martedì, 16 Aprile 2024

Dopo quarant’anni l’Antimafia chiede di riaprire il caso sul “Massacro di Ponticelli”

Ponticelli, quartiere popolare a est di Napoli. È il 3 luglio 1983 quando Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, rispettivamente 7 e 10 anni, furono ritrovate lungo il canalone del fiume Pollena, in prossimità di una discarica a cielo aperto, spesso incendiata.

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Ponticelli, quartiere popolare a est di Napoli. È il 3 luglio 1983 quando Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, rispettivamente 7 e 10 anni, furono ritrovate lungo il canalone del fiume Pollena, in prossimità di una discarica a cielo aperto, spesso incendiata. Le due bambine sono state trovate abbracciate, dopo essere state violentate, seviziate, uccise e, infine, come se non fosse già abbastanza, date alle fiamme. Un abbraccio che ha il sapore della protezione che si sono date l’un l’altra fino alla fine. 

Le esalazioni acri e tossiche inondano le case popolari circostanti proprio la mattina del 3 luglio, alcuni ragazzi, mobilitati nella ricerca delle bambine, seguono quegli odori e le tracce di fumo. Arrivati in prossimità del canalone nascosto si trovano davanti ad una scena raccapricciante. Osservano quel che resta dei corpi delle bambine, coperte da una nuvola di moscerini. Nessuno si avvicina. Le autorità vengono chiamate e, quel 3 luglio, ha inizio una storia che, a distanza di quarant’anni, è ancora avvolta dal mistero. 

3 luglio 1983

La sera del 2 luglio 1983, le due bambine uscirono di casa per incontrare un uomo da loro chiamato Gino detto anche “Tarzan tutte lentiggini“. L’intento era fare un giro in macchina. Inizialmente doveva aggiungersi a loro una terza bambina, Silvana Sasso, ma all’ultimo momento la nonna le impedì di partecipare all’incontro; sarà proprio Silvana a raccontare i progetti delle amiche. Barbara e Nunzia saranno viste da un’altra amica, Antonella Mastrillo, salire a bordo di una Fiat 500 blu e allontanarsi. Interessante il dettaglio della macchina data la presenza di un fanalino rotto e un cartello “vendesi”.

Le prime indagini condotte portarono ad individuare e arrestare un venditore ambulante chiamato “Maciste“. Maciste, uomo di corporatura robusta, viene fermato e individuato a causa di alcuni precedenti penali, tuttavia, nonostante non avesse un alibi solido e corrispondesse alle varie descrizioni, viene rilasciato.

Al suo posto vennero arrestati tre ragazzi incensurati: Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperatore. Nonostante le scarse prove vennero comunque condannati all’ergastolo.

Oggi

È del 12 marzo 2023 l’intenzione da parte dell’Antimafia di riaprire il caso dell’evento che fece scalpore a Napoli e in tutta Italia. La Commissione Parlamentare Antimafia costituita nella scorsa legislatura invita ad indagare ancora su un possibile ruolo della camorra nell’efferato omicidio. I sospetti dell’epoca, dunque, potrebbero essere la verità: le bambine saranno assassinate da un membro della camorra, coperto dal suo clan, e tre innocenti verranno individuati come colpevoli e “inviati” agli inquirenti. La Commissione Antimafia ha accertato che all’epoca vi sono state carenze investigative, depistaggi da parte della camorra e errori giudiziari non indifferenti. Oggi, dopo ergastoli, e benefici di pena Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperatore sono uomini liberi e continuano a dichiararsi innocenti.

«Il massacro rischia di essere una storia di sole vittime, le due bambine e i tre ragazzi, all’epoca 20enni», ha detto la deputata Stefania Ascari, prima firmataria della relazione sul duplice omicidio approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia.

Secondo la deputata vi sono alcuni fattori che richiedono una revisione approfondita del caso. 

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