domenica, 22 Maggio 2022

Texas, condannata a morte per l’omicidio della figlia di 2 anni: dopo 14 anni pena sospesa due giorni prima dell’iniezione

Il 27 aprile avrebbe dovuto ricevere l'iniezione letale in carcere. Melissa è la prima donna latina condannata alla pena di morte, ora però sospesa. È accusata di avere ucciso di botte sua figlia di due anni.

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Il 27 aprile Melissa Lucio non morirà. Infatti, la condanna a morte della donna, madre di 14 figli e accusata di aver ucciso una di loro, Mariah, è stata sospesa. A decretarlo, la Corte d’Appello, secondo quanto riportato dagli avvocati della 53enne. La morte della piccola di due anni sarebbe avvenuta il 17 febbraio del 2007 nella contea di Cameron, in Texas. Melissa è la prima donna latina condannata alla pena di morte e trattenuta fino ad adesso in solitary confinement, ossia in isolamento totale, nello Stato del Texas. Negli ultimi giorni la sua famiglia e gli attivisti hanno intensificato gli appelli per fermare la sua esecuzione. La donna si è sempre dichiarata innocente, tranne una volta, quando secondo i suoi legali le sarebbe stata estorta una confessione, non del tutto completa. Infatti, all’epoca dei fatti era in una condizione di vulnerabilità poiché incinta di due gemelli e sotto shock per la morte della figlia. Nonostante continuasse a negare di averla uccisa, avrebbe detto “è probabile che io sia responsabile“. Una frase che può essere interpretata in diversi modi e che gli investigatori americani hanno colto come confessione dell’omicidio.

La bimba, secondo la difesa, è deceduta per le ferite interne riportate due giorni dopo una caduta accidentale dalle scale, mentre l’accusa sostiene che sarebbe stata picchiata. “Di storie di errori giudiziari n’è pieno il mondo. La giustizia è fatta da persone e le persone possono sbagliare. Ma, a volte, le conseguenze di questi errori possono essere spaventose. Lo dimostra quello che potrebbe succedere a Melissa Lucio, una donna americana di origini messicane di 53 anni”, ha scritto Amnesty International (l’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo) in un appello rivolto a tutti i cittadini per firmare per chiedere lo stop alla condanna della donna, aggiungendo: “Nuove prove di esperti rafforzano l’ipotesi che la morte di Mariah in realtà sia stata causata da una caduta accidentale e non si tratti quindi di omicidio. Gli stessi giurati, dopo essere venuti a conoscenza di queste nuove prove, hanno messo in dubbio il proprio verdetto”. Nel 2008 infatti, una giuria dello Stato del Texas l’ha ritenuta colpevole per l’omicidio di primo grado della figlia. Una sentenza, però, basata su prove ora ritenute inaffidabili.

Melissa doveva essere giustiziata il 27 aprile con un’iniezione letale nel carcere di Mountain View, a Gatesville, in Texas, lo stesso in cui ha passato gli ultimi 14 anni della sua vita. I legali della donna avevano chiesto la grazia al governatore Greg Abbott, o almeno una sospensione della pena di 120 giorni per rivedere le prove che porterebbero alla sua innocenza. Inoltre, nessuno degli altri 13 figli l’ha mai accusata, ma anzi, tutti sostengono la sua innocenza. John, il maggiore, durante un’intervista rilasciata alla Cnn ha dichiarato: “Non vogliamo che nostra madre venga giustiziata, abbiamo già perso nostra sorella. E ora perdere nostra madre per un incidente è semplicemente orribile”.

Melissa Lucio

Melissa nasce il 18 luglio 1968 nella Rio Grande Valley, nel cuore più povero della comunità latina del Texas meridionale. La donna cresce in un ambiente estremo e degradato, che la priva di ogni autostima e che la condanna ad una vita di sottomissione, umiliazioni e sacrifici. Dopo un’infanzia piena di abusi, Melissa ha avuto una relazione con due uomini, che l’hanno costretta a partorire numerosi figli e a diventare, suo malgrado, madre di 14 bambini.

La morte di Mariah e l’iter giudiziario

L’inizio della fine, 17 febbraio 2007. Quando l’ambulanza, chiamata dalla famiglia, arriva nel povero appartamento in cui vivono 9 figli, Melissa e il compagno, la piccola Mariah è già morta. A causa di una caduta dalle scale, afferma la mamma, avvenuta 24 ore prima. La casa in cui la famiglia si è appena trasferita non ha molte scale, a differenza di quella in cui vivevano il giorno precedente, ma Melissa si dimentica di parlare del trasloco appena avvenuto a chi si prende cura della bambina ormai esanime. Il sospetto che le cose siano andate in modo differente da quanto affermato da Melissa convince i soccorritori a denunciare il fatto alla Polizia, che il giorno dopo arresta la donna sottoponendola a un terzo grado senza la presenza del difensore.

Durante l’interrogatorio, che dura dalle 10 di sera alle 3:30 di notte e che vede protagonista una donna sveglia dalle 6 del mattino, che non ha mangiato, che è provata dagli eventi e che è incinta di due gemelli e da cui la Polizia ottiene una confessione a metà. E, come spesso accade in queste vicende, l’imputata non ha risorse per permettersi un ufficio legale adeguato, mentre la polizia texana e il procuratore distrettuale, Armando Villalobos, fanno di tutto per farla condannare.

Gli interrogatori sono un calvario per Melissa, ore di allusioni e domande minacciose fatte dal Texas Ranger Victor Escalon. Alla fine la donna è costretta a dichiarare: “Non so cosa volete che dica. Ne sono responsabile. Credo di essere stata io”. I suoi difensori chiedono di mettere agli atti la testimonianza di uno psicologo, il dottor John Pinkerman, per spiegare l’effetto coercitivo dell’interrogatorio condotto dalla polizia. Nel documento il medico descrive Melissa come una “donna maltrattata che si prende la colpa di tutto ciò che accade in famiglia”, ma il giudice respinge la prova, affermando che era irrilevante. Senza contare che, i figli più grandi di Melissa sono stati ascoltati dalla Corte e hanno sempre dichiarato che la madre non li aveva mai malmenati, né loro né la piccola Mariah. Nonostante questo, Melissa, a 38 anni e mamma di 14 figli, viene arrestata con l’accusa di avere ucciso di botte la piccola Mariah.

Nel 2014 lo stesso Villalobos, il procuratore distrettuale che si accanisce contro Melissa, viene incriminato per corruzione ed estorsione e da allora sta scontando, assieme ad altri suoi complici, una condanna a 13 anni di reclusione. Nel luglio 2019 la condanna a Melissa viene annullata dalla Corte d’Appello degli Stati uniti per il Quinto circuito, ma lo Stato del Texas impugna immediatamente la sentenza di assoluzione e nel processo che seguì poi, nel febbraio del 2021, venne di nuovo ribaltata la decisione con un voto di 10 contro 7, ripristinando così la condanna a morte e concludendo che all’imputata era stato negato completamente il diritto di difendersi, ma che comunque le regole procedurali impedivano di ribaltare la sua condanna. Dopo una battaglia giuridica non ancora finita la condanna a morte di Melissa Lucio è stata sospesa.

The State of Texas v Melissa

La storia di Melissa è diventato un documentario. “The State of Texas v Melissa“, realizzato nel 2020 dalla giornalista Sabrina Van Tassel, è stato selezionato per Tribeca nel 2020 e vincitore di una serie di riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior documentario di Raindance. La famiglia nel documentario afferma che Melissa era una mamma paziente e non violenta aggiungendo che la bambina era ripetutamente caduta dalla lunga rampa di scale a causa di un difetto a un piede e che proprio questo aveva convinto Melissa e il compagno a cambiare di casa, anche i fratelli spiegano di aver visto la bambina cadere il giorno prima dalle scale e una sorella dice addirittura di averla spinta. Ma nulla di tutto ciò era stato presentato a processo.

Inoltre, sono numerose le celebrità che si sono mobilitate in sua difesa, tra cui Kim Kardashian, il presentatore John Olivier, diversi parlamentari democratici del Texas e il governo francese. Anche l’Inter-American Commission on Human Rights (IACHR), ha riconosciuto la debolezza delle prove contro la donna e si è schierato in suo favore.

Da vittima predestinata dell’ingiustizia sociale, Melissa ha visto fino ad ora materializzarsi anche l’ingiustizia di un sistema penale che l’ha precipitata nel braccio della morte. Madre, messicana, abusata e ad un passo dalla morte: Melissa è “colpevole” soprattutto di essere troppo povera per difendersi. In una legislazione a stelle e strisce che non prevede “oltre ogni ragionevole dubbio” e che avvalla, in mancanza di certezze assolute, una pratica definitiva come la pena di morte, Melissa Lucio lancia un messaggio di speranza: quello della verità.

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