martedì, 9 Agosto 2022

Estate 2022, la musica dal vivo è tornata: attraverso lo schermo

In poco più di un mese c'è chi ha assistito a sei concerti, spaziando da mostri sacri come Nick Cave al big beat dei The Chemical Brothers. Generi differenti, pubblici differenti. Con una cosa in comune: il pubblico ha visto tutti questi live attraverso lo schermo di uno smartphone.

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Finalmente, dopo due anni, sono tornati gli spettacoli dal vivo. Se nel 2020 abbiamo avuto un’estate senza concerti e nel 2021 l’emergenza pandemica ha costretto il pubblico a ballare sul posto, ciascuno incollato alla propria sedia, nell’anno in cui il Covid pare essere diventato l’ultimo dei problemi a cui pensare, stiamo andando letteralmente in overdose da live show. Un numero così alto di spettacoli probabilmente non s’era mai visto. Ne sono stati organizzati così tanti da richiedere il dono dell’ubiquità per assistere a tutti. E menomale!

Qualcuno, come la sottoscritta, avendo disertato la stagione della musica dal vivo dello scorso anno (un po’ per precauzione, un po’ dissuaso dall’idea di passare il tempo su una sedia), per il 2022 avrà ben pensato di togliersi qualche sfizio. In poco più di un mese ho assistito a sei concerti, spaziando da mostri sacri come Nick Cave al big beat dei The Chemical Brothers. Generi differenti, pubblici differenti. Solo una cosa non cambia: ho visto tutti questi live attraverso lo schermo di uno smartphone. 

Tutti vogliono conservare ricordi delle proprie esperienze. Sfido chiunque a dire che a un concerto non ha mai tirato dalla tasca il telefono per girare un video o scattare una foto. Addirittura, prima che le fotocamere degli smartphone fossero così precise da farti anche la radiografia, qualcuno si portava sotto al palco la macchina fotografica digitale. Quindi, non nascondiamoci dietro a un dito: queste cose si sono sempre fatte. Eppure, mai come questa volta è stato snervante dover piegare la testa per riuscire a vedere una performance senza la cornice di uno schermo da 4.7 pollici e anche di più.

Il 14 luglio ho assistito al concerto dei The Chemical Brothers. Big beat, musica elettronica, nessuno strumento “classico” sul palco; a questo genere di spettacoli ci si aspetta di ballare. Eppure, davanti a me, avevo solo una marea di rettangolini blu: migliaia di telefoni sollevati per registrare ogni singolo brano. Non uno, non una parte: tutti i pezzi. Circa dieci giorni dopo sono stata all’attesissimo live di Paolo Nutini, il cui ultimo lavoro risale a otto anni fa, nientepopodimeno. Per un momento, ho pensato “So di essere al concerto di questo artista solo perché lo vedo dagli schermi degli smartphone”. Una sensazione che probabilmente solo chi è incollato alla transenna, in prima fila, non conosce.

Ore di spettacoli dal vivo vengono immagazzinati nella memoria di un telefono per poter essere condivisi online, postati su Instagram e Facebook, per poi essere dimenticati. Abbandonati fra i 128 GB dello smartphone (quando va meglio, nei vari cloud), tutti questi video molto spesso hanno un valore effimero, quanto basta per poter dire “Io sono stato lì”. Postare una performance per diventare noi stessi una performance sui social. “Guarda, quello è stato lì” ci fa sentire socialmente più accettati. Mi vengono in mente le parole del filosofo sudcoreano Byung-chul Han, quando in Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale (Einaudi, 2022) scrive che lo smartphone è diventato “un devozionale del regime neoliberista. Quale dispositivo di sottomissione equivale al rosario, altrettanto mobile e maneggevole. Il like è l’amen digitale. Schiacciando il bottone del mi piace, ci sottomettiamo al contesto dominante”.

Mentre la voce di Paolo Nutini riempiva Piazza del Duomo, a Trani, intorno a me c’era l’ingombrante presenza di migliaia di telefoni che filmavano e postavano, come se fosse una vitale necessità quella di provare la propria presenza in un certo posto in un certo momento. La verità è che non sappiamo più goderci il bello, vivere un momento collettivo come se fosse un’esperienza intima; non sappiamo più cantare e ballare senza doverlo dimostrare a chiunque. Per carità, non azzardatevi a dire che è tutta colpa di “questi giovani d’oggi”, che stanno sempre “con il telefono in mano”: nessuno si salva dalla devozione allo smartphone, né adolescenti, né ventenni, né adulti.

E adesso capisco la frustrazione di Bob Dylan, il quale ha esplicitamente vietato l’uso dei cellulari durante i suoi concerti dopo l’esperienza viennese del 2019, quando interruppe Blowin’ in the wind perché dalla platea vedeva solo obiettivi e nessuno spettatore. Ma è davvero necessario arrivare a misure così drastiche? A quanto pare, abbiamo sempre bisogno di un “padrone” che ci faccia capire con le cattive maniere cosa possiamo e non possiamo fare.

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