martedì, 16 Aprile 2024

La storia non si cancella. Il 27 Gennaio è il Giorno della Memoria, contro l’indifferenza e l’oblio.

Il primo paese in Europa ad istituire il 27 gennaio come Giorno della Memoria è stata la Germania nel 1996, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.

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Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio. Ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.” (Art, 1) .

Il primo paese in Europa ad istituire il 27 gennaio come Giorno della Memoria è stata la Germania nel 1996, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.

L’alba. Sul pavimento, l’infame tumulto di membra stecchite… tuttavia, i vivi sono più esigenti, i morti possono attendere. I russi arrivarono mentre…” così descrive Primo Levi la mattina di quel 27 gennaio 1945, quando l’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione Berlino, arrivò presso la città polacca di Oswiecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz) scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti, tra cui lo stesso scrittore, sopravvissuto grazie a quella che lui stesso chiama “fortuna”. Una fortuna che ha però coinciso nel suo caso con il suo mestiere di chimico, che gli concesse qualche privilegio soprattutto negli ultimi mesi di prigionia, ma soprattutto con il suo interesse “mai venuto meno, per l’animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere (che era comune a molti), ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportate. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose, e di sottrarmi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale.” (“Se questo è un uomo”, Primo Levi)

Il campo di Auschwitz era stato evacuato e in parte distrutto dalle SS prima dell’arrivo dei russi. Le truppe sovietiche vi trovarono circa 7000 sopravvissuti, quelli che Levi stesso definisce “gregge abietto”, intendendo definire una massa di esseri disumanizzati, spettatori delle più crudeli atrocità e con nessuna possibilità di reazione alla “Banalità del male”, e che per una benevola sorte del destino erano arrivati semi vivi a quella mattina di liberazione ufficiale. In tanti morirono dopo la liberazione a causa delle precarie condizioni di salute cui si trovavano e tanti altri furono condotti verso quelle che l’allora bambina Liliana Segre chiama “le marce della morte”“Non tutti sanno che l’orrore in effetti non finì il 27 gennaio 1945. Noi detenuti ancora in vita alcuni giorni prima eravamo stati costretti a spostarci verso ovest, verso il cuore della Germania. Iniziò allora la cosiddetta “marcia della morte”. Il freddo, il gelo, la fame, lo spossamento fisico portarono alla morte di altre migliaia di persone. Arrivammo in poche decine. Fummo liberi solo i primi di Maggio del 1945.”

La scoperta di Auschwitz e le testimonianze di questi ed altri sopravvissuti, rivelarono al mondo, compiutamente e per la prima volta l’orrore del genocidio nazista, la tristemente passata alla storia Shoah e l’istituzione del Giorno della memoria ha il preciso compito di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere.” (Art. 2)

“Forse quello che è accaduto non si può comprendere, anzi non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare… Nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre anche il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Con queste parole, Primo Levi, conclude l’Appendice del suo noto racconto sulla propria deportazione “Se questo è un uomo”, e da queste toccanti parole si evince la grande importanza di restituire ai posteri la memoria di quello che ha rappresentato la Shoah. Dopo di lui, altri sopravvissuti, da Liliana Segre a Edith Bruck, si sono dedicate al delicato lavoro del ricordo, nella sofferente condivisione della propria memoria al fine, come scrive Edith Bruck nel suo “Pane Perduto” di dare voce a tutte quelle storie di uomini, donne e bambini che non hanno potuto avere il privilegio di raccontare.

“I giovani devono conoscere quello che è accaduto: è l’unico modo per porre un argine alla violenza presente e futuraAvverto questa esigenza da senatrice ma anche da nonna”. La senatrice a vita Liliana Segre, Presidente onoraria dell’Associazione I figli della Shoah, ha dedicato la sua vita alla memoria e alla sensibilizzazione delle nuove generazioni convinta che “la chiave per comprendere le ragioni del male sia l’indifferenza: quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore.”

Questo lo spirito con cui il nostro Paese dal 27 gennaio 2001 istituisce il Giorno della Memoria, ad eterno ricordo di un genocidio, che nella storia dell’umanità, può, anzi, deve riconoscersi come un unicum. Uno sterminio che molto spesso viene definito con due termini, utilizzati come sinonimi ma che al contrario celano un’origine e un significato molto diversi. Shoah e Olocausto.

La Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante” (dalla Bibbia, Isaia 47,11) ed è stato utilizzato la prima volta nel 1940 dalla comunità ebraica della Palestina per indicare la distruzione degli ebrei polacchi. Da allora, definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa.

Olocausto, è, invece, una forma di sacrificio praticata nell’antichità, specialmente nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata. Nella lingua comune, dalla metà del ‘900, questo termine è stato utilizzato, impropriamente, per indicare quello che Gerald Green ha definito l’omicidio di massa del popolo ebraico.

In realtà, non esiste un’espressione appropriata per definire l’indicibile, qualunque parola non riesce a contenere l’orrore che i pochi sopravvissuti hanno potuto raccontare. Certo è che si è scelto di attribuire al massacro di tanti innocenti, colpevoli, (come ha più volte, tristemente ricordato Liliana Segre,) solo di essere nati, quello della Shoah proprio per differenziare l’usanza arcaica del sacrificio inevitabile ad un Dio, con una persecuzione che avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto essere evitata.

articolo di Adele Avella (Quotidiano Italiano)

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