mercoledì, 19 Giugno 2024

Addio a Curzio Maltese, il giornalismo perde una penna senza padroni

La penna più indipendente e libera del giornalismo italiano, se ne va, a causa di una lunga malattia, il giorno delle Primarie del PD.

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Il giorno delle primarie del Pd, un evento che gli sarebbe stato molto caro raccontare, è scomparso all’età di 63 anni, Curzio Maltese, un “fuoriclasse del giornalismo, un artista, un proletario assetato di bellezza, cultura, giustizia, allegria.”

 Così, visibilmente affranto, commenta l’amico Gad Lerner: “Curzio Maltese è stato il miglior giornalista della sua generazione, nessuno aveva la sua qualità di scrittura. Potevi non essere d’accordo con una sua idea ma mai con un suo aggettivo”- lo ricorda l’editorialista nonché amico storico di Maltese, Massimo Gramellini. Un giornalista che aveva il fiuto del gol, prosegue nel suo editoriale di oggi, Gramellini, un gol inteso non solo in senso calcistico, ma in quanto capacità di cogliere la notizia, di avvertire i cambiamenti quando ancora non se ne intuivano i profili, tanto meno le conseguenze. Un giornalista ruvido, a volte scomodo, ricorda oggi Sfefano Feltri, direttore de Il Domani, giornale presso il quale, Maltese, scriveva da poco meno di un anno.

Curzio Maltese era nato a Milano nel 1959 e cresciuto a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, ereditando quell’atteggiamento orgoglioso e battagliero di chi come lui non si vergognava delle proprie origini operaie, anzi al contrario ne aveva fatto il proprio leitmotiv narrativo diventando la base del suo giornalismo di opinione, mezzo di impegno politico molto più della parentesi politica che l ‘ha visto europarlamentare per la lista l’Altra Europa dal 2014 al 2019. “Aveva un tale rispetto per i soldi che detestava chi li rubava come chi li ostentava – racconta ancora Gramellini- la sua allegria per i nuovi ricchi nasceva da lì, non dall’odio sociale come credevano i suoi critici. Curzio non odiava nessuno, tranne a volte se stesso, come tutti.”

Le prime esperienze radiofoniche presso le radio libere negli anni settanta e ottanta, hanno segnato il suo atteggiamento nell’arco di tutta la sua carriera. Si deve a questa palestra di comunicazione radiofonica all’insegna dell’ indipendenza editoriale, la capacità di raccontare senza pregiudizi e senza sconti la realtà del suo tempo, accompagnata dall’occhio attento ed intuitivo che non lo ha mai abbandonato.

Dalle radio libere passa ad occuparsi di sport, mantenendo per tutto il corso della sua vita quell’analogia linguistica che accomuna spesso e non solo nel linguaggio, il calcio e la politica. Scrive, quindi per la Notte, la Gazzetta dello sport, il Corriere dello sport, passando poi alla puntuale, severa e sempre lucida cronaca politica su La Stampa;  ma è soprattutto tra le pagine de La Repubblica di Eugenio Scalfari e poi di Ezio Mauro che trovano spazio e risonanza il suo stile e il suo linguaggio, tanto da rendere i suoi editoriali, tanto attesi quanto temuti. Come ricorda ancora Gramellini, il passaggio dallo sport alla politica avvenne parallelamente alla scesa in campo del Cavaliere, che Maltese amava definire come “il napoleone nostrano” di cui il giornalista milanese aveva ben intuito la potenzialità e che divenne per lungo tempo il bersaglio delle sue invettive e critiche giornalistiche: “Curzio fu il primo a capire che la tv commerciale era la nuova ideologia dominante e a ipotizzare che il proprietario di quella tv avrebbe fondato un partito. Berlusconi è stata la sua simpatica ossessione.”  In un passo tratto da un articolo di Repubblica del 12 Aprile 2001, Curzio Maltese, diceva: “Come soltanto a un bambino si può far credere che un uomo che ha dedicato tutta la sua vita ad accumulare soldi, possa amministrare la cosa pubblica dimenticando di colpo i propri interessi.”  Un piccolo esempio della critica tagliente e diretta, espressione del suo pensiero arrabbiato e incredulo.

L’attività di Curzio Maltese, la sua arte comunicativa non si sono esaurite alla carta stampata, dove per altro ha ricevuto tante critiche quante ovazioni ( alla presentazione di uno dei suoi libri una volta disse “i lettori di Repubblica mi fermano per strada e mi dicono che ho scritto proprio quello che loro pensano e lo trovo il migliore dei complimenti.”) ma hanno spaziato dalla scrittura, alla sceneggiatura teatrale sino a diventare autore anche di programmi televisivi satirici con Maurizio Crozza ed Enrico Bertolino, ma soprattutto con Corrado Guzzanti, insieme al quale firmò il cult televisivo “Il caso Scafroglia”. Un impegno giornalistico che dimostra la sua profonda intenzione di raccontare il mondo che aveva davanti agli occhi, denunciandone, mediante i mezzi più disparati, tutte le incongruenze, mitigando il clima linguistico con delle piccole scintille di speranza.

E’ una triste coincidenza che questo straordinario giornalista ci abbia lasciato proprio nel giorno delle Primarie del Pd, di cui per anni ha raccontato l’amaro declino. Una coincidenza se si raccolgono le sue ultime parole su Il Domani, quando in data non sospetta, alla luce dell’elezione del Governo Meloni, auspicava una salvifica unione delle sinistre per fronteggiare la destra al potere. Una ancora più sentita coincidenza se si ricorda un altro, ancora più recente editoriale, nel quale senza alcuna perifrasi scriveva: “Tra le proposte di rinnovamento del Partito democratico, al momento Elly Schlein appare come la migliore speranza”

Una speranza, quella scintilla che non era insolita nel suo stile narrativo, che tutto il mondo giornalistico ed i suoi affezionati lettori, avrebbero voluto condividere in un suo editoriale, del quale mancherà lo sguardo oggettivo e critico, una lettura di cui potersi fidare sempre, nel bene e nel male.

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