domenica, 1 Agosto 2021

Genitori e figli, legami di sangue finiti nel sangue

La cronaca di questi giorni tratteggia il profilo di giovani che hanno un urgente bisogno di affermazione della loro persona e di riconoscimento delle loro esigenze distorte. Sono figli di un modello educativo fallimentare che non riesce a creare confini e a contenere le pretese.

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Non parlano Elena e Giovanni, i fidanzatini di Avellino, accusati di omicidio volontario premeditato per la morte del padre della ragazza, Aldo Gioia. Si avvalgono della facoltà di non rispondere, ma è una chat a parlare per loro. Una serie di messaggi, ora agli atti dell’inchiesta, che gettano una luce sinistra sulla vicenda, delineando un vero progetto criminale.

“Odio tutta la mia famiglia“, dice lei. E Giovanni: “Io non li odio, dobbiamo essere liberi”. E che fanno i due, in rotta con la famiglia? Una fuga d’amore? No, la soluzione sono 14 coltellate al padre della ragazza. E chissà quante ne sarebbero toccate alla madre di Elena. E alla sorella. Sì, anche la sorella. “Amo’ no, mia sorella non può rimane’”, dice lei nella chat, “Capisci meglio cosa intendo per favore”. “Anche lei hai deciso”, domanda lui. “Ho deciso non rimane nessuno”, sentenzia Elena. Salvate dalle grida di aiuto, la sorella e la madre di Elena. Scampate alla strage che, secondo le indagini, i due avrebbero concertato almeno 5 giorni prima dell’omicidio del papà.

E proprio il giorno del funerale di Aldo Gioia, nella chiesa di San Ciro ad Avellino, ad 862,7 km di distanza – 9 ore e 11 minuti secondo Google maps – il corpo di Peter Neumair è stato rinvenuto nell’Adige, nei pressi di Ravina di Trento, dopo 100 giorni di ricerche. Identificato grazie ad un orologio e a pochi altri effetti personali trovati sul corpo. Si attende la conferma ufficiale dall’esame del Dna, disposto dalla Procura di Bolzano. L’uomo, 63 anni, era scomparso da casa insieme alla moglie Laura Perselli, 68 anni, il 4 gennaio scorso.

Benno Neumair ha appreso la notizia del ritrovamento del cadavere di suo padre nella cella del carcere di Bolzano in cui è rinchiuso dopo aver confessato il duplice omicidio dei genitori. Una confessione, quella del personal trainer 30enne, rilasciata solo dopo il ritrovamento del corpo della madre Laura, emerso dal fiume il 6 febbraio.

Benno avrebbe ucciso i suoi genitori a casa, in Via Castel Roncolo, e poi avrebbe gettato i loro corpi nell’Adige. Prima il padre, strangolato dopo una breve colluttazione, poi la madre, anche lei strangolata. Con delle corde, secondo l’autopsia dell’anatomopatologo Dario Raniero, lo stesso a cui la procura di Bolzano ha affidato le analisi del corpo di Peter.

È lo stesso giorno in cui a Reggio Emilia, il Gip Dario De Luca, al termine di un’udienza durata solo mezz’ora, ha convalidato l’arresto di Marco Eletti, il giovane di 33 anni accusato dell’omicidio di suo padre Paolo, 57 anni, e del tentato omicidio della mamma Sabrina, 54, ricoverata in coma farmacologico nel reparto di Rianimazione dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Reggio Emilia: 258 km più a sud di Bolzano – 2 ore e 54 minuti -, 654 Km da Avellino – 7 ore circa.

In videocollegamento dal carcere di Modena, dove si trova attualmente, si è avvalso della facoltà di non rispondere Marco Eletti. Un ragazzo che sul web dice di sé: “writer per lavoro e passione”. Un ragazzo che sembra ossessionato dal desiderio di diventare un famoso autore di gialli e thriller. E, per farlo, ricorre anche all’autopubblicazione. Partecipa alla trasmissione tv L’Eredità di Flavio Insinna e viene eliminato, ma confessa, questo sì lo confessa: “Per me era più che un gioco”. Sembra che il denaro fosse un problema per lui. Sembra che i genitori non abbiano voluto vendere la casa di San Martino, come lui si aspettava che facessero per permettergli di inseguire il suo sogno. Una dimora semplice, nella semplice campagna emiliana, tirata su grazie ai sacrifici di una vita da papà Paolo, ucciso a martellate. La stessa proprietà che sarebbe stata distrutta dall’incendio innescato nel garage e per il quale erano intervenuti inizialmente i Vigili del Fuoco.

“C’è sempre un residuo di umanità a cui ci dobbiamo aggrappare”, ha detto Don Luciano Gubitosa, parroco della chiesa di San Ciro ad Avellino, officiando la cerimonia funebre di Aldo Gioia.

“Non siamo preparati a capire realmente cosa sia un omicidio. Non è nella nostra natura capire fino in fondo cosa sia una morte violenta. Sto facendo tanta fatica a capire come due esistenze, due anime in mezzo a una vita, possano essere uccise da un momento all’altro dalla persona alla quale volevano il bene che un genitore vuole a un figlio”. Sono le parole che Madè Neumair ha affidato ad una lettera, come fece dopo la confessione di suo fratello Benno. Parole diffuse tramite il suo legale Carlo Bertacchi. “Voi che mi state incominciando a mancare in un modo devastante. Riposate in pace”, conclude Madè nella sua lettera.

Tre casi di cronaca che devono farci riflettere su quanto il disagio – o la psicopatologia – giovanile non possa essere sottovalutato. Figli che uccidono i genitori non più in senso freudiano, ma concretamente. Figli che pianificano e ordiscono l’omicidio di tutta la famiglia, per contrastare l’autorità genitoriale. Figli che imbracciano coltelli, impugnano martelli e corde per togliere la vita a chi gliel’aveva data, invece di prendere in mano il proprio futuro e lasciare il nido. Non sono gesti di ribellione. Ribellarsi è andarsene di casa, urlando e sbattendo la porta. Non si uccide per ribellione. Non si progetta il massacro dei propri cari per le continue incomprensioni, per un fidanzato non gradito o per questioni patrimoniali.

Contrastare le regole, chiedere maggiore libertà, fare un po’ quel che si vuole senza troppi vincoli imposti è nella logica della crescita, dell’evoluzione di ogni individuo. Quante volte, da adolescenti, nella rabbia si dice “non li sopporto più”, “li odio”, “mi stanno rovinando la vita”, identificando la famiglia come la fonte di tutti i problemi. Ma non si può sopprimerli, come in un videogame. Nella vita reale non si uccide per avanzare di livello. Non ci sarà nessuno pronto a regalare altre “vite” perché si raggiunga l’obiettivo finale.

La cronaca di questi giorni tratteggia il profilo di giovani che hanno un urgente bisogno di affermazione della loro persona e di riconoscimento delle loro esigenze distorte. Sono figli di un modello educativo fallimentare che non riesce a creare confini e a contenere le pretese. Sono i figli di una società che inneggia alla notorietà e non allo spirito di sacrificio. Sono il frutto di un sistema che non garantisce ai giovani di emanciparsi facilmente dalla famiglia. Una sistema che li costringe ad una convivenza-dipendenza dai genitori in un meccanismo di odio-amore estremamente pericoloso che può portare a conseguenze estreme. Gravissime. Inconcepibili.

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