martedì, 19 Ottobre 2021

Omicidio Ziliani, i social ribaltano i ruoli di vittima e carnefice

Fino a che punto si riesce a deformare la coscienza. Davanti ad un delitto compiuto in nome del dio denaro, c'è qualcuno che giustifica il tutto dipingendo la vittima come un carnefice e viceversa.

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Siamo in un periodo storico in cui la parola esasperazione sembra essere il nuovo termine in auge. Dopo quasi due anni di pandemia siamo una società esasperata che vive d’istinti quasi primordiali. C’è chi parla di esasperazione dei mariti che poi uccidono le mogli, o mamma esasperate, come la storia ci insegna, che uccidono i propri figli perché piangono più del dovuto.

Da questo post e da questa risposta social deve partire una profonda riflessione. Fa specie che alcune persone, come l’utente Facebook che commenta, arrivino a giustificare il gesto (presunto) delle due figlie di Laura Ziliani, descrivendo la vittima come una mamma “matrona” e “padrona” che non le aiuta. Come si può, da fuori, giustificare un tale comportamento? Ci troviamo, forse, davanti ad un nuovo caso Palombelli nel giro di una settimana, dove la vittima diventa carnefice e il carnefice diventa vittima?

Ci si chiede, spesso, come possa una mamma arrivare ad uccidere suo figlio, ma soprattutto può un figlio, allattato a quel seno, stretto al petto nelle notti di paura o quando aveva bisogno di un abbraccio, uccidere la persona che lo ha messo al mondo? Sembrerebbe di sì, quando ad accecare l’amore è il dio denaro. Ciò che fa più scalpore in questa storia, se le due donne sono realmente colpevoli, è la lucidità e la convinzione con cui hanno portato avanti una farsa mediatica per qualche tempo. Reprimere il dolore per aver ucciso la donna che le ha messe al mondo e le ha cresciute, invocando quella giustizia che ha poi puntato il dito contro di loro, con una freddezza disarmante. Madre e figlie, legate sin dal primo momento da quel cordone ombelicale che continua a tenere unite le due persone dopo il taglio, diventano vittima e carnefice del dio denaro.

Per alcuni versi, la vicenda riguarda da vicino tutti noi. In questo percorso c’è tanto dell’esperienza personale di un ragazzo che vive in una famiglia, fino ad ieri sobbarcata di debiti. Al Sud li chiamerebbero “copponi“, quei debiti e quelle spese che, nel corso degli anni, affogano una famiglia per permettere ai figli di studiare o di acquistare un’utilitaria per andare al lavoro. Mai, però, si dovrebbe pensare che la soluzione a tutto sarebbe uccidere i genitori per incassare, il patrimonio ed anche un’assicurazione, e cancellare così i debiti. Con un unico, risolutivo, colpo di spugna.

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