soprattutto in alcune regioni. Ogni anno migliaia di gestanti affrontano un vero e proprio viaggio per accedere ad una pratica medica tutelata dalla legge solo formalmente. La situazione più allarmante si registra nella provincia di Trapani, dov’è rimasto solo 1 medico non obiettore che pratica solo IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) farmacologiche e non chirurgiche poiché tutti gli anestesisti sono obiettori.

Insomma, è evidente che stiamo andando in direzione opposta rispetto ai nostri vicini d’oltralpe. Non ci resta che attendere ulteriori sviluppi da Bruxelles.

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