martedì, 16 Aprile 2024

Equilibrio tra lavoro-vita privata, in Italia è utopia

Smart working, le aziende fanno marcia indietro e aumenta il gap di genere.

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Sono molte le cose che avremmo potuto imparare dal 2020, eppure a distanza di appena 4 anni gli italiani sembrano essersi scordati (quasi) tutto.

La pandemia ha dimostrato che non importa dove si lavora, ma come si lavora. Se un dipendente è irresponsabile e poco produttivo in ufficio, lo sarà anche a casa e viceversa. Sono molte, infatti, le aziende che nel 2020 sono riuscite a sopravvivere al lockdown grazie allo smart-working. Ciò non toglie che l’ambiente di lavoro fisico è fondamentale per le relazioni sociali e per stimolare la cura della persona. È stato semplicemente dimostrato che una modalità ibrida o da remoto non incide negativamente sul profitto aziendale, anzi. La produttività dei dipendenti ha registrato un notevole incremento, non dovendo lottare col traffico quotidiano e potendo risparmiare una porzione consistente del loro stipendio precedentemente destinata al servizio di baby-sitting. È bene ricordare inoltre gli innumerevoli benefici ambientali registrati durante il 2020, i livelli globali giornalieri di CO2 erano diminuiti del 17% e i livelli di biossido di azoto inquinante erano calati del 20-40% in Stati Uniti, Europa occidentale e Cina. E poi, da quanto tempo non si vedevano i cigni nella laguna di Venezia?

Eppure, nonostante l’evidenza dei dati, lo smart-working per molte aziende sembra un lontano ricordo, inclusa la modalità ibrida. La situazione odierna sembra prediligire il lavoro totalmente in presenza, poiché ormai “l’emergenza sanitaria è finita”. Così facendo, molte aziende del Nord che attiravano lavoratori del sud hanno perso dipendenti volenterosi, poiché in alcune città di Lombardia, Piemonte e Triveneto il caro vita non è più sostenibile con le attuali fasce di retribuzione. Molte donne e madri hanno rinunciato al proprio lavoro, non potendo conciliare le esigenze familiari e professionali senza smart-working (secondo l’Istat, oggi oltre il 70 per cento dell’impegno famigliare è ancora a carico delle donne).

Insomma, questa controtendenza non sta registrando effetti positivi per il mercato del lavoro, già fin troppo difficile. Invece, le grandi imprese utilizzano lo smart-working come esca per attirare talenti. Secondo una stima dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2023 gli smart worker erano circa 3,6 milioni. La possibilità di lavorare da remoto è dunque un requisito che le persone in cerca di lavoro chiedono sempre di più ma che le aziende di medie-piccole dimensioni sono sempre meno disposte a concedere. Potrebbe trattarsi di un fattore culturare non ancora debellato, ovvero la mancanza di fiducia del titolare nei confronti dei propri dipendenti. Sono molte le realtà italiane i cui titolari appartengono alla generazione dei boomers, ovvero di coloro nati tra il 1946 e il 1964. La loro etica professionale è molto forte e la loro esperienza consolidata, una ricchezza imprescindibile per la guida di un’attività imprenditoriale. Tuttavia, il loro modello lavorativo strettamente legato al concetto di fatica e presenza fisica non è più compatibile con i lavoratori della Generazione Z (i nati tra il 1995 e il 2010, tendenzialmente i figli degli ultimi boomers).

Spesso le due generazioni si trovano nella medesima realtà aziendale con una gerarchia ben precisa: i boomers ai vertici, la generazione Z alle dipendenze. Le ragioni sono ovvie e motivate, tra queste l’esperienza lavorativa e di vita dei boomers. Tuttavia, quest’ultimi sono tendenzialmente reticenti al cambiamento a cui invece la generazione Z è naturalmente predisposta. Per i nati tra il 1995 e il 2010 è “normale” lavorare da laptop o cellulare e utilizzare piattaforme di video-meeting per confrontarsi coi propri colleghi, l’adattabilità e la velocità di apprendimento dei nuovi sistemi di telelavoro non rappresenta un ostacolo per loro. Per i boomers, invece, può risultare complicato monitorare l’andamento dei dipendenti da remoto o implementare il mindset del “lavorare per obiettivi” anziché per “ore trascorse in ufficio”. Per queste ragioni, molte aziende di piccole-medie dimensioni stanno facendo marcia indietro sullo smart-working e lo concedono solo se strettamente necessario.

È difficile dire che piega prenderà prossimamente il mercato del lavoro italiano, già molto instabile. È vero che secondo Istat il tasso di occupazione italiano è ai massimi storici, ma secondo Eurostat restiamo comunque terzultimi in Europa (65,9%), peggio di noi ci sono solo la Grecia (67,3%) e la Romania (69%).

Questi dati, seppur ignorati da molti imprenditori italiani, dovrebbero essere presi in considerazione dai legislatori. È evidente come sia diventato sempre più impellente il bisogno di rivedere la normativa contrattuale, ritoccare le fasce di stipendio, regolamentare lo smar-working e incentivare l’occupazione femminile. In caso contrario, i 6 milioni di italiani iscritti all’AIRE saranno solo l’inizio di una fuga di cervelli in costante aumento.

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