mercoledì, 12 Maggio 2021

“QUI GIACE LA CULTURA ITALIANA!”. STORIA DI UN STRAGE SILENZIOSA E COSTANTE

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29 marzo 2021- Siamo sulla soglia della settimana santa che si è appena aperta, ed è tempo di tirare tristi bilanci: il mondo dello spettacolo e della cultura è fermo, bloccato dal 23 febbraio 2020, data fatidica che ha segnato una perenne quaresima, orba della benché minima speranza di Risurrezione.

Un anno, un mese e sette giorni di sepolcro, un eterno sabato santo.

Un limbo fatto di false promesse e lunghe attese di riapertura, poi immancabilmente disattese. A poco è servita l’ormai lontana, fugace panacea estiva, quando a partire dal 18 maggio 2020 erano stati consentiti la riapertura al pubblico di musei e altri istituti e luoghi della cultura, (DPCM 17 maggio 2020), e allo stesso modo (dal 15 giugno 2020) il riavvio degli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto, e delle attività dei centri culturali (DPCM 11 giugno 2020). Il tutto, ovviamente, nel rispetto obbligatorio delle misure di sicurezza anti contagio, con tutte le conseguenze che questo ha comportato in termini di aumento dei costi e riduzione dei ricavi. Insomma, un sollievo paragonabile all’unzione degli infermi per un moribondo.

Un nuovo colpo di grazia si preparava ad essere involontariamente inferto al comparto “cultura e spettacolo” dalla molto temuta e preannunciata seconda ondata: con il riacutizzarsi della pandemia e con il proporzionale aumento della curva dei contagi, infatti, il 19 ottobre 2020 ha sancito la nuova e definitiva chiusura di teatri, sale da concerto, sale cinematografiche e di quanto precedentemente descritto. Soluzione necessaria, ma certamente prevedibile con largo anticipo, e quindi anch’essa frutto dell’eccessiva leggerezza che ha caratterizzato la gestione estiva di quasi tutti i settori meno quello in questione.

Il nefasto provvedimento, tuttavia, ha continuato a non riguardare, ad esempio, i luoghi di culto, rimasti aperti dalla fine del primo lockdown, nella felice funzione di consolazione e ristoro dei bisogni dell’anima e persino del corpo: è grazie alle CARITAS parrocchiali, se un aiuto concreto viene offerto ai “nuovi poveri da pandemia”, sostitute di uno Stato spesso poco solerte al dovere di prendersi cura di queste fasce in particolare, fatte non solo dalle categorie solitamente più vulnerabili (immigrati, clochards), ma soprattutto da famiglie di cittadini italiani prima in perfetta salute economica, e adesso a rischio di sfratto e di stenti.

Da ottobre 2020 a fine febbraio 2021 il vuoto del sepolcro è tornato a pervadere tutta la “scena” culturale, reso ancora più attanagliante dalla promessa di una riapertura prevista per il 27 marzo, ma che i dati, in continuo peggioramento, hanno sempre più allontanato a data da destinarsi.

Ora, di fronte a queste emergenze non occorre puntare il dito contro i settori che, bene o male, hanno avuto la fortuna di continuare a funzionare; piuttosto, occorrerebbe ricordare a chi ci governa che gli artisti, i musicisti, i cantati, i direttori d’orchestra, i registi, i truccatori, i parrucchieri, i sarti, i tecnici luci, i fonici, le hostess e gli steward di sala, i custodi dei musei, le guide turistiche, gli operatori tutti dello spettacolo e della cultura non sono degli “accessori” di cui servirsi esclusivamente in tempi di benessere (sebbene già da allora fossero spesso condannati al precariato della peggior specie, con contratti poco chiari, parcelle al di sotto delle medie europee e precarietà di diritti riconosciuti), ma sono prima di tutto persone, con bisogni e necessità al pari di qualsiasi altro lavoratore, ma con in più la straordinaria missione, alla cui voce non è possibile sottrarsi, di creare Bellezza per tutti.

Per questo, adesso che il vaso di Pandora è stato finalmente scoperchiato e i riflettori puntati sulle “miserie” di un settore ai margini del riconoscimento, ma fondamentale in quanto traino per l’economia italiana e dell’esportazione del più nobile, antico e autentico “Made in Italy” intra ed extra europeo, c’è bisogno di agire! Oppure il prossimo passo sarà decretare la sconfitta di un Paese vuoto, proprio come da un anno lo sono i teatri. Sempre più poveri, ma di una povertà che spaventa più della morte, quella intellettuale, quella del cuore. Quanto ancora potremo resistere tutti senza Arte, o con surrogati virtuali dall’effetto placebo?

A pochi giorni dalle celebrazioni del Dantedì, nel ricordo del 700esimo anniversario della morte del Sommo Poeta, sembra che a poco sia servito far riecheggiare l’immutata e immutabile verità racchiusa nel celebre monito del Re di Itaca, Ulisse:

“Considerate la vostra semenza/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza”!

Eppure l’augurio più bello per questa Pasqua, ancora troppo “quaresimale”, oltre al calo dei contagi, sarebbe stato vedere lo Stato impegnarsi in prima persona a rimettere celermente in moto i luoghi della cultura, luoghi di per sé non meno sicuri di una Cattedrale durante le funzioni liturgiche, a scoperchiare i sepolcri dell’ignoranza e della paura, per far posto alla luce dell’Arte, che, proprio come ha cantato il Poeta, non cesserà mai di concorrere alla soddisfazione del benessere spirituale. Perché essa stessa è nutrimento dell’animus, spirito d’intelletto, ciò che sancisce la nostra humanitas.

Ad oggi, con la penisola tinta di rosso e arancione fino almeno al 6 aprile, tutto questo resta ancora un miraggio lontano.

LOPEZ CARMELA

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