venerdì, 21 Giugno 2024

Intervista a Nesli, “Nesliving Vol. 4 – Il seme cattivo ” è il nuovo lavoro discografico

"Nesliving Vol. 4 - Il seme cattivo " è il nuovo lavoro discografico di Nesli. L'artista racconta il suo nuovo progetto, un disco crudo, sincero e scritto in totale libertà.

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E’ uscito venerdì  10 marzo Nesliving  Vol. 4 – Il seme cattivo, l’undicesimo album in studio di Nesli. Si tratta del quarto  volume di una saga inaugurata nel 2008 con l’obiettivo di proporre musica autentica e libera. Questo quarto capitolo segue l’onda dei precedenti ed è stato prodotto interamente da Nesli con la  collaborazione di Pince Vibe.

Se dovessimo identificare un elemento  che racchiuda il significato del disco dovremmo sicuramente pensare alla libertà di espressione con cui è stato scritto.  Si tratta di un progetto musicale libero da strategie e tendenze, dalla ricerca spasmodica di un singolo da passare in radio; è un disco crudo e sincero, che non definisce alcun genere musicale ma piuttosto la vera essenza di chi lo ha scritto.

Ventidue le tracce, tantissime le parole che Nesli ha scritto di getto per raccontare questi ultimi tre anni , beneficiando anche della collaborazione di artisti stimati ed ammirati. Davide Shorty, Zoelle, Maruego, Jack The Smoker, Hanami e  Raige sono le voci che impreziosiscono questo meraviglioso lavoro.
Ho  incontrato Nesli in occasione di una chiacchierata informale. In questo dialogo con noi Francesco ha dato prova della sua maturità artistica; le considerazioni fatte sul disco sono state l’occasione  per dare voce a tantissimi spunti di riflessione riguardanti il funzionamento del sistema discografico in Italia.

Scopriamo insieme cosa ci ha raccontato.

Come stai?
Sto bene, la pubblicazione di un disco è sempre una figata. C’è stata anche una bella risposta da parte vostra che non mi aspettavo, più che altro  per il fatto che il mondo musicale cambia repentinamente e non sai mai come viene accolta l’uscita di un disco. In più questo è un album un po’ particolare, di 22 tracce.

Possiamo che non rispetta proprio i canoni del disco standard, corretto?
Non rispetta nè gli standard di un disco nell’epoca dei dischi perché ventidue tracce comunque sono  tante, né quelli di adesso che siamo nell’epoca della playlist e del  “ fatti tu il tuo album”. Oggi la playlist ideale di una persona è un album di tanti singoli brani di artisti che piacciono. Per uno che fa il mio mestiere è difficile intercettare quello che potrebbe essere il gusto della gente; quindi, ho deciso di fare un disco che mi rappresenti.

 L’hai pensato come un disco che parlasse solo  degli ultimi anni o che mantenesse  anche un fil rouge con i volumi precedenti?
Il legame con i precedenti lavori è dato dal fatto che è un disco libero, non a caso i Nesliving li ho fatti quasi tutti con realtà indipendenti perché la prerogativa di questa saga è  quella di essere estremamente personale  e libera, proprio a partire da quel “Living”. Non mi sono messo alla ricerca del singolo radio, o non ho cercato di essere contemporaneo. Io ho scritto, poi  ho giudicato quello che avevo tra le mani. Abbiamo anche scartato pochi pezzi, perché erano ventotto.  E’ un disco libero e il fil rouge credo che sia proprio questo, cioè l’approcciare a questo album senza chiedersi in che epoca siamo .

Quello che ho notato, anche nel mio passato da fan è che tu in questo tuo essere libero artisticamente hai avuto sempre la tua nicchia di pubblico, anche i tuoi  concerti sono molto intimi  E’  un po’ questo che speri di ricreare?
Sì ma in maniera virtuale perché non ho pensato al disco con l’idea di un tour. Un tour sulla carta non c’è proprio perché non so immaginare la risposta che potrebbe avere un album del genere oggi. Come hai detto tu io parto da una nicchia che in base all’esposizione che hai può gonfiarsi o meno, quindi dipende proprio da come viene recepito,  da che affezione si  crea da parte di chi lo ascolta. Questo disco nasce veramente come un lavoro molto artistico, ed è stato anche  promosso con quello spirito. Non prevede chissà quali feste per l’uscita. Io spero che goda di vita propria e che le canzoni possano creare un legame con le persone e lasciare qualcosa. La prova è proprio la fine fatta a Sanremo da Lazza. Se una canzone deve lasciare qualcosa lo lascia, indipendentemente dalle dinamiche.

Quale canzone di questo album ti ha lasciato e lascerà un segno?
Questa follia.

Perché?
Perché racconta in maniera semplice e nel tempo di una  canzone tantissimo di me, è una radiografia. È la canzone a cui sono più legato dell’album, che su di me ha lasciato una traccia.

Com’è nata, di getto?
Tantissimo. Le canzoni  più belle nascono quando non pensi, infatti adesso mi piacerebbe dedicarmi alla scrittura per altri proprio  per questo motivo, perché ti impone più il getto. Quando sei in studio a scrivere per altri devi scrivere, se invece stai lavorando ad un tuo progetto stai a crogiolarti per un tempo interminabile.

Tu che excursus hai come autore di altri?
Solamente Dimentico Tutto di Emma, un pezzo che tra l’altro andò molto bene.

Non pensi che scrivere possa essere più difficile nell’ottica in cui bisogna anche pensare a chi possa poi interpretare un  brano?
Ni nel senso che adesso esistono delle figure che attribuiscono i pezzi ad altri. A me questo aspetto non preoccupa, però se ti chiedono appositamente di scrivere per qualcuno puoi anche pensare di immedesimarti. Sicuramente però la scrittura per altri ti lascia molto più libero.  Un cantante quando scrive per sé stesso ha un campo limitato che si è scelto e cucito, mentre nello scrivere per altri tu puoi essere anche qualcun altro e scrivere cose che non canteresti mai.

Ti chiedevo questo perché a volte capita proprio che o chiedano all’autore di scrivere per qualcuno, oppure è l’autore stesso  che scrive il brano e propone un artista a cui regalarlo.
La seconda che hai detto è una figata, anzi credo che in studio ci si ritrovi spesso a immaginare chi potrebbe cantare quel brano, ma è comunque un gioco in più che lo  scrivere solo per sé  non ha. Scrivere per gli altri ti apre la mente, anche a livello stilistico, è anche un modo per sperimentare cose non ancora dette. Questo è il mio undicesimo album e non sai quante volte mi sono trovato a scartare idee perché mi ero reso conto di averle già proposte.

I  tuoi brani sono dei flussi di coscienza, tu scrivi quello che pensi. È proprio un tuo modo di vedere la musica, non è vero?
Esatto, è un mio modo di vedere la musica e la scrittura. Io esprimo un pensiero, non per forza ti devo raccontare un fatto. A volte a me piace fare quella cosa lì, cioè prima penso e poi scrivo. Probabilmente quando scrivo, scrivo quello che ho appena pensato, poi mi preoccupo della musica. Nel mondo della scrittura dei brani io sono un po’ una mosca bianca, nel senso che di solito si tende a scrivere prima la melodia. Tu ti trovi tanti provini con le melodie e senza le parole. Io invece creo il pensiero e poi lo musico, non ho un contenitore vuoto che devo riempire. Le cose vanno di pari passo.

La produzione veste poi il brano quindi, corretto?
Esatto, oppure il contrario, cioè la musica suonata, ma non una melodia già esistente, mi manda in posti dove tiro fuori la melodia.  Non ho mai  visto separate le due cose, ed è proprio perché come dicevi tu tutto questo è figlio di un flusso di coscienza, di pensieri e non del tema. Invidio chi lo fa , perché sentire una canzone fatta molto bene che parla  di qualcosa  di specifico è figo, però è anche vero che sono canzoni ed è anche bello il potere dell’immaginazione, della libera interpretazione, della poetica. In questo modo cerco di non avere troppi paletti.

Questo album ha dei suoni di contesto importantissimi rispetto al significato dei testi . Questa scelta nasce proprio da questo discorso che stiamo facendo?
Esatto perché per me in base a quello che è nato in quel momento quel suono di contesto diventa protagonista, ma poi è anche propedeutico per la canzone stessa, è la sua ambientazione. Io immagino le canzoni visivamente, per me sono piccole storielle che possono essere raccontate come dei micro metraggi. E’ proprio questo che mi piacerebbe che arrivasse.

Introdurre questi suoni come ad esempio il rumore della metro, i suoni tipici della stazione a volte può essere forviante, ma crea quell’effetto per  cui solo chi vuole andare oltre, comprende la tua musica.
Esatto, quei suoni vogliono creare un effetto forviante. È un po‘ come nella vita , solo chi vuole andare oltre può farlo . Legato ai discorsi, quante volte ti sarà capitato di star con amici in gruppo e c’è quello che più in là di lì non vede. Invece, l’andare oltre fa bene a volte. Quelli che sono veramente peccatori vanno oltre , gli altri no. Questo fa un po’ il disco.

Questo lo fa anche l’artista , no?
Oh, bravissima. Per me dovrebbe, poi oggi ognuno fa quello che gli pare. Oggi abbiamo artisti imprenditori, manager, personaggi e pochi artisti di quelli che smuovono veramente.

Tu lo dici anche nel disco, la musica ormai non l’ascolta più nessuno. E tu come sei quando ascolti gli altri? Ascolti gli album fino alla fine?
Io ho avuto l’esigenza di fare queste ventidue canzoni proprio per provare a riabituarmi anche io, perché anche io per primo sono vittima del sistema. Prima ascoltavo tanta musica, ora no. Prima avevo tanti artisti di riferimento, ora no. Prima avevo momenti della giornata in cui ascoltare un disco, ora no. Viviamo in un’epoca molto arida di sentimenti ed oggettivamente le persone ora ascoltano meno la musica e la sentono meno. Ora è anche difficile affezionarsi ad un artista perché se lo ascolti in streaming non ne vedi neanche la faccia. Anche i fan di Instagram spesso  non sono i fan dell’ascolto. Magari ti seguono come persona ma non per la tua musica. Tutto questo ha creato tanti livelli di consumo. Parlare a tutti è diverso, ognuno cerca di parlare ad uno strato specifico. Questo però per quanto riguarda la musica è riduttivo, perché spesso non sai neanche cosa hai ascoltato. Io che cosa ascolto? Ascolto me, ascolto le playlist editoriali per lavoro, ma non le ho mica sentite. Quando provo ad ascoltare un album, prima che quella canzone mi catturi ne passa di tempo.

Se ti chiedessi il nome di un cantante  che ha trovato il suo posto nel mercato discografico  rimanendo un vero  artista,  tu chi mi diresti?
Venerus.  È un artista, un musicista, un cantante vero, ed è  anni luce lontano da tutte quelle dinamiche di cui stiamo parlando. È riuscito a rendere della musica alta e di derivazione accademica un po’ pop,  e questo è il suo merito.  Stiamo comunque parlando di un grande musicista, ma il suo è un progetto molto artistico.

E’ uno di quegli artisti su cui bisogna soffermarsi davvero insomma
Esatto, e così dovrebbe essere sempre. Ascoltare musica e sentire trenta secondi di playlist non è la stessa cosa. Fare un disco di canzoni da playlist e fare un album non è la stessa cosa.

Oggi fare un disco che non sia strettamente commerciale ma che abbia anche quel qualcosa in più è difficilissimo, non trovi?
Sì, è molto difficile . Così come è complicato intercettare il gusto dell’etichetta e del pubblico. Il margine per un artista è sempre meno, tant’è che oggi sei costretto ad avere nell’album cento featuring, perché lo rendono playlist.

Unire sonorità diverse spesso aiuta anche a conoscere altri artisti e crea effetti nuovi. Penso al feat con Davide Shorty ad esempio, è quella cosa che non i aspetteresti mai
Esatto, ed è quello che secondo me deve avere ancora oggi la musica. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta. Quando compravi i dischi e c’era quella partecipazione che non ti aspettavi, ti smuoveva qualcosa. Anche i due ragazzi emergenti che ho messo nel mio lavoro non te li aspetti, perché  se non sei nel loro circolo di artisti non li conosci. Poi si sente la differenza sia di voce che di presenza in quello che scrivi. Questo è figo, mi piace, ci credo ancora molto.

Una artista con la tua esperienza può aprire le porte a degli emergenti come loro, non trovi?
Se accadesse io ne sarei contento.  Sono abbastanza certo che sentiremo parlare di loro. Comunque tutti gli artisti che ho scelto per i feat li ho scelti perché penso che siano trasversali, e nel loro essere diversi non sono per tutti. Questo è un limite che uno ha quando non rappresenta un genere musicale. Un cantante che rappresenta sé stesso ha pro e contro. Il pro è che quando funzioni, funzioni per te e per quello che fai, il contro è che non benefici di tutta una fanbase del genere che ti abbona il fatto di farne parte. Un Davide Shorty ad esempio, esattamente come me non rappresenta un genere, rappresenta sé stesso. Infatti, se tu mi chiedessi chi è che potrebbe aspettarsi questo disco io non te lo saprei dire, proprio perché io sono andato a prendere un tipo di pubblico che non è pubblico di un genere. Devo dire però che invidio molto i miei coetanei che riescono a parlare ad un pubblico molto giovane, perché io ormai sono fuori da quella gara.

Anche tu sei riuscito a farlo però , non credi?
Sì in una misura diversa sì

Questo può essere già una soddisfazione, non pensi?
Sì per me lo è.Io so che molto del mio pubblico si affeziona molto alle canzoni, più che a me in generale. Le mie sono canzoni che si sono tatuate un sacco di persone.  Sono persone che  magari senti meno , sono meno preseni  , ma non per questo hanno meno valore.

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