mercoledì, 19 Giugno 2024

Elezioni Turchia, la sfida Erdogan – Kilicdaroglu è Mosca contro Washington

La sfida tra Erdogan e Kilicdaroglu è, a tutti gli effetti, una corsa al Palazzo presidenziale di Ankara tra Russia e Stati Uniti. Al momento è difficile capire quale sarà l'esito finale delle elezioni che si terranno il 14 maggio, ma è certa una cosa: gli scenari futuri possibili sono soltanto due.

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Il 10 marzo scorso il presidente in carica della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato l’inizio della campagna elettorale per il rinnova del Parlamento e della Presidenza della Repubblica. Le elezioni si terranno il 14 maggio, e nella giornata di ieri, 11 aprile, l’attuale guida del Partito Giustizia e Sviluppo ha pubblicato il proprio manifesto elettorale. L’opposizione ha scelto il 74enne Kemal Kilicdaroglu per cercare di mettere fine al regno di Erdogan, che dura dal 2014 (dal 2003 è stato invece ininterrottamente Primo ministro). Il leader del Partito Popolare Repubblicano è una vecchia volpe della politica turca, riuscito a sopravvivere al sempre più crescente autoritarismo dell’attuale presidente.

La sfida tra Erdogan e Kilicdaroglu è, a tutti gli effetti, una corsa al palazzo presidenziale di Ankara tra Russia e Stati Uniti. L’attuale presidente turco, islamista e conservatore, è molto vicino a Mosca: è grazie ad Erdogan se il grano dell’Ucraina ha potuto contare su vie umanitarie nel Mar Nero. A fine mese il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin si recherà in visita dal suo omologo per inaugurare un reattore nucleare costruito proprio da Mosca. Jeff Flake, ambasciatore americano ad Ankara, ha tenuto un colloquio su interessi reciproci con Kilicdaroglu, svelando di fatto quale sarebbe la preferenza di Washington in vista del 14 maggio. Erdogan non ha apprezzato ed ha dichiarato che se Flake dovesse bussare alla sua porta, verrà invitato ad andarsene.

Dimmi ragazzo mio, oh dimmi la mezzaluna millenaria. Forza donna, canta la nostra canzone di libertà!“, ha scritto ieri su Twitter il leader della Turchia, in occasione della pubblicazione del manifesto elettorale. Attraverso un altro post, sempre pubblicato ieri, arriva da parte del Sultano un messaggio molto più chiaro: “Che Allah benedica la nostra ira, spiani la nostra strada, e benedica la nostra vittoria“. Erdogan è l’idolo delle masse arabe, radicalmente religiose e conservatrici. Il suo rivale per Ankara è alla guida di un partito laico e aperto alle riforme che porterebbero il Paese più vicino alle richieste della Ue.

In materia estera la Turchia ha ratificato l’adesione della Finlandia nella NATO, e farà la stessa cosa con la Svezia, se Stoccolma accetterà di consegnare al Sultano i rifugiati curdi, giudicati da Ankara membri di organizzazioni terroristiche. L’Europa, dunque, sa che per scendere a patti con Erdogan dovrà cedere ai suoi ricatti e consegnare individui curdi, ed è quello che effettivamente sta accadendo. Nell’ambito della guerra nel Donbass, la Turchia si è sempre detta favorevole ad una risoluzione pacifica, ma, di fatto, strizza un occhio al Cremlino. L’opposizione guidata da Kilicdaroglu ha escluso dalla coalizione, per il momento, il partito di sinistra filo-curdo; sarebbe un alleato scomodo che potrebbe far storcere il naso agli elettori nazionalisti. Al momento è difficile capire quale sarà l’esito finale delle elezioni che si terranno il 14 maggio, ma è certa una cosa, gli scenari futuri possibili sono soltanto due: una Turchia più vicina a Mosca sempre più conservatrice e favorevole alle istanze arabe, oppure un Paese che si avvierà ad una progressiva riconciliazione con l’Occidente e più aperto alle esigenze dell’Europa.

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